mercoledì 14 dicembre 2016

Trasforma quest’Odissea in una storia e ti sarà gradita


Il computer decide da solo. Quando si avvia, visualizza i documenti più recenti, quelli su cui mi spremo le meningi ogni giorno da troppo tempo a questa parte. Non mi lascia scelta. Oggi però  si è aperta una pagina bianca e io a osservarla inebetito aspettando che si materializzasse l’inglese, le note, gli errori, i pensieri ingarbugliati di chissà quale capitolo scritto, riscritto, editato, scomposto, rinominato e spersonalizzato in ottemperanza allo stile accademico. Invece no, è rimasta bianca. A mo’ di opportunità, balenata all’improvviso, in questo mondo fitto di informazioni, dove l’occhio, l’orecchio e addirittura il polso sono sempre attenti e connessi, mai che gli sfuggisse qualcosa, severi riportano il pensiero che fluttua all’ordine. Scrivere su un foglio bianco senza sapere esattamente dove andare a parare, in questi tempi tesi come le corde di un violino è ardito da parte mia, sospeso su un filo mentre nessuno sta a guardare e pensa ingenuamente io cammini a braccetto con una geisha tra le siepi di un giardino giapponese. La mia vita si dipana fra un documento e l’altro e i pochi momenti di pace sono quando prendo in mano un libro di carta e spiego il passivo a degli studenti per mia fortuna volenterosi, che mi ascoltano e mi sostengono. Non voglio scomparire in una giungla di dati senza voce, mentre il macchinario che produceva la pasta che mangiavo da bambino oggi si è fermato. Mi nutro di lettere che farciscono all’inchiostro fogli taglienti di una stampante che due volte per tre si inceppa facendomi infuriare. Veleno puro nel piatto. Scrivendo queste righe libero una parte della mia anima tormentata e sorrido, mentre il telefono squilla e dalla cornetta dirompe una voce a tratti materni a tratti incazzata: una fata sui generis che si nasconde, riappare e regala lampi di genio. Un messaggio lampeggia dal cellulare e altre parole di conforto mi regalano il sollievo necessario per terminare la frase, chiudere il documento e ricordarmi che scrivere non è una tortura. Trasforma quest’Odissea in una storia e ti sarà gradita.

mercoledì 26 ottobre 2016

Rebba, mi chiamavi per cognome



Ieri ho ingurgitato tonnellate di cattiveria nella forma di un programma televisivo. Non pensavo tanta violenza fosse lecita né tantomeno possibile in un film. Avevo aspettato un’intera stagione per vedere il seguito e stringevo i denti, poi gli occhi il cuscino e il pupazzo di pezza all’unisono. Era troppo. Un conato di vomito mi ha assalito ma la parte più difficile era superata, ora ci sarebbe stata la rivalsa dell’eroe, quindi ho pazientato. Invano. Il programma è terminato senza dire arrivederci e lasciandomi in balia di un’ansia che mi sono portato sotto le coperte. Poi oggi è arrivata  quella vera di batosta. Filtrata dai media, propinata attraverso una stringa di testo, sembrava quasi una burla tra un lavoro e l’altro. Sono crollato davanti ad un’insalata condita al sesamo: lì non c’era scampo, il piatto non parlava, e mi sono trovato alla resa dei conti. Mi sono abbandonato alle immagini di banchi di scuola e di ore interminabili di educazione fisica passate a fumare insieme. Ci accomunavano i dizionari pesanti e la vicinanza del banco.Due pianeti così lontani che il caso aveva voluto intrecciassero le orbite per un anno. Lungo, difficile ma anche gradevole a sprazzi. Tu hai capito prima di me che non c’entravi nulla con quel mondo.  Sei riuscita a prendere la tua strada. Quel giorno quando ti ho visto lavorare alle scenografie nello scantinato dell’Artistico, con la mia cara Lu allora per la prima volta ho capito com’era il tuo viso raggiante. Eri così bella e  malinconica che tutti si giravano a guardarti e allo stesso tempo così schiva e riservata che spesso ti eclissavi nelle tue lune e nessuno poteva venirti a cercare. Non ti ho conosciuta da mamma, perchè vivo così lontano. L’ultima immagine sei tu sulla spiaggia, bella come una sirenetta. Scavo nella memoria per ricordarti ancora, perchè sicuramente c’è molto di più. 

