lunedì 9 novembre 2015

My Bibliofile

Sto cercando di tracciare in formato cartaceo le mie memorie virtuali in fatto di letture e cinema o telefilm. Il flusso di dati apparentemente incontrollato necessita di una sistemata: ricordare cosa si fa, quando e con chi senza ricorrere ai social media. Facebook è una timeline ordinata e assolutamente efficace ma si esaurisce nei territori off line della quotidianità e per di più richiede un'operazione di ricerca estenuante per risalire a qualcosa che lì per lì magari neppure si ricorda. Per dirla tutta: Facebook serve agli altri per sapere cosa facciamo, meno a noi per recuperare il bandolo di quella matassa disordinata che è la nostra vita. Vorrei spendere una parola scritta su carta per ogni cosa vista, letta e magari anche mangiata. Non dimentico le persone così facilmente come avviene per contenuti consumati passivamente. Gli esseri umani sono un investimento attivo nell'esistenza di una persona. Non ti piombano addosso: ci parli, li conquisti piano piano. Un brutto film non può fare male come una persona cattiva. Questo fortunatamente vale anche per le esperienze positive. Annoto su un taccuino le sensazioni belle e brutte, le frasi significative che ricavo da una lettura in digitale e cerco di essere sintetico perché la carta si consuma e il quadernetto ha solo 25 pagine libere. Arriverà un giorno in cui un amico mi chiederà di tale lettura o di talaltro film. Allora sarò in grado di rispondere senza esitazioni di sorta. Tra le mani il libricino e le sue pagine sgualcite. Sicuro al tatto individuerò il punto in questione. Sarà come tornare al momento in cui ho scritto l'annotazione, rivivere l'attimo in cui ho preso la penna in mano e ho scelto calibratamene le parole per descrivere cosa sentivo. Chissà poi,  a distanza di tempo, potrei avere cambiato idea. Forse sorriderò vedendo quel mio buffo me stesso di anni prima esprimere con fervore qualcosa che non c'è più, si è perso e dissipato. Capita anche questo, quando il fuoco dell'esistenza cambia. Basterà tirare una riga e dimenticare quella pagina. O magari redarre un diario per i cambiamenti di opinione... Volevo solo semplificare, invece mi accorgo che potrei complicarmi la vita. Forse è l'oblio che mi spaventa. Tutto ciò che non viene ricordato e che sopravvive senza un nome.  E se esistesse un mondo di cose dimenticate?  Non basterebbe un quaderno per annotarle e forse non parlerebbero neppure più la nostra stessa lingua. 

sabato 7 novembre 2015

Ti ho amato e sono felice tu sia felice (ai tempi della rete)

Sto andando alla deriva. Sono reduce da un lungo sonno forzato. Un sonno anticipatore di notizie sensazionali che avrei sgranocchiato insieme alle medicine una volta sveglio sulla timeline di Facebook. È la parte più insondabile del mio cervello a generare tali proiezioni rivelatrici sul futuro? È il potere di Facebook e della moltitudine delle connessioni che crea a risvegliare e suggerire itinerari possibili che una volta battuti solo con il pensiero si avverano? O è la forza di un legame solido  che si instaura fra due persone e valica tempo e spazio a materializzarsi in una folata di vento improvvisa, una riflessione sulla propria vita da un certo punto a un altro avviata in un momento decisivo a raggiungere l'altra persona di soppiatto e a renderla consapevole di quello che sta accadendo da tutta un'altra parte? E soprattutto quale dev'essere la mia risposta se non tentare di rintracciare chi da così lontano mi ha mandato un messaggio? Per accertarmi se tali segnali onirici hanno un riscontro nel mondo reale, devo comunque affrontare il virtuale. Apro il social network e non trovo il suo nome. Se non sei su Facebook non esisti. Non voglio credere a queste assurdità e la cerco nel riverbero della luce che ha generato di riflesso nelle vite degli altri. Scopro che cosa fa, che sta bene osservando chi gode della sua presenza nel quotidiano. Confermo la notizia e mi chiedo perché. Potrei provare a raggiungerla nuovamente nei sogni, ma questo metodo è tutt'altro che infallibile. Mi affido al flusso casuale di informazioni della rete. Agli algoritmi che prescrivono a chi e quando trasmettere le informazioni. Non c'è fretta data la lontananza. Piuttosto che pensare a una battaglia persa in partenza, spero che le mie riflessioni attivino una risposta di qualcuno che appartenga alle nostre cerchie e legge queste righe. Perché un giorno raggiungano a destinazione. Sotto le spoglie di un fascio di bit in formato testuale o di un'onda elettrica che stimola un neurone durante il sonno. L'amore ancestrale che ai tempi di internet si materializza nel linguaggio della rete. Il messaggio è semplice: "Ti ho amato e sono felice tu sia felice": la trasmissione un po' meno.





