lunedì 26 gennaio 2015

Il valore di un inkan

Ci sono aspetti di questo paese che mi sorprendono ancora dopo cinque anni di permanenza. Nella buona e nella cattiva sorte. 
Gennaio è un mese dispendioso: tanti pagamenti e conseguenti prelievi. Un giorno la carta ha smesso di funzionare. Strisciata su ogni superficie, infilata in ogni fessura i dati su di essa impressa risultano illeggibili. I contanti diminuiscono sensibilmente fino a sparire, obbligandomi a rivolgermi alla banca per sostituire la carta. Una procedura semplicissima a patto di avere l'inkan con il quale avevo aperto il conto nel 2009. L'inkan è un timbro personalizzato sul quale sono impressi i caratteri ideografici del cognome (normalmente) e che viene usato con il valore di una firma. Essendo straniero, avevo due possibilità: o imprimerci sopra il nome nell'alfabeto katakana che viene usato per le parole provenienti dall'estero, ipotesi poi scartata per la  sua lunghezza  impossibile da riprodurre sulla superficie del timbro; o in alternativa, utilizzare una sigla fittizia. I miei ex colleghi si erano cimentati nella realizzazione di un'inkan artigianale, su cui era riportatata la scritta 我武 (Io, guerriero). Sta di fatto che nei numerosi traslochi abbia perso di vista il timbro, perché di fatto dopo quella volta, non l'avevo mai usato. Mi reco in banca speranzoso ma non bastano il passaporto, la carta di soggiorno, il libretto della banca a far valere le mie ragioni. Per avere una nuova carta serve l'inkan. Chiedo se posso passare dal sistema del timbro a quello della firma, ma per farlo devo avere l'inkan. O posso denunciare lo smarrimento dell'inkan e sostituirlo con uno nuovo, con il nome che desidero, non importa cosa c'è scritto sopra. Sono avvilito e allo stesso tempo divertito. Mi stanno dicendo in breve che i miei documenti non giustificano la possibilità di esercitare i miei diritti sul conto quanto un timbro, decisamente più scenografico ma recante un'informazione fittizia e avulsa da qualsiasi logica. Siccome ci metterei settimane a cercare il vecchio inkan, secondo questa direttiva,  non mi rimane altro che crearne un altro. È finito il tempo dei samurai: il prossimo nome sarà ancora più altisonante 我将軍 (Io, shōgun) e spero provochi almeno un risolino che,  nella sua debolezza, in Giappone rimane pur sempre l'espediente migliore per innescare un cambiamento.

lunedì 19 gennaio 2015

Kira la giocherellona

Non sono mai stato fortunato con i giochi da tavola. Da piccolo i miei amichetti preferivano le attività all'aria aperta. Di certo non potevo biasimarli, eravamo circondati da una natura meravigliosa. I nostri genitori non avevano tempo di badare a noi e lasciarci svagare allo stato brado fino a sera era per loro una benedizione. Tornavamo a casa stanchi e pronti per intraprendere un altro viaggio: questa volta, scaldati dal calore di una coperta e scortati dalle parole di una fiaba in direzione del mondo dei sogni. Con la mia deliziosa cuginetta era un problema giocare, perchè se non vinceva si arrabbiava: valeva la pena rassegnarsi in quanto rischiavo di perdere una valida alleata per le liti di cortile con le fazioni degli altri bambini. Io però non demordevo e nei giorni di festa sgomberavo la tavola dagli avanzi di cibo per fare spazio alla plancia da gioco. Cercavo di accalappiare i nuovi ospiti perché si sarebbero sentiti obbligati di intrattenersi con me dopo aver goduto del lauto pranzo che mia madre gli aveva servito. Il problema è che non prendevano sul serio la sfida e tantomeno un avversario bambino come me: mi lasciavano vincere semplificando le regole che peraltro conoscevo a memoria. A sedici anni trovavo piacere nei giochi come il poker: giocavamo a tarda sera, prima di addormentarci a casa dell'uno o dell'altro, disordinati adolescenti con il desiderio di ricreare la bisca clandestina. Ero fortunato e riuscivo a raggranellarmi sempre i soldi per il pranzo del giorno dopo. Il fatto però è che ambivo a mondi che sconfinassero la monotonia delle carte. I doungeon dei mondi fantastici, le indagini di Scotland Yard, i delitti in una casa inglese del secolo scorso, le trappole di un castello stregato... Al lavoro progettavo giochi ma le regole dovevano essere così semplici da essere spiegate senza l'ausilio delle parole. Poi sono arrivato in Giappone ed era tutto nuovo: le cose, le persone. Non c'era più tempo. Ho dimenticato quella parte di me, il giocatore, perché tutti e tutto vi si erano opposti. Le priorità erano altre, troppi impegni e le scatole troppo ingombranti per affrontare un viaggio intercontinentale. Devo ringraziare una persona, che mi conosce forse meglio di chiunque altro e mi stuzzica in modo benevolo come un gatto dispettoso. Che incoraggia i miei lati difettosi e aiuta a colmare le mie lacune. Per lei, ricomincerò a giocare. Forse presto ci dovremo separare ma fino ad allora cercherò di essere un avversario all'altezza delle aspettative. Grazie Kira