Ho deciso che non guarderò più quel telefilm. La morte spettacolarizzata in quel modo infanga l’esperienza di chi vive il lutto sulla pelle senza che ci siano i filtri della cinepresa a proteggerlo. 

martedì 4 ottobre 2016

Le polacche a Stella 7) Speranze al reparto surgelati

Volevo accorciare le distanze. Accoglierle in questo paese dove ero al corrente di tutto, vedevo tutti tranne loro. Speravo di trovarmi in pizzeria e ordinare con la sorpresa di averle al tavolo di fianco a festeggiare. Andavo tutte le sere con quella speranza e i miei amici che mi ripetevano cosa c'era da celebrare di così speciale ogni giorno imperterrito da Osvaldo, costava pure un patrimonio! Invano avevo saccheggiato il salvadanaio, il portafoglio di mio padre e chiesto un prestito con gli interessi a mia cugina, cavalcava una bicicletta gialla e mi guardava storto, mi ricordo. Lei mi aveva capito più di tutti e già ci provava a dissuadermi dall'impresa: non voleva esserci a raccogliermi con il cucchiaino- già la delusione con Petra le era bastata. I giorni passavano e la pizza si raffreddava: probabilmente non corrispondeva alle loro abitudini alimentari. Le comari dicevano che per di là si mangiavano solo patate e dopo i trent'anni meglio guardare altrove che ti passava la voglia. Da quell'agonia mi ha salvato il supermercato. Una lista striminzita che ci aggiungevo sempre almeno una confezione di Sofficini e un Filadelfia, incurante delle urla postume di mia madre. La fila alla cassa,  mentre Matilda davanti a me completava la spesa per un banchetto matrimoniale improvvisato a cui non ero neppure stato invitato. Lo sguardo spaziava alla ricerca di una novità che guastasse il tripudio ingiustificato di una spesa a due zeri per poi cascare su un pezzo di carta sbiadita che da chissà quanto tempo era lì- dovevo assolutamente verificarlo. Mi sono fatto prestare una penna e ho annotato il numero sullo scontrino, poi sono tornato a casa e ho preso in mano il telefono. I Sofficini scongelati, dimenticati nel sacchetto sotto il tavolo della cucina.

mercoledì 21 settembre 2016

Le polacche a Stella 6) Rottami stellari e piratesse in collina

Zoppicavo per la salita. Non c'erano appuntamenti, solo nuvole di fumo rivelatrici in cima alla collina. Troppe cose mi turbinavano nell'animo, troppe per un corpicino così esile. Anche i pensieri pesavano, quell'estate. La vita si stava moltiplicando e la bidimensionalità dei fumetti non bastava più a mappare il quotidiano. Valeva la pena  di parlare con Apollo, le spalle appoggiate al vecchio albero, a godersi la frescura fino ai primi languorini che precedevano la cena. Nessuno a parte il sottoscritto sapeva dove si rifugiava: il suo momento di libertà lo condivideva solo con me. Inizialmente lusingato e compiaciuto di essere al corrente del suo segreto, ora felice di farne parte a tutti gli effetti.
Trafelato mi ero fatto strada fra le siepi e una volta in cima ero stato accolto da una nebulosa irrequieta proveniente dalle sue narici.
"Mia nonna parla troppo, quindi sapevo già che eri fuori; sinceramente però non ti aspettavo così presto. Ti sei giocato l'estate comunque, si può sapere che facevi sul terrazzo?"
"Guardavo le stelle e all'improvviso è cascato tutto!", mi giustificavo come potevo, ero il primo a pensare a quanto fosse stato ridicolo.  
"Puoi ritenerti fortunato, cos'è hai la spalla rotta?"
"No ho una slogatura e mi hanno fasciato per precauzione..."
"E la testa?"
"Quella mi preoccupa di più. Pensa che sono convinto di aver visto Bella in ospedale nella brandina di fronte alla mia...Per di più con un occhio nero a guardarmi dall'alto come se fosse il mio angelo custode. Tu l'hai vista di recente?"
"Chi la Piratessa? Così la chiamano ora in paese. Bella lo sarà di nuovo fra qualche mese se riescono a salvarle l'occhio...Spappolato chissà come o da chissà chi...Comunque anche la benda le dona, secondo me..." Bella era volata via da quella stanza d'ospedale, lasciando il letto di Edyta vuoto e rinascendo come Piratessa in un paese senza il mare. C'era chi emulava le stelle con risultati disastrosi  e chi raggiunto l'agognato traguardo di tutta una vita, la felicità in mano e uno stuolo di pretendenti ai suoi piedi, lo perdeva, retrocedendo dal ruolo di principessa a guercio lupo di mare. Bella non era più Bella e io non ero più io, ma un rottame di stella cadente senza desideri. Apollo mi porgeva la mia prima sigaretta e io la accettavo. Con l'altra mano raspavo nervosamente il tappeto erboso come  per scacciare i cattivi pensieri, troppi in un solo giorno. 




