mercoledì 29 maggio 2019

Uno sconosciuto (prima parte)

Scappo appena posso. Mi infilo sul primo treno il lunedì e controllo la destinazione quando sono  già partito. A un’ ora da Tokyo si intravedono finalmente le prime distese verdi. Comincio a respirare a pieni polmoni e già pregusto il momento della discesa. Non ci sarà nessuno ad aspettarmi in stazione, ma del resto in questo giorno della settimana, tutti (o quasi) lavorano. Lascio il mio essere socievole in città e abbraccio l’appagamento del silenzio. Poi nel tardo pomeriggio mi avvio rassegnato verso casa, torno al frastuono della città.

Questo lunedì, però, le azalee non volevano lasciarmi andare. Avviluppato in una stretta che sapeva di fragranze primaverili, avida come una madre alla ricerca dell’affetto del figlio perduto, moltiplicata per il numero dei fiori e ipnotica come solo il rosa può sortire questo effetto su di me, stentavo a dirgli addio. Quando ho sentito l’ultimo bus passare, era ormai troppo tardi. Il giaciglio che avevo avvistato fra i rami era quello di un orso che difficilmente mi avrebbe ceduto il posto per la notte e che a breve con il favore del tramonto sarebbe tornato a reclamarlo. La calura del pomeriggio cedeva il passo all’aria frizzantina della sera; gli unici che anelavano alla mia presenza in quel luogo erano loro: i fiori. Consapevoli della durata esigua della loro vita, desideravano che qualcuno fosse lì con loro, li ammirasse e immortalasse la loro bellezza in un’istantanea da riprodurre sugli schermi della città per ritardare il loro decadimento. In quel momento senza tempo si era manifestato un portale che, se attraversato, avrebbe permesso un’incursione spregiudicata verso una nuova dimensione dove non c’ero nè io, nè le azalee, nè orsi o tantomeno prati verdi di contorno. Si è però inserito un ricordo proveniente dal passato, fulmineo e tempestivo a dissuadermi dall’avventurarmi oltre in quello stadio fluttuante e tentatore ma potenzialmente fatale per la mia esistenza di essere umano.


Era stato un diavolo o un dio a parlarmi?

Anche quel giorno del 2007 ci eravamo inerpicati su una collina del Kyushu a Beppu, la città degli inferni e delle terme alla ricerca di un bagno all’aperto da condividere io uomo, lei donna abbandonando le retoriche religiose e sessuali per concederci il meritato riposo e una comprensione incondizionata che esulasse da tutti i preconcetti che ci portavamo nello zaino e di cui erano intrisi i nostri vestiti e i nostri cervelli. Nudi e crudi, insieme. È stato un disastro, ma non per colpa nostra. Ci sentivamo osservati e il fondo era fangoso, ci muovevamo a tentoni nella vasca per paura di cadere provocando il tonfo che avrebbe reso la nostra presenza ancora più ingombrante. Siamo fuggiti goffi e sbigottiti; veloci nei rispettivi spogliatoi, una doccia veloce grattandoci via il fango dal corpo e infilandoci i vestiti estivi ancora bagnati, sconfitti abbiamo abbandonato il luogo senza guardarci indietro neppure una volta. La strada sembrava più lunga del percorso in salita, i nostri passi pesanti di una colpa che ci tormentava nonostante non l’avessimo commessa. Poi è stata la mia compagna di viaggio a cedere o a vincere forse, spezzando quel supplizio: si è seduta sull’asfalto e ha dichiarato che per forza doveva arrivare qualcuno a risolvere quella situazione e che lei l’avrebbe aspettato lì, non aveva fretta. Fermarsi quanto basta per opporsi al movimento continuo che ci vuole ingranaggi devoti al circuito dell’esistenza. Annichilire e diventare qualcos’altro. Non ci permetteranno di vincere l’illusione che ci vede protagonisti della realtà. Infatti come per magia è comparsa sulla carreggiata una macchina che si è fermata per caricarci e rimetterci in pista.

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