sabato 31 ottobre 2015

Quelle notti per una notte

Il ricordo è così forte da costringermi alla scrivania: si ricompone attraverso una serie di immagini così nitide da darmi l'illusione di poter partecipare un'altra volta. Quella notte ad Halloween. E non è stata solo una notte, ma una città. E le persone in quella città: mai le stesse e sotto tetti diversi. Sono su un tram in corsa nella notte : questa scena esiste in una foto da qualche parte in questo fottuto archivio digitale. Perché ad Halloween si diventa cattivi e per placarsi serve il vino a fiotti. Che finisce per macchiarti i vestiti come se ti fossi trasformato nella vittima di un vampiro assetato di sangue. Quel cimitero che bazzicavo alla luce del giorno, inviolabile di notte. Ci passavi vicino e sentivi l'alito dei morti. Soprattutto quella sera di ottobre: staccavo dal call center, i vestiti e i trucchi nella borsa, lì a morire dal freddo in attesa del passaggio in macchina. Ero pronto a tutto quella notte come mai nelle successive che sarebbero trascorse fino all'occasione seguente. Le luci mi avevano abbagliato e per un attimo mi ero sentito annullato nella mia banalità. Mi ero spogliato e rivestito veloce, mentre il bolide sfrecciava e la cenere di sigaretta si disperdeva nell'abitacolo intossicandoci al punto giusto senza esagerare: una tosse leggera, una piccola devastazione che avrei patito il giorno dopo sotto forma di raucedine alla cornetta mentre mi accingevo a vendere contratti telefonici. In quel momento era la mia ultima preoccupazione, io che vestito a puntino giocavo con la giarrettiera di L. e lei invano provava a truccarmi. Marcava linee sul mio volto che nascevano già sbavate e imperfette. Mi vedevo riflesso nello specchietto retrovisore. Bello non potevo diventarlo, né tantomeno terribile. Cullarsi in quel perenne stato di imperfezione amplificato da un trucco sbilenco. Meglio poi se si trattava di un casolare abbandonato ad accoglierci: uno di quelli annoverati nelle leggende che alimentavano le cospirazioni contro la nostra città e il suo legame con la magia. Tutto questo vortice di emozioni è qui ora davanti a me, nel palmo della mia mano. Ma non riesce più ad assorbirmi dentro di sé. Rimango fuori a guardare quello che è stato come se si trattasse di una candela che si consuma inesorabile e che non posso in alcun modo ravvivare. È buio pesto, manca poco alla mezzanotte. Si avvicina l'ora degli spiriti e io guardo ipnotizzato fino a che anche l'ultimo alito di vento si disperde. Sarebbe plausibile che in una metropoli di venti milioni di abitanti qualcuno bussasse alla porta reclamando un dolcetto. Si è liquefatto nella mia tasca e mi diverto a cercare con il tatto quella sensazione sgradevole di cioccolato sciolto. Sorrido dolente e cerco una rivincita: una qualsiasi e a breve termine. Non eclatante ma che sia ancora una volta capace di portarmi sulla cattiva strada. Per una notte.