mercoledì 14 settembre 2016

Le polacche a Stella 5) Un mondo migliore



Le cadute erano la prerogativa di pochi in quella notte d’agosto. Io ancora con le fattezze di un bambino mi ero guadagnato un posto nel reparto femminile. Il resto del pronto soccorso in balia dei residui di uno scoppiettante Ferragosto. C’è chi alle stelle aveva preferito le girandole comprate al mercato. Era questione di un attimo, costava un fiammifero e a distanze ravvicinate si poteva ricreare l’illusione di collisioni stellari. Del tutto plausibile che qualcosa andasse storto: qualche vittima doveva per forza esserci per giustificare l’onta subita dalla volta celeste da parte di un’umanità che si credeva sempre più onnipotente. Infermieri e personale ospedaliero nel caos tentavano invano di rintracciare un medico che, in quello stesso momento, si trovava a mille chilometri di distanza sorseggiando un Bloody Mary e lanciava speranzoso occhiate maliziose alla vicina di ombrellone. Il mio sguardo invece era fisso sulla targhetta che campeggiava davanti al letto di fronte, rifatto alla perfezione: recitava Edyta Kowalczyk. Per me i nomi erano troppo importanti e l’incapacità in quell’ accozzaglia di lettere di trovare il senso della persona che io avevo battezzato Bella, mi lasciava perplesso e deluso, quasi indolenzito, non bastasse il dolore fisico provocato dalla caduta di quella notte. Questione di chiudere gli occhi e sbattere le palpebre perché lei si volatilizzasse e per di più cambiasse il nome che le avevo dato. In quel letto d’ospedale rimuginavo sul fatto che la giustizia esisteva solo per pochi e di sicuro non aveva riguardi nei confronti delle persone che come me amavano sognare un mondo migliore.

martedì 16 agosto 2016

Le polacche a Stella 4) Stelle

Guardavo le stelle innocente sul terrazzo di casa, immerso nella frescura estiva della collina. Le stelle cadevano e io le contavo insaziabile. Montagne di desideri: ne esprimevo uno e poi subito  un altro in grado di annullarlo. Incapace di capire cosa fosse meglio per me, pensavo tutto e il contrario di tutto.    Troppe stelle non riuscivo a stare dietro a quello spettacolo pirotecnico: che scegliessero gli astri al mio posto. Era diventata una conta simile a quella delle pecore, mi conciliava il sonno. Appoggiato alla ringhiera, guardavo le stelle. Una ringhiera la cui ultima manutenzione risaliva agli anni settanta, quando nessuno immaginava che vent'anni dopo un adolescente sprovveduto sarebbe stato lì a sporgersi affascinato dal cielo stellato. È stato un attimo: un secondo in cui ho pensato anch'io di potermi librare in volo e diventare stella, mentre la ringhiera che mi sosteneva, cedeva, piegata dalla fatica, dalle piogge, dalla ruggine e dalle intemperie del tempo. La sensazione è durata un istante poi ho capito di essere in pericolo: troppo tardi per sottrarmi alla rovinosa caduta. Con me l'intera fila di vasi che mia madre annaffiava ogni mattina e che le erano valsi il premio di "Terrazzo Fiorito" l'anno precedente. Mi accompagnavano le mille stelle cadenti che non avrei potuto contare e i petali sparsi per aria mentre le mani tentavano invano di afferrare qualcosa, di cercare un appiglio per evitare l'impatto. Che c'è stato e mi ha procurato una lesione alla spalla e una  piccola contusione celebrale. Era tarda notte ma il baccano ha scatenato il vicinato: mi hanno raccolto, mia madre gridava per me, per i fiori per quella sciagura che si era abbattuta sulla nostra casa. Tramortito i suoi lamenti mi arrivavano flebili e avrei voluto rispondere che mi dispiaceva per il terrazzo, per i fiori e che gliene avrei comprati altri, ma poi sono svenuto. 

