domenica 8 dicembre 2013

Vicinato

E’ la mattina in cui posso dormire ma so che da qualche parte un treno sta per partire. E’ un dormiveglia inquieto che se da un lato mi spinge a dimenticare dove sono e cosa devo fare in favore di una realtà alternativa che posso plasmare a mio piacimento, dall’altra mi spinge a prendere coscienza e a sgattaiolare sotto la doccia calda per riacquistare la consapevolezza del mio corpo. E’ un’immagine nitida a strapparmi dai sogni. Qualcosa di reale che  poco ha a che fare con l’atmosfera ovattata che mi aveva accompagnato fino a pochi minuti fa. Mi sveglio in mezzo al ciarpame della mia stanza e mi appendo alla finestra perché possa traspirare un filo d’aria fresca a strapparmi da quell’atmosfera viziata. Sono io e i miei quindici metri quadri di spazio vitale. Ridotto all’osso dalla materia inanimata accatastata ovunque. Trattengo il respiro fino a quando è l’epidermide a segnalarmi che il freddo dell’esterno avvolge finalmente il mio corpo. Lo accarezza come le mani di una madre. Lo plasma nel vento autunnale. Non resisto e mi faccio strada sul cornicione. Attento a dove metto i piedi perché potrei raggiungere il ballatoio della casa di fronte. Sono fuori di casa in bilico e mi stiracchio come un gatto al sole. Lo spazio fra le case è talmente irrisorio che potrei improvvisarmi ninja e saltare di tetto in tetto senza aver paura di cadere. Ed ecco che alla finestra di fianco compare una figura. La presenza che sento aldilà delle tende in estate. Le fragranze dei suoi manicaretti vengono dirottate dal vento e io le respiro esigente il menù del giorno. Una massaia con una famiglia numerosa, la immaginavo sempre a spignattare. Ora davanti a me, mi fissava basita. Così vicini e eternamente incompatibili. C’era la mia lingua incomprensibile, il fumo delle sigarette, i frastuoni dello stereo dopo le dieci di sera. In quel momento il mio essere stava impersonando tutti i difetti che filtravano dalla finestra. Quanto a me pensavo non l’avrei vista mai, data l’abilità con cui i giapponesi sono soliti nascondersi dietro a paraventi o tendine. Invece il mio gesto stravagante aveva stravolto la sua quotidianità, di quando si affacciava e godeva in solitudine del sole mattutino una volta che marito e figli si levavano di torno. Sarà l’emozione del luogo (terrazzi e cornicioni hanno sempre un che di romantico e avventuroso) sarà che in quel momento mi sarei trovato in difficoltà ad una sua brusca reazione con il rischio di perdere l’equilibrio, sarà l’intensità del momento o la nostra assurda solitudine, ma la signora mi ha teso la mano. E io infelice ho ricambiato il suo gesto. In silenzio. Sconfitto dall’avidità di contatto fisico che contamina il mio comportamento, orientandolo verso scelte spesso sbagliate.                

Stringo la mano ad una sconosciuta sospeso per aria. Può succedere solo in Giappone. La stringo così forte che rischio di sbilanciarmi e piombarle in casa. Lei fa lo stesso. Poi arriva il camion dei traslochi. E’ arrivato il momento di dire addio al vicinato e ricominciare una nuova vita. Almeno l’ho fatto in modo originale.

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