giovedì 15 gennaio 2015

Sette mesi di TI

È passato quasi un anno da quando ho cominciato a scrivere su The Incipit. Ho iniziato per ragioni legate alla mia ricerca sulle digital fiction, ma camuffata era la mia volontà di superare l'annotazione fine a se stessa, la storia confezionata in una pagina e ricamata a puntino, senza sbavature. Con troppi punti interrogativi però. E mai interconnessa alle altre. Avevo paura di cimentarmi in qualcosa di più grande, mi giustificavo con la ricerca di nuovi temi che però si esaurivano sempre in una facciata. La paura di soffermarmi lucidamente su qualcosa, di sviscerarne le complessità, di conviverci nel bene e nel male. Ogni storia ha i suoi alti e bassi: io la appiattivo, riducendola ad un schizzo immediato e magari piacevole, ma incompleto. La tecnologia mi ha svezzato, meglio di una scuola di scrittura. La necessità di emergere in quella giungla di storie, di far sentire la mia voce e di essere apprezzato da qualcuno, unita ad una riflessione costante sulla generazione di un racconto esteso che la piattaforma digitale mi vincolava a scrivere, ha permesso il salto di qualità. Il continuo confronto con i lettori, gli insegnamenti, le ore passate in treno a scrivere e a riscrivere, a commentare e a leggere ciò che gli altri scrivevano, a moderare  e censurare i miei feedback che sarebbero stati giudicati troppo aggressivi e a comprendere le dinamiche di generazione di un racconto corale mi ha sfinito. Le inevitabili costrizioni erano tali che ad un certo punto mi sono allontanato. Con la consapevolezza, però,di poter approdare in altri lidi.

lunedì 5 gennaio 2015

Un'inquietante simmetria- Audrey Niffenegger

Ho deciso che quest'anno scriverò delle cose che mi piacciono. 

Erano mesi che non mi capitava di restare incollato ad un libro nel cuore della notte. Sarà che ultimamente utilizzo il tablet per la lettura e la mia vista dopo una certa ora cede e soccombe allo schermo luminoso: avere fra le mani un esemplare cartaceo- il fruscio delle pagine, la possibilità di quantificare la materia letteraria che si assimila, l'odore della carta- mi ha permesso di continuare a leggere ad oltranza. La casa era immersa nel silenzio e io vagavo con le gemelle Poole in quel di Londra. 

"Un'inquietante simmetria" è un libro speciale. Delicato. Diverso dal suo predecessore "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo", di cui non riuscivo a calcolare i colpi di genio e gli eccessi. Un libro che contemporaneamente racconta di un viaggio intercontinentale, di un trapasso dalla vita alla morte e di una passeggiata per le strade londinesi. Stupisce poi che non ci siano personaggi principali e secondari, buoni e cattivi: tutti con le loro stranezze e  eccentricità riescono a conquistarsi un posto nel cuore del lettore. Questo groviglio di generazioni che abita le stesse stanze in tempi diversi; questi gesti passati che hanno conseguenze future su persone che senza saperlo nè volerlo sono la copia dei propri predecessori. Una casa che si affaccia su un cimitero, come la mia in Giappone a Koenji. Nostalgia di un gemello che non ho mai avuto.