Writing Soundtrack

Patience Ólöf Arnalds
We Float PJ Harvey
The Spirit of Juliet Miho Hatori
Kate Nash Little Red
Differencia Tujiko Noriko
Strokksevri Jonsi & Alex
Drink, Little Girl Maximilian Hecker
Makes Me Wanna Die Tricky
Tere Bina Zindagi Ze Kishore Kumar

giovedì 24 settembre 2015

Un luogo per scrivere

Qualcuno sa dov'è il luogo adatto a scrivere? Al Tully di Shinjuku Sanchome avvengono quelli che chiamo "i miei terremoti interiori". C'è una persona che riesce a guardarmi dentro e a svelarmi cosa vede nel tempo di un caffè: concisa e diretta porta un po' d'ordine nella mia confusione interiore. Sono piccole scosse che mi restituiscono alla strada maestra. Sono parole di conforto il cui significato arriva dritto al cuore. Esco dal locale pieno di buoni propositi, perchè il messaggio è lì, stampato sulla torre Docomo a caratteri cubitali e dice: "Scrivi che tanto è già tutto dentro di te". Da quel momento ricomincia ancora più agguerrita la lotta con questa città che fa di tutto per dissuadermi dal mio intento. Le mie energie creative si disperdono negli infiniti cunicoli di scorrimento obbligato che mi consentono lo spostamento da una parte all'altra. Brillanti, impeccabili, puntuali i treni mi inghiottono e mi sputano fuori come un cibo mal digerito. Ho provato a scrivere in balia del movimento, ma è un'attività distratta e nevrotica che distorce qualsiasi piacere uno provi nel cimentarsi in questa operazione. Poi ci sono gli stimoli esterni fonti di distrazione più che d'ispirazione: le luci al neon, i rumori, la gente. Il mio essere sociale a tutti i costi e l'incapacità di autolimitarmi. Insomma la penna e la metropoli cozzano e la casa  è troppo fragile per fare finta che Tokyo non esista oltre la porta. Quando poi si presenta la possibilità di scrivere per qualcosa che conta davvero, l'impossibilità di esternare liberamente su uno spazio fisico i propri pensieri e le proprie emozioni, finisce per comprimerli e accartocciarli dentro fino a farli sparire chissà dove. Una volta perduti poi, difficilmente si recuperano. Forse dovevo semplicemente nascere in un'altra epoca. Conoscere la propria missione in questo mondo e avere la consapevolezza di svolgerla solo in modo limitato, mi rende una persona mediocre. Un giorno, solo un altro giorno, poi cambierà- continuo a ripetermi. Come risultato,un'altra pagina che potrebbe essere riempita rimane bianca e immacolata.

sabato 25 luglio 2015

Un paragone azzardato

Stasera è una serata in cui volevi semplicemente stare all'aria aperta sorseggiando una birra ghiacciata parlando con qualcuno. Questo desiderio è nato spontaneo dopo una giornata proficua al lavoro. Uno di quei giorni in cui ti senti in sintonia con il mondo nonostante l'afa circostante, l'asfalto che fuma e i treni sovraffollati. Oggi anche Tokyo sembrava più ospitale nonostante tutto. Poi ti rendi conto che è impossibile sulla via del ritorno. Poche le persone che vuoi realmente sentire e per di più  irraggiungibili. L'opzione fuochi d'artificio è da scartare perché sono le otto e tu ti trovi dalla parte sbagliata della città. Decisamente in ritardo sull'inflessibile tabella di marcia che regola lo scoppiettio nei cieli della fetta privilegiata. Preghi il tuo angelo custode nel tragitto verso casa. Che movimenti la tua vita. E lui infallibile ti esaudisce. Nell'atrio della stazione vedi due italiani. Due conoscenti, brave persone. Le saluti scambi quattro chiacchiere. Siete tutti nello stesso posto, agognanti per un posticino al fresco e qualcosa da sgranocchiare. La scintilla non scatta. Dovevi osare e farti strada nei loro programmi. Invece esiti nonostante il terreno spianato. Così rimani solo con una lattina di birra e dei takoyaki su una panchina a meditare. Le cose qui non accadono naturalmente. Occorre spingere moderatamente finché la ruota cominci a girare. Normalmente sei talmente assuefatto che ti lasci cullare da vagoni in corsa senza prendere la briga di stabilire la direzione e la durata del percorso: da un treno in corsa all'altro, senza movimenti inutili. Quando però torni dall'estero ti accorgi che questo meccanismo è difettoso perché qualcosa in te si sta progressivamente assopendo. Abiti a quindici minuti da Shimokitazawa, uno dei quartieri più vivaci per gli stranieri e sei sempre troppo stanco per allungare il percorso. Raggiungi le tue quattro mura e rifiuti di dormire per non dimenticare quello che ti sta succedendo ora: è un momento così prezioso, in cui afferri verità che normalmente ti sono precluse, che non ti va di dormire. Vorresti rimanere sveglio tutta la notte per capirci qualcosa di più. Un po' come capita  per tutt'altro motivo in Italia, di notte, sulla spiaggia, quando ti rifiuti di chiudere gli occhi per la bellezza e il calore che ti circondano. Un paragone decisamente azzardato.

