venerdì 4 agosto 2017

Signorina ridicola

Un giorno di questi, mi  rifugio dalla calura nella sala insegnanti dell'università Y. Non si tratta di una pausa; in realtà ho del lavoro da sbrigare e prima di varcare la soglia della stanza pregusto la comodità delle poltroncine e l'aria condizionata modulata alla temperatura esterna in modo impeccabile che caratterizzano quel luogo. Mi accoglie una tromba umana che riecheggia in tutti gli angoli della stanza: l'altra faccia della comodità, i confort ci rendono poltroni e qualcuno ha pensato bene di schiacciare un rumoroso pisolino. Niente di nuovo fin qui: sfodero le mie cuffie e mi isolo nella musica che, nonostante rubi parte della mia concentrazione, dall'altra è preferibile agli assoli monotoni del mio compagno di stanza. Dopo pochi minuti entra una signorina sottile come una foglia. Non faccio in tempo a focalizzarla, che sparisce dietro al paravento che separa le diverse postazioni della sala. Se le associassi una voce potrebbe squittire o cinguettare, aveva qualcosa di leggiadro e nello stesso tempo movenze sfuggenti, tant'è che non riuscivo neppure più a localizzarla nella stanza. A quel punto, non mi sono più curato di chi ci fosse lì e di cosa facesse  e sono piombato nel lavoro per una buona mezz'ora. Al termine della quale aleggia dall'alto un foglietto di carta, lanciato con tale dovizia da planare sulla tastiera del mio computer dolce e innocuo. Ha tutta l'aria di una lettera d'amore. Lo spiego fra le mani e per un attimo vengo stregato dall'accuratezza dei caratteri. Chi l'aveva scritto possedeva mani da fata e il potere di dissimulare il contenuto sgradito del messaggio con l'abilità nel vergare i caratteri. "Il suono da lei emesso è percepibile nella stanza. Questa sua mancanza è un comportamento contrario alle regole di pacifica convivenza",  recitava il foglietto. La distonia fra forma e contenuto genera un attrito tale che per poco non è  in grado di farmi capitolare dalla sedia.  Una sferzata fredda, precisa e impeccabile come quella inferta  da una lama spietata e calcolatrice ma altrettanto elegante e solenne.
Istintivamente spengo le cuffie e sono pronto a scusarmi, ma vengo bloccato dal persistente russare del nostro collega che continua imperterrito la ronfata di un'ora prima. Mi chiedo perchè la signorina ritenga fastidioso il suono proveniente dalle cuffie e giustifichi invece l'umiliante performance del nostro collega. Decido quindi di vendicarmi e, istantaneamente, porgo il foglietto alla donna che già si stava dirigendo spedita verso l'uscita, stoccata e fuga.
"Grazie del messaggio, ma purtroppo non riesco a leggere il contenuto, capisco il giapponese ma non so leggere gli ideogrammi". Smaccata bugia, dolente bugia. Per un attimo cancello dalla mia vita tutto il tempo trascorso vergando caratteri cinesi e gli sforzi che ho fatto per diventare  uno straniero rispettoso delle tradizioni e delle abitudini del paese in cui vivo.  Del resto  in Giappone, molti insegnanti universitari provenienti da Occidente, non conoscono la lingua e non fanno il minimo sforzo per impararla. Allineato alla media, attendo che dispensi a viva voce la lieta novella.


"Il suono da lei emesso è percepibile nella stanza. Questa sua mancanza è un comportamento contrario alle regole di pacifica convivenza". Non si tira indietro, è convinta di quello che ha scritto e lo ripete, nonostante stia contravvenendo alla sua stessa regola. In più il messaggio sembra destinato  al nostro caro collega, il cui sonno pesante è stato miracolosamente interrotto dalla leggiadra incursione sonora al femminile nella stanza.

Sono vincitore su entrambi i fronti e posso nuovamente concentrarmi sul mio lavoro, mentre dietro di me sento chiudere la porta un pochino più forte rispetto a quanto non si addica al tocco vellutato di una geisha giapponese. 

Di necessità si scrive


C'erano tutti i presupposti ad eccezione della calura, proibitivo stare all'aperto oggi. Modalità esplorativa attivata, la confidenza di trovare un buon posto dove scrivere in città. Prima di cominciare un buon pranzetto per placare eventuali languorini che potevano disturbare il flusso delle mie elucubrazioni creative. Un'unica scadenza da rispettare: la lezione di cinese delle sei di sera a Shibuya. Nei giorni di vacanza non mi piace spostarmi in treno, quindi ho optato per quella destinazione in modo da ridurre al minimo l'uso della metro. Una volta arrivato, ho deciso di trastullarmi nelle comodità della metropoli e ho seguito la scia di aria condizionata che mi ha guidato in direzione del grattacielo/contenitore Hikarie, dove i sogni si concretizzano nelle forme più disparate: dai sandwich alle fragole, agli smalti per i cammelli. La materialità del luogo schiaccia inesorabile il flusso del pensiero veicolato alla sua realizzazione immediata e riconoscibile. Non ci sono sorprese ad eccezione di quelle impacchettate dalle commesse indaffarate. 

Si fa la fila per un drink al secondo piano come all'undicesimo, ma forse un alcolico mi aiuterà a ristabilirmi su una frequenza accettabile per cominciare a scrivere. E rimane anche la musica nelle orecchie, anche se il frastuono circostante é tale da svuotare parzialmente i suoni, rendendoli più vicini a dei rumori familiari. Mentre sorseggio un cocktail annacquato sopra la mia testa si agitano i venti artificiali comandati a distanza perchè si dirottino contro di me e mi spingano a velocizzare il consumo della bevanda e ad andarmene che il cliente successivo è già in agguato. Ci sto meno di mezz'ora, poi sono forzato ad alzarmi e ad approdare ad altri lidi.

Ora scrivo da una postazione provvisoria proprio vicino ai cessi e agli ascensori. Un posto dove non si sosta volentieri, ma almeno la temperatura è umana. Conto cinquanta persone in poco più di cinque minuti. Poi getto la spugna. Ci sono giorni che non sono fatti per scrivere. Un po' come le date  del calendario buddista dove è sconsigliato costruire o avviare un'attività. Questa giornata non deve passare inascoltata però, così decido di intrattenermi ancora un po' nel viavai delle persone e degli effluvi delle toilette che caratterizzano il settimo piano di Hikarie.

Di necessità si scrive.