lunedì 24 febbraio 2014

Brividi ancestrali

Prima di dimenticarlo offuscato dalle insignificanti preoccupazioni che mi scuotono quotidianamente e che si impadroniscono di una parte di me narcotizzandola e rendendola adatta alla vita in questa città. Prima di sprofondare nella banalità di questo vicinato in occasione di una corsetta al parco. Ieri è stata una serata speciale. Ho varcato la porta di quel locale per dare sfogo all'appetito. Nessun secondo fine, nessuna aspettativa. Non c'erano posti liberi, era venerdì sera. Invece di mandarmi via mi hanno fatto un posticino nel tavolo d'onore. Alla mia sinistra il console eritreo, alla mia destra quello congolese. L'aria era già animata di festa. Nemmeno per un attimo mi sono sentito fuori luogo. Proprio io, che stento a trovare il mio posto nel mondo, mi trovavo completamente a mio agio. Intanto per la stanza aleggiava musica di Okinawa accompagnata da uno strumento a corde africano. Sono stato invitato a ballare e ho assecondato il desiderio del mio interlocutore. Ho dimenticato qualsiasi cosa inerente alla mia vita di prima e mi sono lasciato andare, guidato da un ritmo tribale a tratti scatenato ma sempre percepibile come qualcosa di estremamente famigliare. Mi chiedevo da dove venisse tutto quel trasporto e pregavo non mi abbandonasse una volta lasciato il locale. Il telefono ha suonato tre volte. La prima volta l'ho soffocato nello zaino. La seconda volta ero in bagno e non ho sentito. La terza ero io a tenerlo in mano perché i treni non mi avrebbero aspettato per tutta la notte. Il mondo virtuale mi riporta alla realtà mentre è la musica a rapirmi. Dovevo fare il musicista.