sabato 28 dicembre 2013

Il ronzio della tv

Che stava succedendo? Io addormentato sul divano dell’atelier. Volutamente perdevo l’ultimo treno. Guardavo distrattamente la tv accasciando la testa su uno dei guanciali e finivo per prendere sonno. Mi svegliavo indolenzito con la voglia di dormire ancora. Era un viavai di persone: Tessa, Andrè Saori, gente sconosciuta. Tutti salutavano. Tutti persi nei loro viavai. Accadeva sempre più spesso ed erano le facce della tv ad osservarmi irritate, io sempre lì con lo sguardo nel vuoto a pretendere di interessarmi a qualcosa o a qualcuno sul piccolo schermo. Dopo tutti quegli anni senza televisore, mi affacciavo in ritardo su qualcosa che era già storia e non mi apparteneva. Quanto a loro avrebbero fatto volentieri a meno di uno spettatore come me. Lo leggevo negli occhi della valletta delle otto, dell’annunciatore di notizie delle nove nel detective delle dieci. Che avessi almeno la decenza di cambiare canale. Eppure ci sopportavamo. Era proprio quella carrellata di insulsi personaggi sempre uguali a se stessi, quella slot machine dalla combinazione scontata e prevedibile a regalarmi il piacere di esistere ancora. Ritrovavo il fiume inesauribile di parole che Bernardo  non smetteva mai di profondere per questo o quell’altro accadimento quando vivevamo insieme. Quel ronzio inarrestabile aveva l’effetto di riportarmi sulla terra ferma e mi regalava il  tepore di cui avevo bisogno e per ricevere il quale non avevo bisogno di fare sforzi. Era lì a mia disposizione: quella gente restava e l’avrei trovata il giorno dopo puntuale alla stessa ora con il tempismo della pressione di un pulsante. Fino al giorno in cui Tessa si è decisa a far fuori il tubo catodico.

Al suo posto una pila di libri. E non erano certo lì per essere spolverati.

domenica 8 dicembre 2013

Vicinato

E’ la mattina in cui posso dormire ma so che da qualche parte un treno sta per partire. E’ un dormiveglia inquieto che se da un lato mi spinge a dimenticare dove sono e cosa devo fare in favore di una realtà alternativa che posso plasmare a mio piacimento, dall’altra mi spinge a prendere coscienza e a sgattaiolare sotto la doccia calda per riacquistare la consapevolezza del mio corpo. E’ un’immagine nitida a strapparmi dai sogni. Qualcosa di reale che  poco ha a che fare con l’atmosfera ovattata che mi aveva accompagnato fino a pochi minuti fa. Mi sveglio in mezzo al ciarpame della mia stanza e mi appendo alla finestra perché possa traspirare un filo d’aria fresca a strapparmi da quell’atmosfera viziata. Sono io e i miei quindici metri quadri di spazio vitale. Ridotto all’osso dalla materia inanimata accatastata ovunque. Trattengo il respiro fino a quando è l’epidermide a segnalarmi che il freddo dell’esterno avvolge finalmente il mio corpo. Lo accarezza come le mani di una madre. Lo plasma nel vento autunnale. Non resisto e mi faccio strada sul cornicione. Attento a dove metto i piedi perché potrei raggiungere il ballatoio della casa di fronte. Sono fuori di casa in bilico e mi stiracchio come un gatto al sole. Lo spazio fra le case è talmente irrisorio che potrei improvvisarmi ninja e saltare di tetto in tetto senza aver paura di cadere. Ed ecco che alla finestra di fianco compare una figura. La presenza che sento aldilà delle tende in estate. Le fragranze dei suoi manicaretti vengono dirottate dal vento e io le respiro esigente il menù del giorno. Una massaia con una famiglia numerosa, la immaginavo sempre a spignattare. Ora davanti a me, mi fissava basita. Così vicini e eternamente incompatibili. C’era la mia lingua incomprensibile, il fumo delle sigarette, i frastuoni dello stereo dopo le dieci di sera. In quel momento il mio essere stava impersonando tutti i difetti che filtravano dalla finestra. Quanto a me pensavo non l’avrei vista mai, data l’abilità con cui i giapponesi sono soliti nascondersi dietro a paraventi o tendine. Invece il mio gesto stravagante aveva stravolto la sua quotidianità, di quando si affacciava e godeva in solitudine del sole mattutino una volta che marito e figli si levavano di torno. Sarà l’emozione del luogo (terrazzi e cornicioni hanno sempre un che di romantico e avventuroso) sarà che in quel momento mi sarei trovato in difficoltà ad una sua brusca reazione con il rischio di perdere l’equilibrio, sarà l’intensità del momento o la nostra assurda solitudine, ma la signora mi ha teso la mano. E io infelice ho ricambiato il suo gesto. In silenzio. Sconfitto dall’avidità di contatto fisico che contamina il mio comportamento, orientandolo verso scelte spesso sbagliate.                

