venerdì 22 novembre 2013

Piani di fuga- da "Frammenti di un amore alieno"

Mi lascio tutto alle spalle. La città è abbastanza grande per tenerci lontani. Tornerò dopo la sua partenza. Così sono io ad andarmene per primo. E’ una magra consolazione ma è un gesto propositivo. Mi rifugio da Tessa: il necessario raccolto in una ridicola borsetta. E’ un addio definitivo a Saori. La casa la rivedrò dopo la discesa degli alieni. Se sarò ancora vivo. Stamattina sono entrato e uscito dal portone almeno dieci volte. Avevo dimenticato il modo di congedarmi. Per di più questa volta si trattava di una dipartita silenziosa. Saori e gli alieni avevano fatto troppo baccano. Quella casa aveva il pavimento salato a forza delle lacrime  versate. Tutti i piagnistei che non hanno portato a nulla. Lo strazio che mi trascinavo da una stanza all’altra. Impregnava le pareti. Era tutto stantio intorno. Faticavo a trovare una formula risolutiva. Purtroppo era un po' diverso dallo stipare nell'armadio gli abiti invernali nella mezza stagione e dimenticarli sperando in un tempo propizio. In questo caso le condizioni climatiche non c'entravano nulla. E il freddo ciclicamente sarebbe tornato mentre Saori sarebbe scomparsa per sempre. Fatto. Non ho dimenticato nulla. Misuro le distanze che mi separano dall'uscita.  Cerco di ricordare cosa c'è stato di bello in quell'appartamento prima di lei. E' come contare le pecore prima di addormentarsi. Un pensiero ad ogni passo.  
Uno. Bernardo cucina le polpette. 
Due. Ho in mano un cacciavite e monto la libreria del soggiorno.
Tre. E' sera e non ho ancora finito. Tessa è venuta a darmi una mano. 
Quattro. ...
Cinque. Con prepotenza si insinua e io tento di scacciarla. Questa immagine non c'entra nulla.
Sei. (Perdo l'equilibrio)
Sette. Mi hanno fatto uno scherzo telefonico dicendo che ho vinto un camper e io ho passato il pomeriggio a fantasticare su dove sarei potuto andare. 
Otto. (La borsa è un tantino pesante. Meglio alleggerirla. Abbandono un libro a terra).
Nove. Un fumetto divorato sul pavimento del corridoio una sera d'autunno.
Dieci. La mano sulla maniglia della porta, pronto ad uscire per il primo giorno di lavoro. Sorridevo.

Le immagini di allora e di adesso si sincronizzano con me intento a ripetere quel gesto meccanico che spesso la gente compie inconsapevolmente ma che è carico di conseguenze, spesso inattese per sé e per gli altri. 
Sono preceduto da un ingresso irruente che riesce a spiazzarmi ancora una volta. Una noncuranza atipica accompagna quel gesto inatteso. Si rompe il silenzio, l'equilibrio, tutto va in frantumi. Anche la mia dignità. Davanti a me c'è lei venuta da chissà dove per fermarmi. Un tempismo perfetto ma assolutamente involontario. La faccia assonnata, sussurra: "Il pianeta mi chiamava e sono uscita a prendere una boccata d'aria. E tu a quest'ora esci a cercarmi? Che fai? Lo sai che sono senza speranza. Ora sono qui, per favore torna a dormire e se puoi perdonami". E' visibilmente abbattuta. Se sapesse che le cose non sono sempre come sembrano. Mi scorta fino al soggiorno e per strada raccoglie il libro di cui mi ero liberato poc'anzi. Lo ripone su un ripiano che non è il suo posto ma che lo diventerà da oggi in poi. Chi si osa toccarlo ancora quell'oggetto testimone del mio infelice tentativo di ribellione? Mi accompagna e mi guarda mentre mi metto il pigiama. Mi rimbocca le coperte ed è così stanca che sembra non essersi accorta del fatto che non ho proferito parola. 

Questa storia l'ha scritta lei dall'inizio alla fine. Non ho margini di iniziativa. Sotto le coperte ho i brividi: fa più freddo che stare in mezzo ad una tormenta. 

Il mio amore per Saori si è trasformato in pura e agghiacciante disperazione.