lunedì 9 settembre 2013

Prima del concerto


Sono seduto sulla tazza del gabinetto. Cerco in bagno la privacy che e` sempre piu` difficile trovare in casa. Due bambini implacabili e una moglie che comincia a stizzirsi perche`sospetta le nasconda qualcosa. Qui, almeno non puo` seguirmi nessuno. E` un biglietto da parte da Matilda che dice: “Cantero` solo per te”. Sul retro sono scritti la data, l`ora e il posto. La vista mi si annebbia di lacrime. Memorizzo i dati e tiro lo sciacquone. Meglio non lasciare tracce. Perche` il concerto sia solo per me.
Trascorro i giorni che mi separano dall`esibizione in preda ad un pericoloso stato di ebrezza in grado di risvegliare i dubbi altrui. Al lavoro, in famiglia dove tutti hanno sempre solo conosciuto il mio grigiore. L`arcobaleno e` con me. 

Mi guardo dal di fuori, mentre ripeto quei gesti meccanici che costellano la mia vita attuale di tutti i giorni. Ad un tratto mi accorgo che una metamorfosi è in atto: il mio sguardo è rivolto al futuro. Il sopracciglio sinistro è più alto del destro, cerco di non farmi notare, ma la felicità è in agguato pronta ad esultare da tutti i pori del mio corpo. Rientro in me per attivare la censura e sollecitare il sistema di controllo. Invano, tento di conservarmi banale, mummia cortese ed ecologica: c’è sempre un dettaglio o un particolare a tradirmi. Fino ad oggi pensavo che apparire insignificante potesse essere un pregio per passare inosservati agli occhi degli altri. Un buon compromesso per evitare zuffe, scocciatori, invidie e persecuzioni. Adesso le cose stanno diversamente. Ripropongo la stessa formula ma il risultato è diverso. Per quanto insignificante possa vestirmi e comportarmi, l’energia che emerge prepotentemente dal mio corpo, invade gli spazi altrui, illumina i grigiori e risveglia le intolleranze. Il mio corpo è carico di energia positiva, un fiume in piena senza un affluente. Strabordo ma guai a parlare.
 

Si e` fatta quella sera. E`ora di andare. L`alibi e` un lavoro da completare con urgenza entro il giorno dopo. Prendo l`auto perche` si tratta di un`occasione speciale e perche` e` dannatamente lontano. Inserisco il navigatore e mi lascio guidare nella notte. Largo San Martino 64. Si tratta di un complesso abitativo in disuso lasciato a meta` per mancanza di soldi. Non importa quanto sia squallido il luogo. Ho fiducia in lei. Accendo l`impianto stereo e seleziono le tracce corrispondenti alle sue melodie. La voce di Matilda protegge i miei spostamenti. Quando Matilda non c`era potevo ascoltare indisturbato le sue canzoni anche in presenza di mia moglie e i bambini. E immaginarla accanto a me. La mia unica consolazione. Tutti quei suoni che scorrevano li avevamo registrati insieme.

Ho fermato la macchina abbastanza lontano per non destare sospetti. Ho ascoltato l`ultima traccia ad occhi chiusi con il motore spento. Poi sono sceso e mi sono sgranchito le gambe. Non c`era veramente un`anima. Quella zona della citta` era stata lasciata completamente a se stessa. Nemmeno il sole e le belle giornate potevano cambiare il degrado di quel luogo.  Soffiava un vento malinconico. Ero pronto per il concerto.