Stringo la mano ad una sconosciuta sospeso per aria. Può succedere solo in Giappone. La stringo così forte che rischio di sbilanciarmi e piombarle in casa. Lei fa lo stesso. Poi arriva il camion dei traslochi. E’ arrivato il momento di dire addio al vicinato e ricominciare una nuova vita. Almeno l’ho fatto in modo originale.

venerdì 22 novembre 2013

Piani di fuga- da "Frammenti di un amore alieno"

Mi lascio tutto alle spalle. La città è abbastanza grande per tenerci lontani. Tornerò dopo la sua partenza. Così sono io ad andarmene per primo. E’ una magra consolazione ma è un gesto propositivo. Mi rifugio da Tessa: il necessario raccolto in una ridicola borsetta. E’ un addio definitivo a Saori. La casa la rivedrò dopo la discesa degli alieni. Se sarò ancora vivo. Stamattina sono entrato e uscito dal portone almeno dieci volte. Avevo dimenticato il modo di congedarmi. Per di più questa volta si trattava di una dipartita silenziosa. Saori e gli alieni avevano fatto troppo baccano. Quella casa aveva il pavimento salato a forza delle lacrime  versate. Tutti i piagnistei che non hanno portato a nulla. Lo strazio che mi trascinavo da una stanza all’altra. Impregnava le pareti. Era tutto stantio intorno. Faticavo a trovare una formula risolutiva. Purtroppo era un po' diverso dallo stipare nell'armadio gli abiti invernali nella mezza stagione e dimenticarli sperando in un tempo propizio. In questo caso le condizioni climatiche non c'entravano nulla. E il freddo ciclicamente sarebbe tornato mentre Saori sarebbe scomparsa per sempre. Fatto. Non ho dimenticato nulla. Misuro le distanze che mi separano dall'uscita.  Cerco di ricordare cosa c'è stato di bello in quell'appartamento prima di lei. E' come contare le pecore prima di addormentarsi. Un pensiero ad ogni passo.  
Uno. Bernardo cucina le polpette. 
Due. Ho in mano un cacciavite e monto la libreria del soggiorno.
Tre. E' sera e non ho ancora finito. Tessa è venuta a darmi una mano. 
Quattro. ...
Cinque. Con prepotenza si insinua e io tento di scacciarla. Questa immagine non c'entra nulla.
Sei. (Perdo l'equilibrio)
Sette. Mi hanno fatto uno scherzo telefonico dicendo che ho vinto un camper e io ho passato il pomeriggio a fantasticare su dove sarei potuto andare. 
Otto. (La borsa è un tantino pesante. Meglio alleggerirla. Abbandono un libro a terra).
Nove. Un fumetto divorato sul pavimento del corridoio una sera d'autunno.
Dieci. La mano sulla maniglia della porta, pronto ad uscire per il primo giorno di lavoro. Sorridevo.

Le immagini di allora e di adesso si sincronizzano con me intento a ripetere quel gesto meccanico che spesso la gente compie inconsapevolmente ma che è carico di conseguenze, spesso inattese per sé e per gli altri. 
Sono preceduto da un ingresso irruente che riesce a spiazzarmi ancora una volta. Una noncuranza atipica accompagna quel gesto inatteso. Si rompe il silenzio, l'equilibrio, tutto va in frantumi. Anche la mia dignità. Davanti a me c'è lei venuta da chissà dove per fermarmi. Un tempismo perfetto ma assolutamente involontario. La faccia assonnata, sussurra: "Il pianeta mi chiamava e sono uscita a prendere una boccata d'aria. E tu a quest'ora esci a cercarmi? Che fai? Lo sai che sono senza speranza. Ora sono qui, per favore torna a dormire e se puoi perdonami". E' visibilmente abbattuta. Se sapesse che le cose non sono sempre come sembrano. Mi scorta fino al soggiorno e per strada raccoglie il libro di cui mi ero liberato poc'anzi. Lo ripone su un ripiano che non è il suo posto ma che lo diventerà da oggi in poi. Chi si osa toccarlo ancora quell'oggetto testimone del mio infelice tentativo di ribellione? Mi accompagna e mi guarda mentre mi metto il pigiama. Mi rimbocca le coperte ed è così stanca che sembra non essersi accorta del fatto che non ho proferito parola. 