Mi sono svegliato ore dopo al pronto soccorso: steso su una barella ho aperto gli occhi e la volta celeste si era trasformata in uno spoglio soffitto ospedaliero. Poi il mio sguardo ha incrociato il suo: dall'alto un occhio verde tumefatto mi fissava sollevato. Era Bella, una delle ragazze polacche.





martedì 2 agosto 2016

Le polacche a Stella 3) Note dell'autore

Ci sono state veramente delle polacche a Stella. Stella esiste davvero. Stella è un comune sulle colline del savonese in Liguria. Il paese dov'è nato e cresciuto l'autore; il luogo dove l'autore ha conosciuto le fasi che accompagnano l'uomo dall'infanzia all'età adulta. Un'adolescenza stellare: la natura non mancava ma a volte gli sembrava di aleggiare nel vuoto. Un vuoto che riempiva immaginando storie. Le storie avevano come personaggi chi a Stella non si fermava né troppo né troppo poco. Il giusto per attirare l'attenzione di chi non conosceva altra vita al di fuori di lì. Era il turismo a muovere il paese. Le polacche avevano mosso il paese. Oppure il paese non si era mosso di un centimetro mentre a muoversi era stata la sensibilità dell'autore, parecchi anni dopo però. Prima che le polacche diventassero un ricordo talmente sbiadito da trascinare con sé nel dimenticatoio un'adolescenza sofferta, di cui forse valeva la pena di raccontare qualcosa. Quel paese rivive oggi negli occhi delle polacche che forse sono esistite, forse no. Lo chiedi alla gente, ti risponde di sì, che c'erano. Dove sono ora però nessuno lo sa. L'autore percorre i luoghi della storia e si chiede se un giorno spariranno anche quelli. Se sono le persone che popolano i luoghi a renderli reali. Come le polacche che un giorno affollavano la corriera nell'ora di punta, mentre il giorno dopo rimpiangevi la scia dei loro capelli profumati. Scomparse, come il Pifferaio Magico, mi avevano lasciato lì non più bambino, non ancora un adulto. 

lunedì 1 agosto 2016

Le polacche a Stella 2) La chiamata

Ho sollevato la cornetta in apnea. Ascoltavo due voci spettegolare di angeli.
"Sono tutte cattoliche praticanti perché Jole le ha viste in chiesa la domenica. Tutte vestite eleganti, quasi andassero a un battesimo", proferiva la prima voce.
" Sì, io invece le vedo come si conciano quando salgono in corriera. E lì è tutto un altro paio di maniche. C'è anche quella grassottella, alcuni dicono sia la zia ma va a sapere, scosciata senza pudore...Voglio dire, ma si guarda allo specchio prima di uscire di casa? Le altre, cosa vuoi, sono un belvedere ma comunque esagerate..."
"Ma poi cosa ci fanno qui? Vogliono colonizzare il paese?"
"Dicono che lavorano sodo all'azienda agricola, io invece le vedo sempre a aspettare la corriera per la spiaggia... Che poi sembra scendano anche separate ed è lì che casca l'asino. C'è sicuramente qualcosa di losco, che solo a parlarne mi vengono i brividi...".
Intanto nella mia testa, lontano dal vociare soffuso e irritante delle due comari,  risuonava un inno nuziale: la navata  centrale ospitava un corteo di spose e una madrina sovrappeso correva dietro agli strascichi mentre la gente, una manciata di riso stretta nel pugno della mano, le aspettava fra esclamazioni di gioia nella piazza antistante l'edificio. Non c'era traccia degli sposi, non ce n'era bisogno: bastavano loro e la loro fierezza, il portamento da regine nel giorno più importante della loro vita. Il paese esultava per quell'avvenimento pagano in un luogo sacro, il matrimonio delle vergini con la vita che si erano riprese a fatica dopo anni tormentati; dopo giorni passati a escogitare come scappare dal loro paese, dopo aver centellinato fino all'ultimo spicciolo, dopo la disperata ricerca di un lavoro, il più umile e mal pagato che gli avesse permesso di salire su un aereo e partire, via!, senza guardarsi indietro mai più. La bellezza, che fino ad allora era stata accessoria, veniva celebrata in quel giorno che ricamavo nella mia mente e che nasceva da un ascolto in differita delle chiacchiere delle due comari. Una delle quali era mia madre che mi aveva appena scoperto a origliare...