martedì 12 maggio 2015

Rody è tra noi e tra le stelle

La stazione di Tokyo da oggi è gremita da un'orda di cavallini vivaci. 

La storia di Rody approda finalmente nelle librerie e con essa una vasta gamma di gadget di uno dei giocattoli più amati dai bambini giapponesi. Il cavallino è un purosangue italiano nato dalla fantasia di Ledraplastic: anche la storia è tutta italiana.

La tavolozza di Philip Giordano e la penna del sottoscritto hanno confezionato una storia di fantasia adatta sia ai grandi  sia ai più piccini. 

Rody, Sara, Luca e tutta la ciurma catapultati in un'avventura entusiasmante dove la magia è elemento risolutivo e indispensabile per la riuscito del viaggio. Un'esplorazione lunare che si trasforma in una dolce merenda in compagnia di esseri alieni e stelle cadenti. 

Da oggi fino al 26 maggio a Tokyo Station si puo incontrare Rody e gli amici che compongono il suo inimitabile universo. 

Festeggiamo insieme l'arrivo di "Rody tra stelle"!!

#rody #rodytohoshitachi #gabrielerebagliati #pilipogiordano #rodystore






mercoledì 29 aprile 2015

Figli- Pearl S. Buck

Sono passati ventidue anni e ho avuto finalmente l'opportunità di avventurarmi ancora una volta nel mondo della scrittrice Pearl S. Buck. Ricordo ancora la piccola biblioteca polverosa della scuola media "Della Rovere"e l'impegno profuso dalla mia insegnante di italiano di arricchirla di volumi capaci di scatenare l'interesse di una classe di marmocchi non ancora adulti che si affacciavano per la prima volta sul mondo. Io avevo scelto la Cina, Enrica il Giappone. E quel libro, così diverso da quello che ero e da quello che sono ora aveva ciononostante contributo alla mia crescita morale e intellettuale. Ci sarebbero stati altri incontri ravvicinati con bacchette, ideogrammi e autori che decantavano il "Paese di mezzo", ma la mia fatale attrazione per l'Oriente era scaturita dalle pagine di quel volume, già tutto ingiallito all'epoca. Dimenticato poi per le vicissitudini di un quarto di secolo, torna nelle mie mani come un miracolo sotto le sembianze della sua naturale prosecuzione. Forse doveva passare tutto questo tempo perché potessi apprezzarlo al meglio. Forse questo capitolo della saga di Wang Lung è comparso così all'improvviso per rivelarmi qualcosa di importante. Lo ha portato mia madre nella sua prima incursione in Giappone. Un libro dal titolo "Figli, incentrato sulle  storie di una famiglia problematica. Quelle atmosfere, inseguite e mai trovate perché datate al secolo scorso, tornano nella mia vita e addolciscono i faticosi tragitti in treno. Questa meraviglia è costata alla scrittrice un premio Pulitzer. So ancora così poco di lei ma divoro rapidamente le pagine di questo volume, sempre troppo breve, ancora una volta apparentemente insostituibile.