Questa storia l'ha scritta lei dall'inizio alla fine. Non ho margini di iniziativa. Sotto le coperte ho i brividi: fa più freddo che stare in mezzo ad una tormenta. 

Il mio amore per Saori si è trasformato in pura e agghiacciante disperazione.









giovedì 31 ottobre 2013

Addio Bernardo (da Frammenti di un amore alieno)

 Quando Bernardo se n'e' andato la mia vita si è svuotata. Ad eccezione del frigorifero. Una settimana prima di partire si é messo a cucinare per un reggimento. Invano gli ho suggerito che sarebbe stato più sensato uscire fuori a passeggiare per la città, incontrare gli amici, visitare i suoi posti preferiti. Rispondeva di averlo già fatto a tempo debito. Fisicamente si trovava ancora in Giappone ma la mente vagava già per chissà dove e aveva bisogno di impegnarsi in qualcosa che la tenesse ferma. Diceva che il suo ultimo compito in questo paese era di salvarmi la vita. ll suo modo tutto particolare di dirmi addio e di dimostrarmi il suo affetto. Era tornato a casa con una montagna di pacchi della spesa, tanto che pensavo si trattasse dei regali per la sua famiglia in Spagna. Invece era tutto destinato a me. I fuochi della cucina sempre in funzione, il tavolo occupato da tutto il  ben di dio che in questi due anni aveva imbandito le nostre tavole e di cui a stento riuscivo a ricordare il nome, figurarsi la preparazione. E lui con un sorriso stampato in faccia anche negli addii. Il frizer si riempiva di giorno in giorno e io mi chiedevo cosa sarebbe successo una volta che fosse stato colmo. La separazione misurata sulla capienza di un elettrodomestico. Io quando potevo lo osservavo assecondandolo e prendendo nota degli ingredienti, della sequenza di gesti e azioni delle modalità di cottura. Mi meravigliavo della sua capacità di impugnare le verdure e sotto i miei occhi increduli tagliarle e sminuzzarle con un eleganza che fino a quel momento non pensavo potesse essere riservata a dei semplici ortaggi. Li guardavo come se fossero pietre rare dal potere ammaliante, io che non avevo mai tagliato un cocomero in vita mia. Era uno spettacolo vedere tutto quel cibo varcare la soglia di casa e cambiare forma, colore, sapore. Gli assaggi erano obbligati: non c' era spazio per i discorsi tristi perché faceva in modo che avessi sempre la bocca piena. Uno stuzzichino, un bicchiere di vino e la settimana è volata. (continua)

Storie Italiane

 Twelve illustrators and one writer present old and new Italian stories for children. An opportunity to deepen one's knowledge of Italian culture in the shape of picture books. From November 11th to 17th at the Italian Cultural Institute in Tokyo. We are waiting for your warm participation.



 11人のイラストレーターと一人の作家は子供向けのイタリアの昔話と新しいストーリーを紹介するイベントです。イタリア文化会館の舞台で絵を見ながら、イタリアの文化やその物語を味わえるきっかけを作りました。
11月11日から17日までイタリア文化開会に行われいています。ぜひ皆さんをお待ちしております!




