giovedì 27 dicembre 2018

Anche le case sono importanti

Chi mi conosce lo sa: minimalista in fatto di case. Potrebbe vivere in una stanza minuscola che dà su un oscuro ballatoio con le grate alla finestra. Fatto! O in un angusto appartamento dove si dorme su un soppalco pubblicizzato come “loft”, con un solo fuoco per cucinare, esclusivamente perchè gli piace la zona... Fatto! Quando si vive a Tokyo, bisogna scendere a compromesso con i formicai. E dividere lo spazio- esiguo- con le altre formichine. 
Chi mi conosce lo sa: niente fronzoli nell’arredamento. Frugalità, la vita sta fuori dalle quattro mura, un letto comodo, una scrivania, la libreria, la cucina-posso momentaneamente dimenticarla- fa parte di un altro sogno, perso in stand-by da qualche parte nella mia testa.
 Chi mi conosce lo sa: esiste anche una preistoria trascorsa negli eleganti salotti torinesi, in un appartamento nella via più ambita, un politico come dirimpettaio e il custode a controllare l’andirivieni nel palazzo d’epoca. Il peso della storia era tale da legare il mio destino a quello dei passati inquilini che ne abitavano le stanze. Un incartapecorimento precoce da cui ho dovuto sottrarmi, pena una dipartita anticipata da questo mondo e da tutte le sue abitazioni. 
Chi mi conosce non lo sa ma in questi giorni sto riflettendo sul significato di avere una casa. Non in termini di possesso ma di affinità coabitativa. Io la abito , lei si accende come una lampadina perchè si sente connessa al cuore mobile che la scuote dal torpore e dall’usura che altrimenti la visiterebbero inesorabili. Un luogo che mi culli e mi protegga mentre scrivo, un luogo che forse esisteva già ma di cui all’epoca eludevo gli inviti a fermarmi e che adesso non mi appartiene più. 

Una casa che vive ancora in un libro illustrato e che attende, forse, di essere creata dalle fondamenta in un luogo che ancora non conosco. Niente di più difficile come impresa, ma è la scrittura a guidarmi come un radar in questa dura e incessante ricerca che verrà.

sabato 22 dicembre 2018

Una storia in embrione

Continuo le mie passeggiate ogni giorno. Armato di una storia in embrione come se fosse un rametto di legno per liberarmi il passaggio . 
Lo stesso percorso che si snoda da casa alla cava. Mi aspetta un momento contemplativo, lassù in cima allo spuntone di rocce che si apre sulla valle. Mi illudo sempre di essere solo, ma qualcuno mi osserva. Gli animali del bosco, i rumorosi cani del vicinato che non smettono di abbaiare finché la mia sagoma scompare alla loro vista. Oggi ho addirittura incontrato un cacciatore che impugnava un fucile e tornava a mani vuote accompagnato dal suo fedele segugio. Sarei dovuto essere altrove ma ho rimandato i miei impegni per ripetere la passeggiata. C’è qualcosa di sacro nell’affrontare questo percorso quotidianamente. È come una promessa che mi lega a questi luoghi. Vienici a visitare e fra questi arbusti, le foglie sulla strada dismessa, la vista della cava e quant’altro ti si para davanti troverai quello che cerchi. C’è una relazione fra questo rituale e l’evoluzione della storia che abiterà questi luoghi. O forse la storia diventerà qualcosa che ancora non so. Per ora l’unica soluzione plausibile è continuare a camminare. 


venerdì 21 dicembre 2018

Alla ricerca della strega


Ero tornato a casa dopo lungo tempo e cercavo un sentiero ancora inesplorato. Chi torna nel luogo dove ha trascorso l'infanzia desidera ripercorrere sentieri battuti per ricordare qualcosa. Non era questo il mio intento: la mia era una sfida ai dintorni perché mi mostrassero qualcosa di nuovo, qualcosa che potesse distrarmi dal peso di quelle giornate vissute fra obblighi familiari, ansia per la condizione dell’attività di famiglia e avvilente presa di coscienza che il tempo scorreva inesorabile in questo emisfero.
 Mi ero quindi avventurato lungo una strada dove da piccoli ci portavano ma alla quale,arrivati ad un certo punto, si svoltava indietro e non ricordo neanche il perché. 
Anche quando non c'erano gli adulti ed eravamo solo noi bambini, era diventata una costante interrompere la passeggiata e tornare da dove si era venuti. 
Accadeva così perché forse nessuno ci aveva mai svelato il motivo di quell’abitudine perentoria e consolidata: se avessero raccontato che oltre a quel punto viveva una strega o peggio ancora, c'era stato un omicidio, la curiosità- almeno nel mio caso- mi avrebbe indotto senz'altro a spingermi  oltre. A vedere cos’altro c’era.
 Un desiderio che nasceva dall'impossibilita di accettare l’ amara realtà che altro, in quel luogo-ahimè -non c'era.

E così oggi, a distanza di tempo, sono qui, a passi pesanti marco il mio cammino e non torno indietro. Sono  alla ricerca di una strega che allevi le mie pene odierne con una pozione miracolosa. O perché no, con un veleno leggero.