giovedì 15 agosto 2013

E non restò che svenire

Io e Ether spiegavamo al sole quei pezzi di carta che costituivano la collezione di ragionamenti e supposizioni che ci aiutavano a scagionare,  almeno ai nostri occhi, un parente caduto recentemente in disgrazia. La nostra ultima fatica, pronta per il decollo.  La luce era abbagliante e noi eravamo tutt'altro che rilassati, nonostante fossimo seduti su una panchina in riva al lago. Le borse agli occhi, l'aria rassegnata di chi è arrivato tardi dove nessuno si era mai spinto. L'abitudine fin da bambini di sognare troppo, scatenando l'ira di chi ci stava intorno. Scavalcare la realtà apparente e scoprire i piccoli segreti celati in una comunità che parlava solo il dialetto era il nostro compito quotidiano. Lo stellese doveva essere la mia prima lingua ma non ho mai voluto accettarla. Mi affidavo a Ether come interprete: la vedevo sprofondare inesorabile in quell'arido prato di suoni per poi rinsavire e dare alle espressioni il loro dovuto spessore in italiano. Ogni giorno appariva sempre più stanca, divisa fra una cultura che non avrebbe occupato neppure una pagina nei libri di storia e un'altra che la accoglieva tiepida tra le mura di una scuola troppo chiusa per valutare le sue lungimiranti capacità deduttive. Eravamo noi due contro il mondo. Quel mondo infinitamente piccolo e asfittico. Sullo sfondo le Colline d'Oro e i Samurai, luoghi visibili ma irrangiungibili. Osservavamo ciò che ci capitava intorno e prevedevamo il futuro che si poteva definire tale solo perchè non era ancora stato detto ma che in realtà viveva sotto i nostri occhi svegli in uno stato di latenza malsana. Quanto avremmo potuto fare se fossimo stati ascoltati nei nostri deliri da predicatori bambini. Avremmo salvato delle vite e smascherato malfattori ma eravamo troppo indifesi per crearci dei nemici tra gli adulti. E allora scrivevamo piccole note su fogli  e regalavamo le nostre intuizioni al vento sotto forma di aerei di carta. Che Malmot e Malmorea bruciassero tutto nella fucina dell'Inferno.  Su quella panchina eravamo lontani anni luce da tutto e da tutti. Finalmente padroni delle nostre vite, calcolavamo i danni che si sarebbero potuti evitare. Poi dalla strada è arrivato un uomo crudele. Aveva un sacco con sè e c'è l'ha rovesciato addosso senza delicatezza alcuna. Letteralmente sommersi da cartigli che coprivano i cinque anni della nostra infanzia. Malmot aveva recepito i messaggi e invece di bruciarli li aveva conservati uno ad uno. Fino a riempire il sacco. Un ghigno malefico impresso sul suo volto e nessuna pietà. Nemmeno l'acqua di quel lago sarebbe stata talmente profonda da sommergerli tutti. Un errore fatale: avevamo sbagliato il destinatario. Tutto quello che avremmo voluto dimenticare c'era stato servito su un piatto d'argento in una location vacanziera con il sole a picco. Ci siamo guardati e abbiamo deciso all'unisono di svenire. E se non passava nessuno a rianimarci, pazienza. Un po' di riposo proprio non guastava.

lunedì 12 agosto 2013

La venditrice di ciambelle- Figlio sciagurato

Dora riordinò le idee e si divincolò dalla stretta dell'avventore con un "Torno subito"sussurrato a bruciapelo prima di sparire nel retrobottega. Sprofondata sul sofà cominciò a sventolarsi con un ventaglio in preda al panico. Il responsabile poteva essere uno solo: suo figlio. Afferrato il ricevitore  digitò sulla tastiera del telefono un numero che credeva di aver dimenticato. Dall'altro capo del filo rispose una donna:
"Pronto?".
"Pronto", confermò Dora con voce stanca. "Cerco Eugenio".
"Dora, che piacere. Purtroppo ora non lo trova, è al lavoro. Immagino sia per la faccenda del negozio..."
Perfetto, pensava: tutti ne erano al corrente tranne me. "Che cosa ha combinato Eugenio per l'amor del cielo?". E intanto ricordava  quanto si era mostrata contraria alla strampalata idea del marito di lasciare il negozio al figlio invece che a lei. Si era opposta fino alle lacrime ma quel buon uomo pensava che Eugenio commosso per il gesto del padre si sarebbe preso cura del locale e della madre continuando l'attività con devozione. Una diversa devozione però- quella per il gioco e le belle donne- lo aveva portato lontano da casa subito dopo la fine degli studi, lasciando la madre sola lì a infornare ciambelle. Niente di meglio per Dora che poteva godersi una meritata solitudine per la prima volta nella sua vita. Non aveva più bisogno di nessuno ad eccezione dei clienti: ci avrebbero pensato le ciambelle a compensare la sua scarsa attitudine al compiacimento degli avventori. Avrebbe vissuto felice senza interferenze. E invece il figlio era tornato per annunciare il suo fallimento.
"Dora e' un problema di liquidità", rincarava la donna dall'altro lato. "Si risolverà a breve ma era necessario vendere..."
"Eugenio avrebbe dovuto consultare sua madre prima", soggiunse Dora con un filo di voce.
"E' circa un mese che prova a contattarLa".
Dora rispondeva saltuariamente al telefono e detestava le telefonate senza preavviso. Con i fornitori del negozio trattava direttamente in negozio. Non valeva la pena di rispondere se dall'altro capo del ricevitore venivano sempre brutte notizie. Ricordava ancora quella mattina. Era presto e i ragazzi dormivano ancora. Poi il trillo del telefono ha ferito l'aria quieta di quella giornata con una notizia straziante. Dora stentava a credere alle parole che la mettevano al corrente dell'irreparabile.