domenica 31 luglio 2016

Le polacche a Stella (storia a puntate) 1) La corriera

All'epoca molte persone viaggiavano in corriera. Lenta fino all'inverosimile impiegava quasi un' ora per percorrere lo stesso tragitto che in macchina si faceva in venti minuti. Tutte quelle curve invitavano a viaggiare leggeri per non incorrere in malesseri improvvisi. Alcuni autisti erano particolarmente loquaci e le peripezie  del malcapitato di turno, bersaglio delle loro chiacchiere, erano dunque di dominio pubblico fra gli altri passeggeri. Ognuno occupava un posto predefinito e mai sarebbe capitato di vedere la fazione di Stella S. Bernardo mischiata a quella di Ellera. Gli spazi vuoti abbondavano perchè si trattava di un veicolo enorme, incredibile come potesse avventurarsi per quelle stradine di montagna senza provocare incidenti. E così è stato. Poi sono arrivate loro a rompere gli equilibri. Erano cinque o sei, alcuni ne vedevano addirittura sette. Un giorno in cui pensavo di essere in ritardo e di aver perso la corriera, ho trovato l'autista intento a dispensare biglietti attraverso l'apparecchio manuale che di rado veniva usato e che, a quanto pare, gli stava creando parecchie difficoltà. "Strano"- ho pensato. Normalmente, gli abitanti del villaggio si riforniscono di biglietti dalla signora della tabaccheria. Ricordo di aver alzato lo sguardo e di essermi perso in una foresta di occhi chiari, di gradazioni che non esistevano in quei luoghi. Erano loro, le polacche, le sirene ammaglianti venute da lontano a turbare l'estate dei grandi e i sogni degli adolescenti che, come me, si affacciavano con curiosità e timore alla vita adulta.

domenica 24 luglio 2016

Le metamorfosi, vent'anni dopo

Un libro impolverato impilato nello scaffale della libreria di casa. Dimenticato quasi per sempre. Lo ritrovo in un negozio di libri. La rilegatura è più accattivante. Il contenuto innocuo perchè sconosciuto. Il titolo più doloroso di un pizzicotto. Fa ancora male. Quel giorno d'estate di quasi vent'anni fa. Io a ripassare nei corridoi tutta la letteratura latina che non avevo mai studiato in quei tre anni di liceo. La colpa era di tutti, ma soprattuto era stata della mia incapacità di cambiare scuola al momento giusto. Quell'insofferenza di fondo che accompagnava i giorni in cui ancora non conoscevo l'amore, quello vero nelle sue accezioni carnale e spirituale. Di lì a poco le mie certezze si sarebbero sfaldate, le dighe avrebbero ceduto ad un flusso improvviso d'acqua torbida, io sarei diventato adulto. Finita la storiella dell'allievo modello, non potevo più giustificarmi dietro ad un ruolo che mi aveva sempre fatto comodo. Era facile vivere fingendo di ascoltare quello che dicevano i professori, annuire con la testa e rendersi complici del trionfo dell'egocentrismo della cattedra. Sono sprofondato in un baratro buio perché non avevo saputo raccontare una storia. Una sconfitta cocente.Non si trattava di date né di concetti filosofici: si trattava di una notte di plenilunio dove gli uomini prendevano la sembianza di asini. O viceversa. E lì che stava la differenza tra chi aveva letto il tomo o si era semplicemente limitato al bignami e  a pregare  di non essere interrogato sull'ultimo argomento del programma. Quello che non si ha tempo di fare in classe ed è dato distrattamente da leggere a casa sussurrando : "É meglio per tutti se quest'anno latino non esce". Tre le vittime sacrificali, immolatesi individualmente senza neppure un colpo di telefono. Risultati immediati disastrosi, significativi nel medio periodo.
Quasi vent'anni dopo vado a cercare quel tomo impolverato e lo tengo stretto fra le dita. Tutto quello che non mi hai dato mi ha reso quello che sono oggi. Cosa sarebbe successo se ti avessi letto tanti anni prima? Allora avrei avuto la presunzione di capire il mondo, mentre non lo conoscevo affatto. Ora a distanza di anni, leggerti non può farmi che bene per arricchire la mia cultura in fatto di classici latini: all'orizzonte non c'è alcun esame di maturità e in quanto a brusche deviazioni dietro l'angolo ahimè non sono più i libri a provocarle.