lunedì 20 aprile 2015

Dieci dicembre

Perché non scrivere un pensiero notturno prima di abbracciare il guanciale? Le giornate scorrono veloci piene di accadimenti degni di menzione. Riflessioni quotidiane sul posto dove vivo, sulle persone che incontro, sui progetti che sto portando avanti. Illuminazioni intermittenti da catturare in parola e condividere con chi come me si sente un po' oppresso dalle dimensioni di questa megalopoli o chi, invece, la sogna come meta delle sue prossime vacanze. 
Vorrei parlare di Umberto Maria Giardini, del Simposio di Etnografia all'Università di Liverpool e di tanto altro ancora... Questo pomeriggio, riparato da una pioggia scrosciante, ho rispolverato la lettura di un libro di racconti che mi aveva catturato qualche anno fa alla FNAC di Torino quando ancora era aperta.

George Saunders è l'autore di questa bellissima raccolta di racconti brevi (Dieci dicembre). Il dieci dicembre è una data qualsiasi; troppo presto per essere Natale, tutti intenti a chiudere i conti dell'anno appena trascorso. Vite sospese in attesa di un cambiamento vengono ritagliate e giustapposte nelle pagine del libro. Un' America così diversa dall'immagine veicolata dalla TV. Un paese prevalentemente rurale ancora in preda agli spettri della guerra. L'instabilità che regna nei cuori dei protagonisti delle varie storie è ben diversa dal rassicurante sogno americano regalato dai sorridenti Barbie e Ken. Lettura frammentata e disorientante che si compone all'improvviso nella forma di un mosaico espressivo nel cuore di chi legge.


Per chi sopravvaluta l'America o la vuole vedere senza passare per il tubo catodico.

lunedì 23 febbraio 2015

Disintossicazione

Si può sbagliare premendo su un tasto. La mia destinazione è rimasta la stessa ma è la tratta ad essere cambiata. È stata una questione di un attimo, una leggera pressione con il puntatore del mouse posizionato sul bottone errato. Il computer modifica la vita delle persone e con un click l'impensabile può pioverti addosso come una tempesta improvvisa. Tutti questi dati da immettere ovunque, tutti questi terminali luminosi e insaziabili predatori di informazioni hanno iniziato a stancarmi. Questi oggetti che mi porto sempre dietro sono ben diversi dagli amici che vi parlano attraverso da continenti lontani. Mi illudono che tutto sia vicino, a portata di mano. Ma non è così. Hanno cominciato a ferirmi. Prima era la stanchezza dei miei occhi la notte, provati da un terminale sempre acceso nonostante le luci di casa fossero spente da un pezzo. Poi sono stati i calli sulle dita quando scrivevo imperterrito i miei racconti sul touch screen del cellulare. La mia mano troppo piccola per impugnare l'iPhone 6 plus, che, inesorabilmente sfuggiva dalla mia presa ad ogni scossone in treno. Ora è un senso di spossatezza che nasce quando il mio cervello li cerca per connettersi alla giungla della rete e spinge il corpo stanco a impossessarsene con bramosia. Vorrei avere un paio di ore al giorno in cui bandire tutti questi oggetti. Sostituirli con una faccia sorridente o una luna piena da ammirare. La chiamo disintossicazione. E vorrei cominciarla ora, dopo aver scritto queste righe. 