 Dodici illustratori e uno scrittore riscoprono le storie italiane per bambini vecchie e nuove. Un'opportunita' per ammirare da vicino le illustrazioni e scoprire la cultura italiana nella forma di storie per l'infanzia sullo sfondo dell'Istituto Italiano di Cultura. Dall' 11 al 17 Novembre. Vi aspettiamo numerosi!!






domenica 13 ottobre 2013

Saori: il primo incontro

Ero fermo al semaforo verde. Attento a cogliere la melodia che si sprigionava tutt'intorno. Andavano tutti di fretta quel giorno all'ora di punta. Tutti tranne me. Se si fosse materializzata una poltrona mi sarei seduto. Incantato da un suono che non avevo mai sentito prima. C'era qualcosa di triste in quel succedersi di note meccaniche. Una rassegnazione da cui ero sfuggito e che ora ritrovavo proprio lì in procinto di attraversare la strada. In questo paese anche i semafori si mettono a cantare. C'era chi mi osservava sconcertato. Un ostacolo da dribblare. Uno sprovveduto destinato ad essere inghiottito dal traffico alla tornata successiva di veicoli. Un nullafacente. Tutti avevano una ragione per affrettarsi dall'altra parte, prima che diventasse rosso. Invece io impertinente stavo a guardare il vuoto. Era il mio orecchio a lavorare in quegli istanti. Volevo memorizzare quella voce artificiale e riprodurla successivamente nella mia stanza. Cantarla ad un commesso nel negozio di musica e appropriarmi della versione originale. Sarei stato lì all'infinito se ad un tratto il tempo non fosse scaduto. Mi trovavo ad un semaforo lungo in prossimità della superstrada che falciava in due il quartiere residenziale conferendo alla zona un'apparenza di megalopoli tanto apprezzata da queste parti. Ero momentaneamente tornato in me: il suono me lo avevano strappato di mano proprio quando pensavo di poterlo masticare e riprodurre  nella mia testa. Se non fosse stato rosso ora sarei stato pronto ad attraversare. Privato di quella melodia sprofondavo nuovamente nel grigiore di quel passaggio pedonale con gente scalpitante dietro di me. Anche la bandiera del Giappone incitava al suo popolo di fermarsi a riflettere. Invece tutti rincorrevano un verde speranza effimero come le luci intermittenti di un semaforo.  Sono rimasto lì interdetto sul ciglio della strada. Non avevo bisogno di passare dall'altra parte. Si può anche rimanere fermi a volte e osservare gli altri passare. O tornarsene indietro da dove si è venuti. 

lunedì 9 settembre 2013

Prima del concerto


Sono seduto sulla tazza del gabinetto. Cerco in bagno la privacy che e` sempre piu` difficile trovare in casa. Due bambini implacabili e una moglie che comincia a stizzirsi perche`sospetta le nasconda qualcosa. Qui, almeno non puo` seguirmi nessuno. E` un biglietto da parte da Matilda che dice: “Cantero` solo per te”. Sul retro sono scritti la data, l`ora e il posto. La vista mi si annebbia di lacrime. Memorizzo i dati e tiro lo sciacquone. Meglio non lasciare tracce. Perche` il concerto sia solo per me.
Trascorro i giorni che mi separano dall`esibizione in preda ad un pericoloso stato di ebrezza in grado di risvegliare i dubbi altrui. Al lavoro, in famiglia dove tutti hanno sempre solo conosciuto il mio grigiore. L`arcobaleno e` con me. 

Mi guardo dal di fuori, mentre ripeto quei gesti meccanici che costellano la mia vita attuale di tutti i giorni. Ad un tratto mi accorgo che una metamorfosi è in atto: il mio sguardo è rivolto al futuro. Il sopracciglio sinistro è più alto del destro, cerco di non farmi notare, ma la felicità è in agguato pronta ad esultare da tutti i pori del mio corpo. Rientro in me per attivare la censura e sollecitare il sistema di controllo. Invano, tento di conservarmi banale, mummia cortese ed ecologica: c’è sempre un dettaglio o un particolare a tradirmi. Fino ad oggi pensavo che apparire insignificante potesse essere un pregio per passare inosservati agli occhi degli altri. Un buon compromesso per evitare zuffe, scocciatori, invidie e persecuzioni. Adesso le cose stanno diversamente. Ripropongo la stessa formula ma il risultato è diverso. Per quanto insignificante possa vestirmi e comportarmi, l’energia che emerge prepotentemente dal mio corpo, invade gli spazi altrui, illumina i grigiori e risveglia le intolleranze. Il mio corpo è carico di energia positiva, un fiume in piena senza un affluente. Strabordo ma guai a parlare.
 

