lunedì 29 luglio 2013

La prima lettera


La prima lettera di Matilda arrivò una sera d'inverno preceduta da una telefonata. Non si trattava di lei dall’altra parte del ricevitore: era una voce che mi diceva di stare tranquillo, che tutto sarebbe andato bene. Di non esitare e di correre alla cassetta delle lettere. Abbandonavo il tepore di casa per gettarmi nel freddo della tormenta. Mi sono chiuso la porta dietro le spalle e i rumori della famiglia festante per il Natale alle porte. Nello spazio che mi ero ritagliato esistevamo solo io, la buca delle lettere e la bufera. Era una serie di azioni tutt’altro che complesse: prelevare la lettera dalla cassetta e ritornare in casa. Ritirarmi in camera e sdraiato sul letto, dopo aver inforcato gli occhiali, abbandonarmi alla lettura. Invece me ne stavo impalato lì fuori sotto la neve riluttante anche a compiere un solo passo in avanti. Rischiavo di rovinare quel momento di solitudine: con la mia assenza avrei insospettito di certo Teresa, che da un momento all'altro, sarebbe potuta uscire di casa e con voce squillante richiamare il suo paparino all'ordine. Dovevo focalizzare la mia attenzione sulla sollenità temporanea di quell'istante e poi procedere. Tutto sarebbe cominciato da lì. 
Ero solo e la mia volontà sarebbe stata determinante. Era come fare il primo passo dentro un lungo tunnel buio di cui non si riusciva a intravedere l'uscita: ho sempre amato l'avventura e di certo non mi sarei potuto tirare indietro proprio questa volta. Era lo stesso percorso che compivo ogni mattina per uscire di casa, la solita buca arrugginita che accoglieva bollette e pubblicità inutili. Ma questa volta all'interno di quella cassetta così scialba e insignificante c'era Matilda. Un fremito di emozione mi percorreva nella spina dorsale era il richiamo ancestrale del vero amore che guidava i miei passi malfermi. Avevo cominciato a muovermi con riluttanza per poi ritrovare l'andatura di sempre. In men che non si dica mi trovavo davanti alla buca. Ho teso le mani verso la busta che sporgeva prepotente dall'ammasso di cartacce. L'ho presa in mano e l'ho posata sul petto. Ho premuto così forte da pensare per un attimo che l'inchiostro delle lettera potesse per una qualche ragione schizzare fuori e diventare tutt'uno con il mio sangue. Un'operazione a cuore aperto dove il paziente non è sottoposto ad anestesia e può osservare i ventricoli pulsanti e la sacca della trasfusione che lo tiene in vita sollevando il capo. Ero stato avvertito in anticipo del suo arrivo e tuttavia la sorpresa era tale da tenermi lì imbambolato in mezzo alla tempesta. Bastava tornassi in casa, stracciassi la lettera e sarebbe tutto finito. Una volta interrotta la comunicazione non avrei dovuto temere altre incursioni da parte sua nella mia vita di padre di famiglia. E invece ho seguito all'indietro le mie orme sulla neve, ho fatto scivolare la busta in tasca e una volta rientrato in casa mi sono immerso nuovamente in tutto quel baccano familiare consapevole però che più tardi avrei potuto finalmente trovare la pace nella lettura solitaria della missiva di Matilda.

giovedì 25 luglio 2013

Un momento di straordinaria solitudine


Ho rottamato la mia borsa nera di ancora quando lavoravo in azienda. Non ha mai contenuto cose importanti: ben lungi dal custodire file segreti, documenti redatti con cura, biglietti da visita e cravatte di ricambio sosteneva il peso estenuante di riviste, disordine intellettuale e per un certo periodo di cestini per il pranzo macrobiotico. Se l'avessero trovata incustodita, dubito avrebbero potuto immaginare che appartenesse ad un impiegato di un'azienda rispettabile. La borsa mi serviva come cuscino per gli estenuanti tragitti giornalieri in pullman e conteneva pezzi di quello che ero fuori dal lavoro da ricomporre una volta timbrato il cartellino in uscita. Un giorno di questi si e' accasciata su se stessa e ha detto basta. Tu hai cambiato vita, io non ti servo più. Prima di congedarsi da me mi ha giocato un brutto scherzetto, quando dalla tasca anteriore bucata e bellamente  aggiustata con una toppa dal sottoscritto sono scivolate le chiavi dell'appartamento senza che me ne accorgessi. Siamo rimasti soli io e lei davanti alla porta di casa sbarrata. Non ce l'avevo con lei ma con me stesso. Al contrario la borsa vibrava di rabbia nei miei confronti. Quel giorno oltre alle suddette chiavi conteneva due bottiglie d'acqua, due spessi libri di ricerche che porto sempre con me e raramente leggo,   il portacarte così denso di biglietti che anche i giapponesi sono sorpresi nel vederlo e altre cose inutili. I soldi li avevo in tasca. La capacita' di sopportazione aveva raggiunto il limite. Se non mi fosse appartenuta questa borsa che fine avrebbe fatto? Quante attraversate in Germania, Cina, India e Giappone si sarebbe potuta risparmiare? Si dice che gli oggetti non abbiano un cuore e di conseguenza non riescano ad assorbire i sentimenti e a provare sensazioni.  Tuttavia invecchiano inesorabilmente come gli uomini. Anche l'orologio perfetto un giorno smette di funzionare all'improvviso senza neppure avere versato una lacrima che non sia l'olio con il quale sono stati lubrificati i suoi ingranaggi per mantenerlo in vita. Se la borsa e' morta come fa ad avercela con me?  E qual e' il significato del gesto di volerla buttare via? Tante sono le domande, nessuna risposta e una cruda realtà: la porta resta chiusa. Si ci può impossessare temporaneamente di un oggetto ma non lo si può spingere a un compromesso. Le chiavi della salvezza diventano il terzo personaggio di questo romanzo inscenato in un momento di straordinaria solitudine dove intorno a me sono gli oggetti e non le persone ad avere un'anima.  