lunedì 26 gennaio 2015

Il valore di un inkan

Ci sono aspetti di questo paese che mi sorprendono ancora dopo cinque anni di permanenza. Nella buona e nella cattiva sorte. 
Gennaio è un mese dispendioso: tanti pagamenti e conseguenti prelievi. Un giorno la carta ha smesso di funzionare. Strisciata su ogni superficie, infilata in ogni fessura i dati su di essa impressa risultano illeggibili. I contanti diminuiscono sensibilmente fino a sparire, obbligandomi a rivolgermi alla banca per sostituire la carta. Una procedura semplicissima a patto di avere l'inkan con il quale avevo aperto il conto nel 2009. L'inkan è un timbro personalizzato sul quale sono impressi i caratteri ideografici del cognome (normalmente) e che viene usato con il valore di una firma. Essendo straniero, avevo due possibilità: o imprimerci sopra il nome nell'alfabeto katakana che viene usato per le parole provenienti dall'estero, ipotesi poi scartata per la  sua lunghezza  impossibile da riprodurre sulla superficie del timbro; o in alternativa, utilizzare una sigla fittizia. I miei ex colleghi si erano cimentati nella realizzazione di un'inkan artigianale, su cui era riportatata la scritta 我武 (Io, guerriero). Sta di fatto che nei numerosi traslochi abbia perso di vista il timbro, perché di fatto dopo quella volta, non l'avevo mai usato. Mi reco in banca speranzoso ma non bastano il passaporto, la carta di soggiorno, il libretto della banca a far valere le mie ragioni. Per avere una nuova carta serve l'inkan. Chiedo se posso passare dal sistema del timbro a quello della firma, ma per farlo devo avere l'inkan. O posso denunciare lo smarrimento dell'inkan e sostituirlo con uno nuovo, con il nome che desidero, non importa cosa c'è scritto sopra. Sono avvilito e allo stesso tempo divertito. Mi stanno dicendo in breve che i miei documenti non giustificano la possibilità di esercitare i miei diritti sul conto quanto un timbro, decisamente più scenografico ma recante un'informazione fittizia e avulsa da qualsiasi logica. Siccome ci metterei settimane a cercare il vecchio inkan, secondo questa direttiva,  non mi rimane altro che crearne un altro. È finito il tempo dei samurai: il prossimo nome sarà ancora più altisonante 我将軍 (Io, shōgun) e spero provochi almeno un risolino che,  nella sua debolezza, in Giappone rimane pur sempre l'espediente migliore per innescare un cambiamento.

lunedì 19 gennaio 2015

Kira la giocherellona

Non sono mai stato fortunato con i giochi da tavola. Da piccolo i miei amichetti preferivano le attività all'aria aperta. Di certo non potevo biasimarli, eravamo circondati da una natura meravigliosa. I nostri genitori non avevano tempo di badare a noi e lasciarci svagare allo stato brado fino a sera era per loro una benedizione. Tornavamo a casa stanchi e pronti per intraprendere un altro viaggio: questa volta, scaldati dal calore di una coperta e scortati dalle parole di una fiaba in direzione del mondo dei sogni. Con la mia deliziosa cuginetta era un problema giocare, perchè se non vinceva si arrabbiava: valeva la pena rassegnarsi in quanto rischiavo di perdere una valida alleata per le liti di cortile con le fazioni degli altri bambini. Io però non demordevo e nei giorni di festa sgomberavo la tavola dagli avanzi di cibo per fare spazio alla plancia da gioco. Cercavo di accalappiare i nuovi ospiti perché si sarebbero sentiti obbligati di intrattenersi con me dopo aver goduto del lauto pranzo che mia madre gli aveva servito. Il problema è che non prendevano sul serio la sfida e tantomeno un avversario bambino come me: mi lasciavano vincere semplificando le regole che peraltro conoscevo a memoria. A sedici anni trovavo piacere nei giochi come il poker: giocavamo a tarda sera, prima di addormentarci a casa dell'uno o dell'altro, disordinati adolescenti con il desiderio di ricreare la bisca clandestina. Ero fortunato e riuscivo a raggranellarmi sempre i soldi per il pranzo del giorno dopo. Il fatto però è che ambivo a mondi che sconfinassero la monotonia delle carte. I doungeon dei mondi fantastici, le indagini di Scotland Yard, i delitti in una casa inglese del secolo scorso, le trappole di un castello stregato... Al lavoro progettavo giochi ma le regole dovevano essere così semplici da essere spiegate senza l'ausilio delle parole. Poi sono arrivato in Giappone ed era tutto nuovo: le cose, le persone. Non c'era più tempo. Ho dimenticato quella parte di me, il giocatore, perché tutti e tutto vi si erano opposti. Le priorità erano altre, troppi impegni e le scatole troppo ingombranti per affrontare un viaggio intercontinentale. Devo ringraziare una persona, che mi conosce forse meglio di chiunque altro e mi stuzzica in modo benevolo come un gatto dispettoso. Che incoraggia i miei lati difettosi e aiuta a colmare le mie lacune. Per lei, ricomincerò a giocare. Forse presto ci dovremo separare ma fino ad allora cercherò di essere un avversario all'altezza delle aspettative. Grazie Kira

