mercoledì 30 gennaio 2013

Con queste lacrime


Con queste lacrime voglio riempire una tinozza : una barchetta scivola via su un mare piatto.
Con queste lacrime scopro una sorgente dentro di me, essere umano: un punto lontano che non so situare anche se mi appartiene.
Con queste lacrime annaffio i fiori ormai secchi li' ad aspettarmi: la costanza non e' il mio forte.
Con queste lacrime mi sento più forte: la gente ha paura si allontana evitando di ferirmi con le sue attenzioni.
Con queste lacrime che non stentano a quietarsi mi capita di camminare per la strada, scegliere i cibi al supermercato e guardare un cielo azzurro. Le lacrime gioiscono, io piango.
Le lacrime non si dedicano. Ogni lacrima versata corrisponde ad un dispiacere in meno. Dove si accumulano non lo so ma ad un tratto per incanto fuggono via. Prima di farci annegare tolgono il disturbo.
Ho la gola secca: bevo le mie lacrime e sono aspre. Le immaginavo salate, forse a seconda del momento cambiano sapore. E colore. E forma.
Con tutte queste lacrime a poco a poco non riuscirò più a parlare: e' la sintesi di un mondo che finisce e di un altro che comincia sotto una pioggia fitta fitta.

domenica 20 gennaio 2013

Catturato dalle parole

Mi meraviglio di ciò che ho scritto. A volte mi capita di rileggere qualcosa di mio e non mi riconosco. Non è nulla di personale; semplicemente mi meraviglio di me stesso. Di come attraverso le parole riesca ad approdare a qualcosa che normalmente non penso neppure di poter esprimere. Di solito sono sobrio, ascolto la musica e comincio a scrivere. Sono testimonianze meravigliose quelle che trovo in questo blog a distanza di tempo. Quello ero io in quel determinato momento. Catturato dalle parole riesco a ritrovare me stesso. E a stupirmi ogni volta. Esisto nelle combinazioni di 21 caratteri che si susseguono sullo schermo del computer. Il mio io reale vive in funzione di queste testimonianze scritte e trae valore da esse. Non smetterò mai di scrivere. Smetterei di esistere. Ora più che mai sento di appartenere alle mie mani che si muovono sulla tastiera freneticamente. E a nessun altro. Il resto è tutto veicolato alla necessità di approdare al post successivo. Non mi metto fretta ma prego per l'istante in cui comincerò a scrivere la volta seguente. Il mio corpo ne trae benessere. La mia mente si riposa. I miei orecchi sono cullati da una litania turca. Imprigionato nell'operazione della scrittura trovo la felicità. Qualcosa di inspiegabile. Gli altri non potranno mai capire. Neppure leggendo queste righe. Neppure ricopiando il contenuto. La scrittura mi corrompe come essere umano e mi trasforma in testo scritto. Digitale. Incancellabile.

venerdì 11 gennaio 2013

Con il corpo

Il corpo si è risvegliato dal torpore in cui era caduto in quest'ultimo anno. E' accaduto durante una lezione di yoga. Gli altri si piegavano e io in un angolo singhiozzavo. E non potevo fermarmi. Non ero infelice, nè tantomeno triste. Mi limitavo ad ascoltare il mio corpo dopo tanto tempo. Ho provato una nostalgia ancestrale. Le mie mani, le mie gambe, le mie spalle anchilosate gridavano e pretendevono attenzione. Le avevo completamente dimenticati. Mi ero rifugiato nella mente e avevo costruito il mio castello di carte. In un attimo era crollato ad un colpo ben assestato della mia anca sinistra. Le mani si impossessavano del mio viso massaggiandolo, le gambe si scuotevano e le piante dei piedi rivendicavano una sensibilità dimenticata ma pari per importanza a quella del cervello. Il messaggio era chiaro e diretto, diceva così: "Tra Shibuya e Yokohama c'è un posto dove devi tornare. Tu appartieni a quel luogo, il tuo corpo, così come la tua mente". Per un attimo ho intravisto una strada in salita e un gatto attraversarla. Poi più niente. Potrebbe essere dovunque. Non Denenchofu perchè ci vado spesso e neppure Musashi Kosugi con quei palazzoni orribili. E' da qualche parte sulla Toyoko Line che il mio corpo mi guida. 
Questa volta ho deciso di assecondarlo e dedicherò il mio giorno libero all'esplorazione di quei paraggi. Quello che ho provato non è chiaramente descrivibile perchè non proveniva dalla mente, ma da qualche altro posto. C'è un luogo di Tokyo che mi chiama e io prima o poi lo devo raggiungere. Qualcosa di bello mi aspetta: qualcosa che al momento non ho ancora la più pallida idea possa esistere. Già c'è e mi manda segnali. Sta a me interpretarli. Con il corpo, con tutto me stesso.