giovedì 31 ottobre 2013

Addio Bernardo (da Frammenti di un amore alieno)

 Quando Bernardo se n'e' andato la mia vita si è svuotata. Ad eccezione del frigorifero. Una settimana prima di partire si é messo a cucinare per un reggimento. Invano gli ho suggerito che sarebbe stato più sensato uscire fuori a passeggiare per la città, incontrare gli amici, visitare i suoi posti preferiti. Rispondeva di averlo già fatto a tempo debito. Fisicamente si trovava ancora in Giappone ma la mente vagava già per chissà dove e aveva bisogno di impegnarsi in qualcosa che la tenesse ferma. Diceva che il suo ultimo compito in questo paese era di salvarmi la vita. ll suo modo tutto particolare di dirmi addio e di dimostrarmi il suo affetto. Era tornato a casa con una montagna di pacchi della spesa, tanto che pensavo si trattasse dei regali per la sua famiglia in Spagna. Invece era tutto destinato a me. I fuochi della cucina sempre in funzione, il tavolo occupato da tutto il  ben di dio che in questi due anni aveva imbandito le nostre tavole e di cui a stento riuscivo a ricordare il nome, figurarsi la preparazione. E lui con un sorriso stampato in faccia anche negli addii. Il frizer si riempiva di giorno in giorno e io mi chiedevo cosa sarebbe successo una volta che fosse stato colmo. La separazione misurata sulla capienza di un elettrodomestico. Io quando potevo lo osservavo assecondandolo e prendendo nota degli ingredienti, della sequenza di gesti e azioni delle modalità di cottura. Mi meravigliavo della sua capacità di impugnare le verdure e sotto i miei occhi increduli tagliarle e sminuzzarle con un eleganza che fino a quel momento non pensavo potesse essere riservata a dei semplici ortaggi. Li guardavo come se fossero pietre rare dal potere ammaliante, io che non avevo mai tagliato un cocomero in vita mia. Era uno spettacolo vedere tutto quel cibo varcare la soglia di casa e cambiare forma, colore, sapore. Gli assaggi erano obbligati: non c' era spazio per i discorsi tristi perché faceva in modo che avessi sempre la bocca piena. Uno stuzzichino, un bicchiere di vino e la settimana è volata. (continua)

Storie Italiane

 Twelve illustrators and one writer present old and new Italian stories for children. An opportunity to deepen one's knowledge of Italian culture in the shape of picture books. From November 11th to 17th at the Italian Cultural Institute in Tokyo. We are waiting for your warm participation.



 11人のイラストレーターと一人の作家は子供向けのイタリアの昔話と新しいストーリーを紹介するイベントです。イタリア文化会館の舞台で絵を見ながら、イタリアの文化やその物語を味わえるきっかけを作りました。
11月11日から17日までイタリア文化開会に行われいています。ぜひ皆さんをお待ちしております!




 Dodici illustratori e uno scrittore riscoprono le storie italiane per bambini vecchie e nuove. Un'opportunita' per ammirare da vicino le illustrazioni e scoprire la cultura italiana nella forma di storie per l'infanzia sullo sfondo dell'Istituto Italiano di Cultura. Dall' 11 al 17 Novembre. Vi aspettiamo numerosi!!






domenica 13 ottobre 2013

Saori: il primo incontro

Ero fermo al semaforo verde. Attento a cogliere la melodia che si sprigionava tutt'intorno. Andavano tutti di fretta quel giorno all'ora di punta. Tutti tranne me. Se si fosse materializzata una poltrona mi sarei seduto. Incantato da un suono che non avevo mai sentito prima. C'era qualcosa di triste in quel succedersi di note meccaniche. Una rassegnazione da cui ero sfuggito e che ora ritrovavo proprio lì in procinto di attraversare la strada. In questo paese anche i semafori si mettono a cantare. C'era chi mi osservava sconcertato. Un ostacolo da dribblare. Uno sprovveduto destinato ad essere inghiottito dal traffico alla tornata successiva di veicoli. Un nullafacente. Tutti avevano una ragione per affrettarsi dall'altra parte, prima che diventasse rosso. Invece io impertinente stavo a guardare il vuoto. Era il mio orecchio a lavorare in quegli istanti. Volevo memorizzare quella voce artificiale e riprodurla successivamente nella mia stanza. Cantarla ad un commesso nel negozio di musica e appropriarmi della versione originale. Sarei stato lì all'infinito se ad un tratto il tempo non fosse scaduto. Mi trovavo ad un semaforo lungo in prossimità della superstrada che falciava in due il quartiere residenziale conferendo alla zona un'apparenza di megalopoli tanto apprezzata da queste parti. Ero momentaneamente tornato in me: il suono me lo avevano strappato di mano proprio quando pensavo di poterlo masticare e riprodurre  nella mia testa. Se non fosse stato rosso ora sarei stato pronto ad attraversare. Privato di quella melodia sprofondavo nuovamente nel grigiore di quel passaggio pedonale con gente scalpitante dietro di me. Anche la bandiera del Giappone incitava al suo popolo di fermarsi a riflettere. Invece tutti rincorrevano un verde speranza effimero come le luci intermittenti di un semaforo.  Sono rimasto lì interdetto sul ciglio della strada. Non avevo bisogno di passare dall'altra parte. Si può anche rimanere fermi a volte e osservare gli altri passare. O tornarsene indietro da dove si è venuti.