mercoledì 14 settembre 2016

Le polacche a Stella 5) Un mondo migliore



Le cadute erano la prerogativa di pochi in quella notte d’agosto. Io ancora con le fattezze di un bambino mi ero guadagnato un posto nel reparto femminile. Il resto del pronto soccorso in balia dei residui di uno scoppiettante Ferragosto. C’è chi alle stelle aveva preferito le girandole comprate al mercato. Era questione di un attimo, costava un fiammifero e a distanze ravvicinate si poteva ricreare l’illusione di collisioni stellari. Del tutto plausibile che qualcosa andasse storto: qualche vittima doveva per forza esserci per giustificare l’onta subita dalla volta celeste da parte di un’umanità che si credeva sempre più onnipotente. Infermieri e personale ospedaliero nel caos tentavano invano di rintracciare un medico che, in quello stesso momento, si trovava a mille chilometri di distanza sorseggiando un Bloody Mary e lanciava speranzoso occhiate maliziose alla vicina di ombrellone. Il mio sguardo invece era fisso sulla targhetta che campeggiava davanti al letto di fronte, rifatto alla perfezione: recitava Edyta Kowalczyk. Per me i nomi erano troppo importanti e l’incapacità in quell’ accozzaglia di lettere di trovare il senso della persona che io avevo battezzato Bella, mi lasciava perplesso e deluso, quasi indolenzito, non bastasse il dolore fisico provocato dalla caduta di quella notte. Questione di chiudere gli occhi e sbattere le palpebre perché lei si volatilizzasse e per di più cambiasse il nome che le avevo dato. In quel letto d’ospedale rimuginavo sul fatto che la giustizia esisteva solo per pochi e di sicuro non aveva riguardi nei confronti delle persone che come me amavano sognare un mondo migliore.

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