domenica 22 maggio 2016

Un addio a senso unico

Ero venuto a congedarmi da questo luogo. Come in un rito propiziatorio, misuravo i gesti e il tempo. Imprimevo nella memoria particolari che, chissà, forse un giorno avrei rispolverato dalla memoria. Invece a distanza di una settimana, eccomi di nuovo qui a chiedere una spiegazione. Un'ansia notturna mi impediva di dormire. Sono uscito e la luce della luna era così forte che non potevo sbagliare: dovevo semplicemente seguirla fino a destinazione. Questo parco che mi accoglie nel cuore della notte, ancora una volta. Sono io fare le domande: perché sono qui? Quale forza mi ha impedito dì andarmene? Non sono più così stupido da credere si tratti di questioni terrene. Sono anni che forzo porte, batto terreni accidentati, mi scontro con le anomalie burocratiche e l'ho sempre spuntata. Ci dev'essere un'altra ragione per cui sono di nuovo su questa panchina; apparentemente, per chi passa, a godermi la frescura della sera, in realtà a cercare di capire questo frammento della mia vita che mi è sfuggito di mano. Questa ricerca sfumata nel nulla; questo vano tentativo di allontanarmi da ventinove metri quadrati e da un violoncello ingombrante trasformatosi in un roboante insuccesso. Certo il fallimento ha provocato conseguenze inaspettate e ha innescato altri avvenimenti ma c'è una parte di me che chiede un chiarimento o un segnale.
Sono certo non proverrà dalle persone quindi sono qui a consumare la notte e a affinare i sensi per tentare di captare un messaggio. L'addio l'avevo già dato, ciondolando sull'altalena come un bambino. Esprimendo le mie necessità unite al mio rammarico. Nella mia vita non ho mai dato nè ricevuto seconde occasioni. Le ripetizioni mi stancano e frustrano le mie aspettative. Non c'è tempo per le ridondanze che, in questo caso, sono fautrici di incertezze. Vorrei essere altrove e invece mi tocca setacciare i dintorni per cogliere un messaggio o per raccoglierne i pezzi da decodificare in seguito in  un sogno rivelatore. Se non lo faccio anche il futuro ne risentirà.  L'avrei  dovuto capire: gli addii non sono mai a senso unico e anche i luoghi, a quanto pare, hanno diritto in materia. 

sabato 5 marzo 2016

我想学中文

Cosa mi rende più felice in questi giorni? Tornare dal lavoro e aprire il mio quaderno di cinese. Quell'ora piacevole in cui abbandono la quotidianità per gettarmi in un mondo nuovo. Una realtà che più di una volta ha attraversato la mia vita in forme diverse: inizialmente erano i romanzi introvabili di P. S. Buck. Allora avevo il tempo di perdere i pomeriggi nei mercatini di libri e trascorrere ore a parlare con il proprietario mettendo a soqquadro le bancarelle. Poi è arrivata Lu En e la mia dieta si è arricchita delle prelibatezze della cucina di Canton. Gli gnocchi di riso alla piastra li ho rivisti in un ristoranti cinese di Oakland. Erano anni che non ne mangiavo perché in Giappone non li trovavo da nessuna parte. E come dimenticare l'Istituto Italo Cinese con Yari, Francesca e Karina come compagni. Allora si studiava il giapponese ma dall'altra sala proveniva un canto cadenzato dalla voce severa del professore: si esercitavano con i toni mentre noi sognavamo prelibati piattoni di sushi. Vedo le lingue straniere tingersi di una bellezza propria priva di qualsiasi sfumatura strumentale. Il comunicatore che c'è in me soccombe al fascino di un suono incomprensibile proprio perchè tale è. La mia vita si arricchisce di una nuova sfida ardimentosa. Cerco compagni di viaggio per abbandonarsi all'insondabile delle espressioni simboliche e fonetiche del mandarino. In un ambiente caldo e ospitale: la scuola di Sancha.