Si e` fatta quella sera. E`ora di andare. L`alibi e` un lavoro da completare con urgenza entro il giorno dopo. Prendo l`auto perche` si tratta di un`occasione speciale e perche` e` dannatamente lontano. Inserisco il navigatore e mi lascio guidare nella notte. Largo San Martino 64. Si tratta di un complesso abitativo in disuso lasciato a meta` per mancanza di soldi. Non importa quanto sia squallido il luogo. Ho fiducia in lei. Accendo l`impianto stereo e seleziono le tracce corrispondenti alle sue melodie. La voce di Matilda protegge i miei spostamenti. Quando Matilda non c`era potevo ascoltare indisturbato le sue canzoni anche in presenza di mia moglie e i bambini. E immaginarla accanto a me. La mia unica consolazione. Tutti quei suoni che scorrevano li avevamo registrati insieme.

Ho fermato la macchina abbastanza lontano per non destare sospetti. Ho ascoltato l`ultima traccia ad occhi chiusi con il motore spento. Poi sono sceso e mi sono sgranchito le gambe. Non c`era veramente un`anima. Quella zona della citta` era stata lasciata completamente a se stessa. Nemmeno il sole e le belle giornate potevano cambiare il degrado di quel luogo.  Soffiava un vento malinconico. Ero pronto per il concerto.

domenica 8 settembre 2013

Il nostro primo incontro

Matilda canta in un club la sera. Uno di quei locali in cui non sarei  mai entrato se non fossi stato accompagnato. Non per paura anche se il posto risulta piuttosto sinistro, quanto per l`ubicazione del luogo. E` uno di quei sottoscala anonimi con i gradini che sembrano scendere all`infinito. Un posto suggestivo ma se la porta e` chiusa del tutto anonimo. Franz ed io ci eravamo ubriacati e camminavamo senza meta in strada per smaltire la sbornia. Non sarebbe stato difficile dato il freddo che faceva fuori. Stomaco caldo e naso freddo, una canzone in gola e gli occhi annebbiati. Franz e` ritornato improvvisamente in se` e ha imboccato una stradina secondaria. "Ora ti porto in un posto speciale. Fanno degli spettacoli niente male e si puo` stare tranquilli". Mi sono limitato a seguirlo senza proferire parola. Io sarei rimasto al gelo a cantare ancora un po` ma sa sempre come stupirmi con le sue trovate. Quindi ho ceduto. Ricordo che ho sceso la scala, mi sono tolto la giacca intirizzita per poi essere inghiottito da una stanza dalle luci soffuse. Intorno persone di tutti i tipi, non riuscivo piu` a trovare Franz. Mi sono sentito abbandonato per un attimo. Poi l`ho vista, l`unica presenza nitida della stanza. Il suo canto mi ha fatto tremare come se fosse stata la sua voce ad avermi alimentato nei primi mesi di vita. Un richiamo ancestrale che mi imponeva di avvicinarmi al palco. Non c`era particolare calca o meglio sembrava che in quella stanza fossimo rimasti solo io e lei. Matilda girava su se stessa e emanava luce tutto intorno. Un`energia intensa e una fonte di calore sotto forma di onde sonore. Cercavo di cogliere tutti i suoni, tutte le sfumature di quella voce. Ero sintonizzato con un mondo che un tempo mi apparteneva ma mi era stato portato via. Mi sfregavo gli occhi per accertarmi che fosse la prima volta che la vedevo. Se quello era amore avrei desiderato che la performance non finisse mai. Poi all`improvviso il black out. Il pezzo troncato a meta` e un rigurgito di umanita` urlante. Mi sentivo di nuovo su questo mondo, infelice e con il cuore spezzato. C`e` voluto un po` perche` tornasse nuovamente la luce: io nel frattempo mi muovevo a tastoni per raggiungere la cantante e porgerle il mio aiuto piu` sincero. E magari per scambiare due parole al buio. L`anonimita` mi avrebbe aiutato a sputare il rospo. Tutto era stato previsto: a luci accese sul palco magicamente era apparso un coniglio bianco e Matilda come svanita nel nulla per alimentare la sorpresa del pubblico. Allora cosa ci facevo con il microfono in mano? Qualcosa di me era ancora in pugno all`alcool ingurgitato fino a poco prima. Ho avvicinato timidamente l`oggetto alle labbra per chiedere scusa. I buttafuori non hanno preso bene questa mia improvvisata e mi hanno cacciato dal locali senza fronzoli e senza Franz che chissa` dov`era finito. Con la richiesta di non presentarmi un`altra volta.

