lunedì 18 settembre 2017

Pensilina paradiso

Quando il viaggio sta per finire non demordo e continuo a viaggiare. Sono andato a comprare la carne macinata e il formaggio di soia, poi siamo stati colti di sorpresa dalla pioggia. Non ero da solo nel momento in cui mi sono rifugiato sotto la pensilina dell'autobus. Mi sarei voluto appoggiare, per un attimo cedere alla morbidezza che avevo assaporato fino alla mattina stessa, poi ho ripiegato per il pilastro in metallo del gabbiotto. Al riparo mi chiedevo come si chiamasse il luogo dove mi trovavo. Le parole che alcuni anni fa fluivano naturali da un po' di tempo a questa parte si stanno incastrando chissà dove nel mio cervello, abbinate a caratteri ideografici come nel gioco delle coppie. Per recuperarle mi viene in aiuto il giapponese, altre volte invece per riscattarmi dall'imbarazzo che un insegnante di italiano prova dimenticando la lingua che insegna, devo aspettare di sedermi a scrivere. In quel frangente però avevo il tempo dalla mia parte. L'attesa vissuta come espediente per pensare, non come schizofrenico vuoto da sopprimere. Speravo l'autobus non arrivasse mai. E poi le persone intorno con i loro discorsi. Tutti stipati là sotto a conversare piacevolmente. Un'oasi di pace con un nome che non riuscivo a ricordare. Forse avrei potuto battezzarla diversamente per suggellare quell'esperienza. Mi sono piovute in testa tre gocce e istintivamente per schivarle mi sono spostato. I confini tra le persone sono morbidi, ho pensato mentre zigzagavo nel risicato spazio libero. Ho avuto nostalgia dell'Italia prima ancora di essere partito. L'ultima tappa del viaggio, pensavo ingenuamente e invece ho realizzato di essermi fermato dopo tanto tempo solo nelle settimane appena trascorse. Prossimamente mi avrebbe aspettato la rituale traversata oceanica e un tofu piccante certamente più gustoso di quello che avrei cucinato oggi. Una magra consolazione. I pensieri si sono interrotti all'arrivo del bus e, finalmente, la parola che cercavo ha fatto capolino sulla punta della lingua. Ho fatto la linguaccia all'autista per farla uscire e proferirla come un neonato alla prima invocazione: "Pensilina". Paradiso. Sollievo perchè la mia testa funzionava ancora, le sinapsi al lavoro per stabilire nuove connessioni per parole in disuso.












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