giovedì 15 gennaio 2015

Sette mesi di TI

È passato quasi un anno da quando ho cominciato a scrivere su The Incipit. Ho iniziato per ragioni legate alla mia ricerca sulle digital fiction, ma camuffata era la mia volontà di superare l'annotazione fine a se stessa, la storia confezionata in una pagina e ricamata a puntino, senza sbavature. Con troppi punti interrogativi però. E mai interconnessa alle altre. Avevo paura di cimentarmi in qualcosa di più grande, mi giustificavo con la ricerca di nuovi temi che però si esaurivano sempre in una facciata. La paura di soffermarmi lucidamente su qualcosa, di sviscerarne le complessità, di conviverci nel bene e nel male. Ogni storia ha i suoi alti e bassi: io la appiattivo, riducendola ad un schizzo immediato e magari piacevole, ma incompleto. La tecnologia mi ha svezzato, meglio di una scuola di scrittura. La necessità di emergere in quella giungla di storie, di far sentire la mia voce e di essere apprezzato da qualcuno, unita ad una riflessione costante sulla generazione di un racconto esteso che la piattaforma digitale mi vincolava a scrivere, ha permesso il salto di qualità. Il continuo confronto con i lettori, gli insegnamenti, le ore passate in treno a scrivere e a riscrivere, a commentare e a leggere ciò che gli altri scrivevano, a moderare  e censurare i miei feedback che sarebbero stati giudicati troppo aggressivi e a comprendere le dinamiche di generazione di un racconto corale mi ha sfinito. Le inevitabili costrizioni erano tali che ad un certo punto mi sono allontanato. Con la consapevolezza, però,di poter approdare in altri lidi.

lunedì 5 gennaio 2015

Un'inquietante simmetria- Audrey Niffenegger

Ho deciso che quest'anno scriverò delle cose che mi piacciono. 

Erano mesi che non mi capitava di restare incollato ad un libro nel cuore della notte. Sarà che ultimamente utilizzo il tablet per la lettura e la mia vista dopo una certa ora cede e soccombe allo schermo luminoso: avere fra le mani un esemplare cartaceo- il fruscio delle pagine, la possibilità di quantificare la materia letteraria che si assimila, l'odore della carta- mi ha permesso di continuare a leggere ad oltranza. La casa era immersa nel silenzio e io vagavo con le gemelle Poole in quel di Londra. 

"Un'inquietante simmetria" è un libro speciale. Delicato. Diverso dal suo predecessore "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo", di cui non riuscivo a calcolare i colpi di genio e gli eccessi. Un libro che contemporaneamente racconta di un viaggio intercontinentale, di un trapasso dalla vita alla morte e di una passeggiata per le strade londinesi. Stupisce poi che non ci siano personaggi principali e secondari, buoni e cattivi: tutti con le loro stranezze e  eccentricità riescono a conquistarsi un posto nel cuore del lettore. Questo groviglio di generazioni che abita le stesse stanze in tempi diversi; questi gesti passati che hanno conseguenze future su persone che senza saperlo nè volerlo sono la copia dei propri predecessori. Una casa che si affaccia su un cimitero, come la mia in Giappone a Koenji. Nostalgia di un gemello che non ho mai avuto.