martedì 3 settembre 2013

Mai rimandare

Ci sono cose che si accantonano. Dei buchi nel nostro passato mai riempiti. Si sfugge e si cercano strade secondarie. Contorte. Ci portano lontano e complicano la nostra vita. Passo dopo passo evitiamo l`esistenza che ci era stata prefissata scegliendo delle alternative. Estreme. E poi un giorno a vent`anni di distanza e` come se tutto si ripetesse. A quel punto per la prima volta ammettiamo di essere scappati. Riconosciamo la nostra debolezza. Avrei voluto riderci sopra quando l`ho visto davanti ai miei occhi. Imponente e minaccioso si stagliava nel cielo azzurro. E mentre a cinquanta chilometri di distanza una tromba d`aria si manifestava dal nulla e seminava timore per la citta`, io tremavo davanti ad un oggetto inanimato. Era Kamikaze, prima ancora  che studiassi il giapponese. A quattordici anni in quella laguna artificiale. Mi rifugiavo sotto i funghi e fingevo mi piacesse ballare la musica dance. Piuttosto di lanciarmi dallo scivolo piu` temuto e affascinante dai teenager scatenati della riviera di ponente. A trentaquattro anni suonati ho visto e sentito molto di peggio. Percio` ho deciso di sfidarlo. La coda stimata di due ore non mi aveva fatto desistere. Dovevo regolare i conti con il passato. "O adesso o mai piu`", mi ripetevo. Il sole cocente mi intontiva. Intorno a me era un brusio continuo di persone in preda all`eccitazione. Non capivo le loro parole. Avevo seminato il mio gruppo perche` non volevo nessuno a ripetermi che in fondo non era un granche`. Io e il mio grande nemico, non avevo bisogno di altro. Il duello aveva avuto inizio. L`ho osservato dal basso e ho pensato sarebbe stato impossibile abbatterlo. Mi sono avvalso delle scale per raggiungere la cima. Mi sono calmato con il panorama circostante. Poi sono arrivate, maledette vertigini. Ho soffocato un conato di lacrime stringendo il pugno. Era dannatamente il mio turno. La sua lunga bocca spalancata pronta a inghiottirmi nei flutti di saliva. La solennità di quel momento non mi abbandonava e ogni gesto era misurato nella rassegnazione. Ho pensato a come sono sempre stato solo nei momenti difficili della mia vita. Al fatto di essere stato spesso incompreso e di aver scelto troppe volte la tregua piuttosto che la battaglia rinnegando il mio cognome e la mia stirpe. E` durato solo un attimo. Il respiro mi e` morto in gola per tutta l`acqua che avevo bevuto nella discesa. Il fischio del bagnino mi ha riportato alla realta`. Ero dannatamente lento nei movimenti e continuavo a sputacchiare intorno. Immagino di non essere stato un bello spettacolo. Volevo assaporare quel momento di vittoria ma sono stato scortato gentilmente fuori dalla piscina. Al bordo della vasca campeggiava una scritta nuova che non avevo mai visto: Harakiri, il terrore e` con te. Ho imboccato la strada indicata sapendo che non era ancora finita. Perche` a 50 anni sarei stato troppo vecchio per permettermi ulteriori remore. 





