lunedì 15 luglio 2019

Questioni di uniforme

Sono seduto al binario assetato. Mi alzo e mi accingo a prendere una bibita al distributore automatico. Mi precede una liceale in uniforme: non è giapponese, lo rivelano il colorito e le forme abbondanti, che tuttavia riescono con successo a sposarsi con il succinto abito previsto dall'etichetta della scuola che frequenta.
Il fascino che il multiculturalismo esercita in un paese come il Giappone, per di più quando ci si trova in un lembo dimenticato della periferia della metropoli ha il sopravvento e guida le mie osservazioni successive. Questo paese sta cambiando: per strada, nei negozi, in alcune attività mai come da dieci anni a questa parte la presenza straniera si percepisce ed è in costante aumento. Sarà l'avvicinarsi delle Olimpiadi, sarà la necessità di sopperire all'invecchiamento della popolazione e al calo delle nascite. 
Anche il Giappone sta affrontando a suo modo il problema dei flussi migratori e nonostante il mio visto in tutto questo tempo sia rinnovato su base annuale queste considerazioni mi rendono per un istante fiducioso e propositivo. Fino a quando non vedo sfrecciare una ragazza giapponese; indossa la stessa uniforme dell'altra e con il suo incedere spedito fa svolazzare la gonna della compagna intenta a scegliere la bevanda preferita. Paiono quasi sfiorarsi nonostante siano incuranti l'una dell'altra. La giapponese sembra rincorra qualcosa o qualcuno ma non ci sono nè persone nè treni in arrivo a breve sul binario; l'altra assetata stappa la bottiglietta e beve un lungo sorso per poi scansarsi e farmi spazio davanti alla macchinetta. Forse sono compagne, forse si incrociano solo nei corridoi: indossare la stessa uniforme tuttavia non è una ragione valida per parlarsi o anche solo salutarsi se si incontrano su un binario deserto in un caldo pomeriggio di inizio d'estate e uno straniero si trova malauguratamente ad osservarle. La giapponese sembra nata in uniforme e difficilmente riesco a immaginare un look che le si addica maggiormente; la straniera, da parte sua, sembra la rappresentazione della regola nata per essere infranta, la sua presenza borderline accettata in qualità di un’espressione allargata del concetto di armonia collettiva. 
Mi sento sollevato perchè tutto torna anche se non si parlano. Poi alzo lo sguardo in direzione del binario opposto al mio. Nel mio spazio visivo campeggia l’unica figura in attesa del treno. È una ragazza obesa giapponese, in uniforme. A lei non avevo ancora pensato ed ecco che, come un soffio di vento è capace di scompaginare un castello di carte così il suo peso ingombrante si abbatte sulle mie osservazioni convincendomi ancora una volta a cambiare prospettiva. Sposto la mia attenzione dal problema dell’integrazione razziale a quello più generale che riguarda la libertà individuale nell’interazione con la società. L’uniforme e quelle dimensioni corrispondono ad un’umiliazione quotidiana: dimagrire non è così facile se alla base dell’obesità c’è un problema che va al di là delle cattive abitudini alimentari. Che opzioni le restano per evitare il supplizio giornaliero del confronto? 
La stessa uniforme indossata da persone diverse incarna tre istanze che fanno a pugni l’una con l’altra: la volontà di integrazione, il desiderio di anonimità, la necessità di uniformarsi costi quel che costi. Ma ecco dalle scale mobili spuntare un’altra ragazza. Anche lei indossa un’uniforme. Di un’altra scuola però. Con tutti quei pensieri in testa, tuttavia, il problema delle caste ancora non l’avevo considerato.