giovedì 4 gennaio 2018

La mia scrivania

C’è sempre una prima volta. E doveva succedere nelle vacanze di Natale, reduce da un’influenza di quelle che mio zio in tono allarmante definisce “degenerative”, malattie pronte a trasformarsi in mali ben peggiori se trascurate– può essere fatale anche un’imprudente incursione nel pollaio per procurarsi le uova da cucinare per la frittata della cena. 16 gradi percepiti e il sole imponente nella valle come in estate non bastano a convincermi ad uscire. Mi crogiolo fra le pareti domestiche come non accadeva da anni.  Il pranzo è appena terminato: gnocchi al pesto fatti in casa. Agli altri i piatti, a me tocca il vassoio, mia madre ci tiene a dimostrarmi anche a tavola quanto sia gradito come ospite. Se mi fermassi, ci sarebbero gnocchi al pesto ogni giorno, ci sono chili di patate in soffitta che aspettano solo di essere sbucciate e impastate. Di pesto non ne mancherà mai, siamo in Liguria dopotutto. Rimani.
Mio padre, imperturbabile alla sceneggiata, si alza da tavola per il consueto riposino, un’abitudine che lo accompagna dai lunghi anni di turni notturni al lavoro. Con mia grande sopresa, però, invece di dirigersi come al solito verso la camera da letto, ripiega in sala, il luogo in cui solitamente ero io a sbrigare le mie faccende al computer dopo pranzo o anni prima dove facevo i compiti o studiavo. Sul letto il pomeriggio non riesce più a dormire- dice mia madre rassegnata, mentre mi affretto verso la sala per raccattare le mie cose e portarle in camera mia. Lo capisco perfettamente. Io alla scrivania della mia stanza non sono mai riuscito a scrivere un accidente. Entro timidamente e la osservo. Tutti questi anni e non un graffio la scalfisce, come nuova. Ebbene sì scrivo ma se mi chiedessero quale peso abbiano avuto nel mio lavoro la mia camera e la scrivania- gli spazi più intimi dove un adolescente lascia tracce, proietta desideri e frustrazioni, segna il territorio, non saprei cosa rispondere. Fuggivo da quella mobilia così perfetta per essere attratto dalle rotondità del divano o per andare a scarabocchiare sul tavolino vicino al telefono durante le interminabili conversazioni con Laura. E così è rimasta fino ad oggi questa scrivania, così scomoda quando ti ci siedi da assomigliare a un paio di scarpe la prima volta che le indossi. Sfido il me stesso di venti, quindici anni fa e scrivo in un luogo dove un tempo non credevo si potesse farlo. Se penso al mio minuscolo appartamento di Tokyo tutti gli eventuali problemi legati alla scomodità e alle dimensioni passano in secondo piano. Mi guardo intorno e penso che potrei farci anche la ruota in questa stanza. E poi ricordiamo che questo luogo non mi appartiene più. Forse non mi è appartenuto mai neppure in passato. L’essermici imbattuto in questa inconsueta settimana di vacanza passata a riposo forzato, l’averlo incontrato in questo soleggiato pomeriggio invernale, mi ha dato la possibilità di vederlo sotto una nuova luce. Sono ancora un po’ arrugginito: riesco comunque a battere i tasti del computer, consapevole di aver superato un altro dei limiti che la vita ci impone, spesso senza darci la possibilità di ribattere o di chiederci il perché.
Scriverò dove mi va e tenterò di farlo anche dove apparentemente non mi va. Chissà che un giorno non ne emerga qualche storia che altrove non avrei potuto scrivere.


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