sabato 29 settembre 2018

Dopo la tempesta

Prima di portare in casa le piante tropicali sul ballatoio per sfuggire all’imminente tifone, sento l’impellente bisogno di scrivere. Oggi era il mio onomastico ed è diventato il mio compleanno nonostante il party fosse stata organizzato per festeggiare il termine del mio dottorato. Qualunque pretesto andava bene per riunirsi, bere, mangiare e abbandonarsi a chiacchiere molte delle quali edificanti e lusinghiere. I giapponesi parlano poco ma quando lo fanno, vale la pena di ascoltare e farsi trasportare. E così è stato: mi sono lasciato cullare dal flusso interrotto di parole che dirompente ha monopolizzato il ristorante per almeno quattro ore.  Tanto che, alla fine, quando era il momento di abbandonare il locale, una delle partecipanti si è sentita in dovere di scusarsi con il tavolo di fronte per il troppo baccano. Io, appena tornato dall’Italia, ho dato il peggio di me e  ho avuto il coraggio di non recitare. Sono stato apprezzato e amato, giustificato e difeso lo stesso . “Questo è amore”, ho pensato. Disorientato, ho capito che il momento era tutto mio. Tutte le difese sono crollate, ma non era un attacco, una guerra, una sferzata di spada. Era qualcosa di così dolce che al ritorno, per strada ero lì a piangere come un cretino. Ed era tutto così diverso dal luogo da cui vengo e altrettanto speciale rispetto a quanto ho vissuto in questo paese negli ultimi anni. Cos’era quella manifestazione improvvisa, così simile ad un addio che si è verificata in una serata qualunque, pure piovosa e fastidiosa che non si possono nemmeno stendere i panni fuori? La consapevolezza della separazione imminente nonostante non si sia mai stati così uniti. Sono ancora in Giappone? Non ci sono più? Ci sarò in futuro? I presupposti per sbirciare nella sfera di cristallo dell’indovina di Nishi Ogikubo ci sono tutti. Manca solo il coraggio, ora. Aspettiamo dopo la tempesta. Ancora un po’.

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