lunedì 15 febbraio 2016

新しい講座開講の知らせ

4月から早稲田エクステンションセンターにて担当させていただく「入門イタリア語」と「中級イタリア語」の受付開始日が迫っているので講座の情報を公開します。関心のある方々に是非下記のリンクをご覧になってください!皆さんをお待ちしております!ゲームをやりながら、イタリア語を勉強しましょう!

domenica 3 gennaio 2016

Abbandonata

Dicono tutti che sarà un'impresa impossibile. Probabilmente lo è e non avrà nulla a che fare con me. Oggi però camminando per quella stradina sono stato investito da un fascio di ricordi che non erano miei ma di un paese intero. E l'intensità è stata tale che ho sognato di poter fare qualcosa. Pulsante in quel groviglio di rovi che si estende fin dove arriva la vista: una villa abbandonata. Mostrava ancora i segni dell'antica bellezza. Le piante e i rampicanti la percorrevano selvaggi fondendosi con il parco circostante in una matassa verde da fare invidia alle parrucche francesi del settecento. Quasi a volerla preservare e proteggerla nel tempo. Non c'era l'oppressione delle spine del castello della Bella Addormentata. Valore monetario a cinque zeri, in aggiunta la cifra necessaria a bonificarla sempre a cinque zeri. A sentire questi numeri da capogiro tutti i buoni propositi si arrestano e tornano sui propri passi. Lo sguardo di mia madre però  si faceva strada oltre la barriera verde come se potesse scorgere qualcosa che io non potevo vedere. Allora ho capito che lei quella cancellata arrugginita l'aveva attraversata. Aveva goduto degli zampilli della fontana in rovina durante la calura estiva. C'era un legame tra lei e la casa. Tra gli abitanti  di sempre del paese e quel luogo, che costituiva un'ampia porzione della contrada. Quanti ricordi sepolti di un'era opulenta, dove esisteva un padrone volenteroso e una schiera di giardinieri che si occupava della manutenzione della magione. Ho pensato che sarebbe bello poter restituire quei ricordi sigillati ai legittimi proprietari. Ricongiungere chi c'è ancora e chi c'è stato in una passeggiata fuori dal tempo. Rendere la proprietà nuovamente accessibile, questo è il mio desiderio più grande. Per chi come menon l'ha mai conosciuto quel ricettacolo di ricordi. 



venerdì 1 gennaio 2016

O Partenope!

Notte. Abbondanza. Pizza. Ospitalità. Lungomare. Ischia. Parlo di Partenope. Un'esperienza per mettere in discussione tutte le convinzioni inculcate da una cultura nord centrica capace solo di condannare. Mi trovo in Italia ma è come se fossi altrove. Ed è molto più bello. Più tragico. Più vissuto. I pensieri delle persone aleggiano nell'aria e qualcuno li raccoglie in questa città. Ma è molto più dell'immaginare e assecondare quello che l'altro si presume desideri. È intervenire nella sua vita: modificare il corso di una giornata con un incontro significativo. Stringere la mano forte senza paura di essere travolti. Esiste il pericolo di essere derubati, ma è solo uno dei possibili estremi. In mezzo una sfumatura vivace di colori che ti colpisce in ogni angolo, ad ogni strada in ogni volto. E guardali questi napoletani se ti lanciano uno sguardo: non ti farà male perderti nei loro occhioni espressivi, gioviali, sentimentali. Ci sono le code anche a Napoli per mangiare la pizza e i ristoratori non conoscono orario fisso di chiusura per soddisfare i clienti affamati. Una fiumana umana si riversa in strada e l'energia della terra infonde calore nelle viuzze del centro fino a tarda notte. E le tue compagne di viaggio che ti guidano per la loro terra, assecondando le tue incertezze, colmando le tue lacune, trasformandosi in persone del posto; rivelando una vitalità che tu pensavi di aver compreso fino in fondo frequentandole  e che invece si amplifica e le arricchisce, mentre tu ti meravigli di quanto affetto tu possa ricevere in soli due giorni. I luoghi contano; e anche le persone. L'energia si crea nella sinergia fra queste due variabili. Napoli. Ilaria. Sonia. Ho una mappa nuova del mondo, una nuova visione delle cose. Grazie