giovedì 25 gennaio 2018

Ricordami quanto era bello parlarci


Ricordami quanto era bello parlarci. Con il vento, con la pioggia, fradici e poveri in canna. In un’aula universitaria troppo grande perché ci potessero sentire bisbigliare, l’insegnante al microfono a sbraitare per l’intera lezione. In mezzo al mare mentre mi insegnavi la capriola o al telefono, i cui circuti connettevano solo se si impugnava la cornetta al contrario, io acrobata tu spettatore in differita di quello spettacolo circense al ricevitore. Erano sempre belle conversazioni. Portavano ogni volta in un luogo diverso. Una volta mi hai fatto vedere la Luna e poi mi ci hai abbandonato per due giorni. Non me lo meritavo, ma è stato un buon momento di riflettere. Chiacchierate sane e robuste come i rami di un albero rigoglioso. Volendo potevamo arrampicarci e saltare di fronda in fronda e anche immaginare di cadere. I pensieri erano due, quindi aumentavano le possibilità di trovare un appiglio e sopravvivere allo schianto. Comunque era sempre un morbido tappeto di foglie ad attutire la caduta. E poi ci veniva servito del tè. Qualche volta una pozione magica. Niente aveva un senso preciso, ma tutte le cose luccicavano intorno. Non so neppure bene se tu sia uno trino o nessuno, forse ti nascondi adducendo che sei solo un prodotto della mia immaginazione. So di certo che con te affrontavo meglio la vita. Vorrei ritrovarti, magari nelle pagine di un libro. O in una folata di tramontana.  Ricordami quanto era bello parlarci. Facendolo di nuovo.

domenica 14 gennaio 2018

Ancora Tokyo (chissà per quanto...)

Di solito salgo sul treno per andare al lavoro. Oggi lo prendo con un altro spirito. Munito di penna, di un biglietto giornaliero di un kit multiuso venduto in stazione e di una validissima compagnia mi accingo a sfidare Tokyo Metro, il polipo gigante i cui tentacoli affondano nella terra per centinaia di chilometri e definiscono una città nella città, altrettanto complessa e arzigogolata rispetto alla sua controparte nel mondo mappato.

 Le mie attese non sono deluse e mi calo completamente nell'avventura: oggi mi sento fortunato di abitare in una città che offre così tanto e quasi mi commuovo nel vedere che il gioco è convincente in tutte le sue parti. E così nell'arco della giornata mi cimento in origami, nel bingo su un treno in corsa e corro, salto mi spremo le meningi fra una stazione e l'altra della metro. Le prove le intervallo a piccole pause dove mi fermo a osservare zone della città che mai mi era capitato di bazzicare prima. Dopo molto tempo l’ho guardata negli occhi e ho pensato che alla fine non era così male. 

Per Tokyo non basta una vita ma neppure due corpi. Bisognerebbe triplicarsi  all’ora di pranzo per gestire la varietà dei menù dei ristoranti e avere quattro gambe per macinare le enormi distanze fra un posto di lavoro e l’altro. Oggi però mi ha fatto divertire e mi ha ricordato che niente va mai dato per scontato. Forse la nostra separazione è vicina, io lo sento, forse lo percepisce anche lei.

 E allora godiamoci la reciproca compagnia finché dura, mio grande, indecifrabile, luccicante groviglio!

giovedì 4 gennaio 2018

La mia scrivania

C’è sempre una prima volta. E doveva succedere nelle vacanze di Natale, reduce da un’influenza di quelle che mio zio in tono allarmante definisce “degenerative”, malattie pronte a trasformarsi in mali ben peggiori se trascurate– può essere fatale anche un’imprudente incursione nel pollaio per procurarsi le uova da cucinare per la frittata della cena. 16 gradi percepiti e il sole imponente nella valle come in estate non bastano a convincermi ad uscire. Mi crogiolo fra le pareti domestiche come non accadeva da anni.  Il pranzo è appena terminato: gnocchi al pesto fatti in casa. Agli altri i piatti, a me tocca il vassoio, mia madre ci tiene a dimostrarmi anche a tavola quanto sia gradito come ospite. Se mi fermassi, ci sarebbero gnocchi al pesto ogni giorno, ci sono chili di patate in soffitta che aspettano solo di essere sbucciate e impastate. Di pesto non ne mancherà mai, siamo in Liguria dopotutto. Rimani.
Mio padre, imperturbabile alla sceneggiata, si alza da tavola per il consueto riposino, un’abitudine che lo accompagna dai lunghi anni di turni notturni al lavoro. Con mia grande sopresa, però, invece di dirigersi come al solito verso la camera da letto, ripiega in sala, il luogo in cui solitamente ero io a sbrigare le mie faccende al computer dopo pranzo o anni prima dove facevo i compiti o studiavo. Sul letto il pomeriggio non riesce più a dormire- dice mia madre rassegnata, mentre mi affretto verso la sala per raccattare le mie cose e portarle in camera mia. Lo capisco perfettamente. Io alla scrivania della mia stanza non sono mai riuscito a scrivere un accidente. Entro timidamente e la osservo. Tutti questi anni e non un graffio la scalfisce, come nuova. Ebbene sì scrivo ma se mi chiedessero quale peso abbiano avuto nel mio lavoro la mia camera e la scrivania- gli spazi più intimi dove un adolescente lascia tracce, proietta desideri e frustrazioni, segna il territorio, non saprei cosa rispondere. Fuggivo da quella mobilia così perfetta per essere attratto dalle rotondità del divano o per andare a scarabocchiare sul tavolino vicino al telefono durante le interminabili conversazioni con Laura. E così è rimasta fino ad oggi questa scrivania, così scomoda quando ti ci siedi da assomigliare a un paio di scarpe la prima volta che le indossi. Sfido il me stesso di venti, quindici anni fa e scrivo in un luogo dove un tempo non credevo si potesse farlo. Se penso al mio minuscolo appartamento di Tokyo tutti gli eventuali problemi legati alla scomodità e alle dimensioni passano in secondo piano. Mi guardo intorno e penso che potrei farci anche la ruota in questa stanza. E poi ricordiamo che questo luogo non mi appartiene più. Forse non mi è appartenuto mai neppure in passato. L’essermici imbattuto in questa inconsueta settimana di vacanza passata a riposo forzato, l’averlo incontrato in questo soleggiato pomeriggio invernale, mi ha dato la possibilità di vederlo sotto una nuova luce. Sono ancora un po’ arrugginito: riesco comunque a battere i tasti del computer, consapevole di aver superato un altro dei limiti che la vita ci impone, spesso senza darci la possibilità di ribattere o di chiederci il perché.
Scriverò dove mi va e tenterò di farlo anche dove apparentemente non mi va. Chissà che un giorno non ne emerga qualche storia che altrove non avrei potuto scrivere.