giovedì 18 luglio 2013

Basterebbe guardarti e potrei scrivere un romanzo

Basterebbe guardarti e potrei scrivere un romanzo. Non è la tua storia ma qualcosa che ti appartiene e che tenta di affermarsi nell'aria intorno a te. Mentre ti muovi o cammini. Oppure mentre dormi. Sei un ricettacolo di idee preziose che scatena la mia immaginazione. Hai un dono ma nè tu nè tantomeno io rusciamo a dargli un nome. A individuarne la sostanza. Sei come una porta che connette due mondi di cui però non fai parte. Ogni gesto di te è scomponibile in un avvenimento speciale e prezioso. Ti chiederei di non muoverti più per non perdere le tracce che servono a ricostruire il passaggio di questa insondabile verità. Questo mondo è sprecato per il tuo racconto. Io posso vederlo distintamente ma non so come tradurlo in parole. Tu lo rivedi nelle mia frasi sconnesse e ti meravigli ma mi presti fiducia e mi assecondi. Nella tua esistenza terrena c'è qualcosa di incompiuto che attira forze provenienti da un altrove che non ha ancora un nome o forse non l'ha avuto mai. Un giorno sparirai nel nulla così come una volta sei apparsa dal mare. Ti incontro a sprazzi prchè altrimenti occuperesti tutto il mio tempo con i tuoi enigmi. Hai valicato due continenti ma la tua forza non dipende dal luogo in cui ti trovi. La tua vita continua così a evocare nella mia mente sogni talmente vividi da avere l'illusione di poterli stringere fra le braccia e dimenticare tutto. Tutto. E' una tentazione forte seguirti e lasciarsi inghiottire da te. Entrare in una realtà in cui non esistono ancora significati. Ma il prezzo è troppo alto e per quanto sia sempre in bilico rimango qui a ricordarti da distante. Il pensiero di te è innocuo, la tua presenza fatale. Ho ancora bisogno di salvare il mio mondo. Cercherò di fare a meno di te.

lunedì 15 luglio 2013

Material Gabu (per due giorni)

Ed e'così che ho cominciato a guardare dove prima non facevo caso. Alla ricerca di una bicicletta rubata. Non mi ero posto il problema del modello fino al momento in cui non mi è stato chiesto di descriverla al commissariato. Ricordavo il colore e la scritta bizzarra che campeggiava sotto il manubrio in caratteri neri: "Fromage". Al poliziotto queste informazioni non interessavano. Sigle e numeri: informazioni perdute anch'esse prima della bicicletta. Sono ricorso ai database cartacei infallibili di questo paese e ho dato nuovamente un nome al veicolo: E17897 杉並. Ora rincorro questa targa nel vicinato non appena vedo un bolide bianco sfrecciare all'angolo di una strada o se noto una bicicletta parcheggiata distrattamente  fuori da un negozio. Da qualche parte sotto questo stesso cielo ci dev'essere anche la mia. Sono ridotto a inseguire una squallida sigla numerica nel vano tentativo di ritrovarla insieme ad un malfattore invece che guardare le persone che popolano la mia zona e tranquillamente si muovono su una bici che molto probabilmente gli appartiene. Un mondo fatto di oggetti si prospetta all'orizzonte. Gli uomini sono solo un contorno e il traguardo e' impossessarsi di qualcosa. Mi arrendo dopo due giorni e mi chiedo come sia possibile che esistano persone per cui vivere così costituisca la normalità quotidiana. Persa una bici aspetto la volta successiva in cui ne smarrirò un'altra. Almeno ci scriverò intorno una storia