giovedì 15 agosto 2013

E non restò che svenire

Io e Ether spiegavamo al sole quei pezzi di carta che costituivano la collezione di ragionamenti e supposizioni che ci aiutavano a scagionare,  almeno ai nostri occhi, un parente caduto recentemente in disgrazia. La nostra ultima fatica, pronta per il decollo.  La luce era abbagliante e noi eravamo tutt'altro che rilassati, nonostante fossimo seduti su una panchina in riva al lago. Le borse agli occhi, l'aria rassegnata di chi è arrivato tardi dove nessuno si era mai spinto. L'abitudine fin da bambini di sognare troppo, scatenando l'ira di chi ci stava intorno. Scavalcare la realtà apparente e scoprire i piccoli segreti celati in una comunità che parlava solo il dialetto era il nostro compito quotidiano. Lo stellese doveva essere la mia prima lingua ma non ho mai voluto accettarla. Mi affidavo a Ether come interprete: la vedevo sprofondare inesorabile in quell'arido prato di suoni per poi rinsavire e dare alle espressioni il loro dovuto spessore in italiano. Ogni giorno appariva sempre più stanca, divisa fra una cultura che non avrebbe occupato neppure una pagina nei libri di storia e un'altra che la accoglieva tiepida tra le mura di una scuola troppo chiusa per valutare le sue lungimiranti capacità deduttive. Eravamo noi due contro il mondo. Quel mondo infinitamente piccolo e asfittico. Sullo sfondo le Colline d'Oro e i Samurai, luoghi visibili ma irrangiungibili. Osservavamo ciò che ci capitava intorno e prevedevamo il futuro che si poteva definire tale solo perchè non era ancora stato detto ma che in realtà viveva sotto i nostri occhi svegli in uno stato di latenza malsana. Quanto avremmo potuto fare se fossimo stati ascoltati nei nostri deliri da predicatori bambini. Avremmo salvato delle vite e smascherato malfattori ma eravamo troppo indifesi per crearci dei nemici tra gli adulti. E allora scrivevamo piccole note su fogli  e regalavamo le nostre intuizioni al vento sotto forma di aerei di carta. Che Malmot e Malmorea bruciassero tutto nella fucina dell'Inferno.  Su quella panchina eravamo lontani anni luce da tutto e da tutti. Finalmente padroni delle nostre vite, calcolavamo i danni che si sarebbero potuti evitare. Poi dalla strada è arrivato un uomo crudele. Aveva un sacco con sè e c'è l'ha rovesciato addosso senza delicatezza alcuna. Letteralmente sommersi da cartigli che coprivano i cinque anni della nostra infanzia. Malmot aveva recepito i messaggi e invece di bruciarli li aveva conservati uno ad uno. Fino a riempire il sacco. Un ghigno malefico impresso sul suo volto e nessuna pietà. Nemmeno l'acqua di quel lago sarebbe stata talmente profonda da sommergerli tutti. Un errore fatale: avevamo sbagliato il destinatario. Tutto quello che avremmo voluto dimenticare c'era stato servito su un piatto d'argento in una location vacanziera con il sole a picco. Ci siamo guardati e abbiamo deciso all'unisono di svenire. E se non passava nessuno a rianimarci, pazienza. Un po' di riposo proprio non guastava.

lunedì 12 agosto 2013

La venditrice di ciambelle- Figlio sciagurato

Dora riordinò le idee e si divincolò dalla stretta dell'avventore con un "Torno subito"sussurrato a bruciapelo prima di sparire nel retrobottega. Sprofondata sul sofà cominciò a sventolarsi con un ventaglio in preda al panico. Il responsabile poteva essere uno solo: suo figlio. Afferrato il ricevitore  digitò sulla tastiera del telefono un numero che credeva di aver dimenticato. Dall'altro capo del filo rispose una donna:
"Pronto?".
"Pronto", confermò Dora con voce stanca. "Cerco Eugenio".
"Dora, che piacere. Purtroppo ora non lo trova, è al lavoro. Immagino sia per la faccenda del negozio..."
Perfetto, pensava: tutti ne erano al corrente tranne me. "Che cosa ha combinato Eugenio per l'amor del cielo?". E intanto ricordava  quanto si era mostrata contraria alla strampalata idea del marito di lasciare il negozio al figlio invece che a lei. Si era opposta fino alle lacrime ma quel buon uomo pensava che Eugenio commosso per il gesto del padre si sarebbe preso cura del locale e della madre continuando l'attività con devozione. Una diversa devozione però- quella per il gioco e le belle donne- lo aveva portato lontano da casa subito dopo la fine degli studi, lasciando la madre sola lì a infornare ciambelle. Niente di meglio per Dora che poteva godersi una meritata solitudine per la prima volta nella sua vita. Non aveva più bisogno di nessuno ad eccezione dei clienti: ci avrebbero pensato le ciambelle a compensare la sua scarsa attitudine al compiacimento degli avventori. Avrebbe vissuto felice senza interferenze. E invece il figlio era tornato per annunciare il suo fallimento.
"Dora e' un problema di liquidità", rincarava la donna dall'altro lato. "Si risolverà a breve ma era necessario vendere..."
"Eugenio avrebbe dovuto consultare sua madre prima", soggiunse Dora con un filo di voce.
"E' circa un mese che prova a contattarLa".
Dora rispondeva saltuariamente al telefono e detestava le telefonate senza preavviso. Con i fornitori del negozio trattava direttamente in negozio. Non valeva la pena di rispondere se dall'altro capo del ricevitore venivano sempre brutte notizie. Ricordava ancora quella mattina. Era presto e i ragazzi dormivano ancora. Poi il trillo del telefono ha ferito l'aria quieta di quella giornata con una notizia straziante. Dora stentava a credere alle parole che la mettevano al corrente dell'irreparabile. 

