mercoledì 26 ottobre 2016

Rebba, mi chiamavi per cognome



Ieri ho ingurgitato tonnellate di cattiveria nella forma di un programma televisivo. Non pensavo tanta violenza fosse lecita né tantomeno possibile in un film. Avevo aspettato un’intera stagione per vedere il seguito e stringevo i denti, poi gli occhi il cuscino e il pupazzo di pezza all’unisono. Era troppo. Un conato di vomito mi ha assalito ma la parte più difficile era superata, ora ci sarebbe stata la rivalsa dell’eroe, quindi ho pazientato. Invano. Il programma è terminato senza dire arrivederci e lasciandomi in balia di un’ansia che mi sono portato sotto le coperte. Poi oggi è arrivata  quella vera di batosta. Filtrata dai media, propinata attraverso una stringa di testo, sembrava quasi una burla tra un lavoro e l’altro. Sono crollato davanti ad un’insalata condita al sesamo: lì non c’era scampo, il piatto non parlava, e mi sono trovato alla resa dei conti. Mi sono abbandonato alle immagini di banchi di scuola e di ore interminabili di educazione fisica passate a fumare insieme. Ci accomunavano i dizionari pesanti e la vicinanza del banco.Due pianeti così lontani che il caso aveva voluto intrecciassero le orbite per un anno. Lungo, difficile ma anche gradevole a sprazzi. Tu hai capito prima di me che non c’entravi nulla con quel mondo.  Sei riuscita a prendere la tua strada. Quel giorno quando ti ho visto lavorare alle scenografie nello scantinato dell’Artistico, con la mia cara Lu allora per la prima volta ho capito com’era il tuo viso raggiante. Eri così bella e  malinconica che tutti si giravano a guardarti e allo stesso tempo così schiva e riservata che spesso ti eclissavi nelle tue lune e nessuno poteva venirti a cercare. Non ti ho conosciuta da mamma, perchè vivo così lontano. L’ultima immagine sei tu sulla spiaggia, bella come una sirenetta. Scavo nella memoria per ricordarti ancora, perchè sicuramente c’è molto di più. 

Ho deciso che non guarderò più quel telefilm. La morte spettacolarizzata in quel modo infanga l’esperienza di chi vive il lutto sulla pelle senza che ci siano i filtri della cinepresa a proteggerlo. 

1 commento:

Werner Ebner ha detto...


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