venerdì 27 settembre 2019

La cartolina



La cartolina

Naoko sollevò il ricevitore. Il filo si snodava in aria e lei se lo avvolgeva alle dita per poi abbandonarlo di scatto. L’apparecchio era di quelli analogici, con i tasti tutti impolverati: difficile dire quand’era stata la sua ultima telefonata. Aiutandosi con il pollice e l’indice sfogliava un’agenda alla ricerca di un numero.  C’era stato un giorno di tanti anni prima in cui lo  aveva annotato sul retro di un quaderno all’università, per poi ricopiarlo con accuratezza la sera stessa a casa, sull’agendina nuova di zecca. Andava fiera di quella conquista: Kotaro, un contatto, una vittoria, un passo avanti nel costruirsi una vita.
Ora, dopo quindici anni e dieci chili in più, in quel soggiorno comunicante con la cucina che si impadroniva con i suoi aromi di tutte le stanze, faticava a reggersi in piedi, anche solo per fare una telefonata. Non aveva ancora mangiato: la spesa le arrivava con il corriere. Selezionava per lo più cibi precotti, ma, il giorno prima, presa da un’insolita esuberanza, aveva deciso di cucinare il riso al curry. Patate, carote, cipolle, dado al curry, tutto le era stato consegnato puntuale davanti alla porta di casa, sul pianerottolo. Anche la posta, seppellita sotto tutto il resto. Bollette, raccolte punti, la pubblicità della  nuova palestra. A sorpresa, una cartolina. Ci mise un po’ a capire che proveniva da Yakushima, l’isola dei cedri millenari, il luogo che avrebbe sempre voluto visitare. Il cuore prese a palpitarle all’impazzata. La voltò per scoprire che non era un errore, era destinata proprio a lei, per di più firmata Kotaro. 
Digitò quindi i tasti del telefono tenendo contemporaneamente premuto il pulsante reset: la chiamata, così, non sarebbe mai partita. Poi compose lentamente il numero, un sospiro per ciascuna pressione. Sperava che non rispondesse nessuno. E così fu. Agganciò la cornetta al ricevitore e, sollevata, si avviò verso il divano, sprofondandoci sopra con un tonfo. Afferrò il telecomando: scottava. I raggi del sole filtravano con prepotenza dalla finestra e inondavano di luce il divano. Accese la tv, ma il suo sguardo era rimasto ancorato al telefono, almeno fino a quando non si accorse che sul teleschermo erano trasmesse le immagini di Yakushima in preda a uno dei suoi violenti tifoni: un traghetto non era partito e quello che si trovava già in mare era stato travolto dalle onde. Si registrava un rilevante numero di feriti. Lo sguardo di Naoko era fisso sulla superficie increspata del mare in tempesta: le immagini del disastro però, a un certo punto, erano state interrotte da un intermezzo pubblicitario. Ne aveva approfittato per rialzarsi: si sentiva euforica e si era librata con un’insolita leggerezza verso la cucina per bollire le verdure per il curry e stappare una bottiglia di vino. Accartocciò la cartolina e la buttò nel cestino per poi concedersi nuovamente alle devastanti immagini che occupavano lo schermo e sembravano propagarsi anche oltre, perché quello dove si trovava non era più un soggiorno ma l’oceano in tempesta e il suo non un divano bensì una scialuppa di salvataggio pronta a solcarlo. Di Kotaro lì intorno, però, nessuna traccia.