domenica 8 settembre 2013

Il nostro primo incontro

Matilda canta in un club la sera. Uno di quei locali in cui non sarei  mai entrato se non fossi stato accompagnato. Non per paura anche se il posto risulta piuttosto sinistro, quanto per l`ubicazione del luogo. E` uno di quei sottoscala anonimi con i gradini che sembrano scendere all`infinito. Un posto suggestivo ma se la porta e` chiusa del tutto anonimo. Franz ed io ci eravamo ubriacati e camminavamo senza meta in strada per smaltire la sbornia. Non sarebbe stato difficile dato il freddo che faceva fuori. Stomaco caldo e naso freddo, una canzone in gola e gli occhi annebbiati. Franz e` ritornato improvvisamente in se` e ha imboccato una stradina secondaria. "Ora ti porto in un posto speciale. Fanno degli spettacoli niente male e si puo` stare tranquilli". Mi sono limitato a seguirlo senza proferire parola. Io sarei rimasto al gelo a cantare ancora un po` ma sa sempre come stupirmi con le sue trovate. Quindi ho ceduto. Ricordo che ho sceso la scala, mi sono tolto la giacca intirizzita per poi essere inghiottito da una stanza dalle luci soffuse. Intorno persone di tutti i tipi, non riuscivo piu` a trovare Franz. Mi sono sentito abbandonato per un attimo. Poi l`ho vista, l`unica presenza nitida della stanza. Il suo canto mi ha fatto tremare come se fosse stata la sua voce ad avermi alimentato nei primi mesi di vita. Un richiamo ancestrale che mi imponeva di avvicinarmi al palco. Non c`era particolare calca o meglio sembrava che in quella stanza fossimo rimasti solo io e lei. Matilda girava su se stessa e emanava luce tutto intorno. Un`energia intensa e una fonte di calore sotto forma di onde sonore. Cercavo di cogliere tutti i suoni, tutte le sfumature di quella voce. Ero sintonizzato con un mondo che un tempo mi apparteneva ma mi era stato portato via. Mi sfregavo gli occhi per accertarmi che fosse la prima volta che la vedevo. Se quello era amore avrei desiderato che la performance non finisse mai. Poi all`improvviso il black out. Il pezzo troncato a meta` e un rigurgito di umanita` urlante. Mi sentivo di nuovo su questo mondo, infelice e con il cuore spezzato. C`e` voluto un po` perche` tornasse nuovamente la luce: io nel frattempo mi muovevo a tastoni per raggiungere la cantante e porgerle il mio aiuto piu` sincero. E magari per scambiare due parole al buio. L`anonimita` mi avrebbe aiutato a sputare il rospo. Tutto era stato previsto: a luci accese sul palco magicamente era apparso un coniglio bianco e Matilda come svanita nel nulla per alimentare la sorpresa del pubblico. Allora cosa ci facevo con il microfono in mano? Qualcosa di me era ancora in pugno all`alcool ingurgitato fino a poco prima. Ho avvicinato timidamente l`oggetto alle labbra per chiedere scusa. I buttafuori non hanno preso bene questa mia improvvisata e mi hanno cacciato dal locali senza fronzoli e senza Franz che chissa` dov`era finito. Con la richiesta di non presentarmi un`altra volta.

martedì 3 settembre 2013

Mai rimandare

Ci sono cose che si accantonano. Dei buchi nel nostro passato mai riempiti. Si sfugge e si cercano strade secondarie. Contorte. Ci portano lontano e complicano la nostra vita. Passo dopo passo evitiamo l`esistenza che ci era stata prefissata scegliendo delle alternative. Estreme. E poi un giorno a vent`anni di distanza e` come se tutto si ripetesse. A quel punto per la prima volta ammettiamo di essere scappati. Riconosciamo la nostra debolezza. Avrei voluto riderci sopra quando l`ho visto davanti ai miei occhi. Imponente e minaccioso si stagliava nel cielo azzurro. E mentre a cinquanta chilometri di distanza una tromba d`aria si manifestava dal nulla e seminava timore per la citta`, io tremavo davanti ad un oggetto inanimato. Era Kamikaze, prima ancora  che studiassi il giapponese. A quattordici anni in quella laguna artificiale. Mi rifugiavo sotto i funghi e fingevo mi piacesse ballare la musica dance. Piuttosto di lanciarmi dallo scivolo piu` temuto e affascinante dai teenager scatenati della riviera di ponente. A trentaquattro anni suonati ho visto e sentito molto di peggio. Percio` ho deciso di sfidarlo. La coda stimata di due ore non mi aveva fatto desistere. Dovevo regolare i conti con il passato. "O adesso o mai piu`", mi ripetevo. Il sole cocente mi intontiva. Intorno a me era un brusio continuo di persone in preda all`eccitazione. Non capivo le loro parole. Avevo seminato il mio gruppo perche` non volevo nessuno a ripetermi che in fondo non era un granche`. Io e il mio grande nemico, non avevo bisogno di altro. Il duello aveva avuto inizio. L`ho osservato dal basso e ho pensato sarebbe stato impossibile abbatterlo. Mi sono avvalso delle scale per raggiungere la cima. Mi sono calmato con il panorama circostante. Poi sono arrivate, maledette vertigini. Ho soffocato un conato di lacrime stringendo il pugno. Era dannatamente il mio turno. La sua lunga bocca spalancata pronta a inghiottirmi nei flutti di saliva. La solennità di quel momento non mi abbandonava e ogni gesto era misurato nella rassegnazione. Ho pensato a come sono sempre stato solo nei momenti difficili della mia vita. Al fatto di essere stato spesso incompreso e di aver scelto troppe volte la tregua piuttosto che la battaglia rinnegando il mio cognome e la mia stirpe. E` durato solo un attimo. Il respiro mi e` morto in gola per tutta l`acqua che avevo bevuto nella discesa. Il fischio del bagnino mi ha riportato alla realta`. Ero dannatamente lento nei movimenti e continuavo a sputacchiare intorno. Immagino di non essere stato un bello spettacolo. Volevo assaporare quel momento di vittoria ma sono stato scortato gentilmente fuori dalla piscina. Al bordo della vasca campeggiava una scritta nuova che non avevo mai visto: Harakiri, il terrore e` con te. Ho imboccato la strada indicata sapendo che non era ancora finita. Perche` a 50 anni sarei stato troppo vecchio per permettermi ulteriori remore.