lunedì 29 luglio 2013

La prima lettera


La prima lettera di Matilda arrivò una sera d'inverno preceduta da una telefonata. Non si trattava di lei dall’altra parte del ricevitore: era una voce che mi diceva di stare tranquillo, che tutto sarebbe andato bene. Di non esitare e di correre alla cassetta delle lettere. Abbandonavo il tepore di casa per gettarmi nel freddo della tormenta. Mi sono chiuso la porta dietro le spalle e i rumori della famiglia festante per il Natale alle porte. Nello spazio che mi ero ritagliato esistevamo solo io, la buca delle lettere e la bufera. Era una serie di azioni tutt’altro che complesse: prelevare la lettera dalla cassetta e ritornare in casa. Ritirarmi in camera e sdraiato sul letto, dopo aver inforcato gli occhiali, abbandonarmi alla lettura. Invece me ne stavo impalato lì fuori sotto la neve riluttante anche a compiere un solo passo in avanti. Rischiavo di rovinare quel momento di solitudine: con la mia assenza avrei insospettito di certo Teresa, che da un momento all'altro, sarebbe potuta uscire di casa e con voce squillante richiamare il suo paparino all'ordine. Dovevo focalizzare la mia attenzione sulla sollenità temporanea di quell'istante e poi procedere. Tutto sarebbe cominciato da lì. 
Ero solo e la mia volontà sarebbe stata determinante. Era come fare il primo passo dentro un lungo tunnel buio di cui non si riusciva a intravedere l'uscita: ho sempre amato l'avventura e di certo non mi sarei potuto tirare indietro proprio questa volta. Era lo stesso percorso che compivo ogni mattina per uscire di casa, la solita buca arrugginita che accoglieva bollette e pubblicità inutili. Ma questa volta all'interno di quella cassetta così scialba e insignificante c'era Matilda. Un fremito di emozione mi percorreva nella spina dorsale era il richiamo ancestrale del vero amore che guidava i miei passi malfermi. Avevo cominciato a muovermi con riluttanza per poi ritrovare l'andatura di sempre. In men che non si dica mi trovavo davanti alla buca. Ho teso le mani verso la busta che sporgeva prepotente dall'ammasso di cartacce. L'ho presa in mano e l'ho posata sul petto. Ho premuto così forte da pensare per un attimo che l'inchiostro delle lettera potesse per una qualche ragione schizzare fuori e diventare tutt'uno con il mio sangue. Un'operazione a cuore aperto dove il paziente non è sottoposto ad anestesia e può osservare i ventricoli pulsanti e la sacca della trasfusione che lo tiene in vita sollevando il capo. Ero stato avvertito in anticipo del suo arrivo e tuttavia la sorpresa era tale da tenermi lì imbambolato in mezzo alla tempesta. Bastava tornassi in casa, stracciassi la lettera e sarebbe tutto finito. Una volta interrotta la comunicazione non avrei dovuto temere altre incursioni da parte sua nella mia vita di padre di famiglia. E invece ho seguito all'indietro le mie orme sulla neve, ho fatto scivolare la busta in tasca e una volta rientrato in casa mi sono immerso nuovamente in tutto quel baccano familiare consapevole però che più tardi avrei potuto finalmente trovare la pace nella lettura solitaria della missiva di Matilda.

giovedì 25 luglio 2013

Un momento di straordinaria solitudine


Ho rottamato la mia borsa nera di ancora quando lavoravo in azienda. Non ha mai contenuto cose importanti: ben lungi dal custodire file segreti, documenti redatti con cura, biglietti da visita e cravatte di ricambio sosteneva il peso estenuante di riviste, disordine intellettuale e per un certo periodo di cestini per il pranzo macrobiotico. Se l'avessero trovata incustodita, dubito avrebbero potuto immaginare che appartenesse ad un impiegato di un'azienda rispettabile. La borsa mi serviva come cuscino per gli estenuanti tragitti giornalieri in pullman e conteneva pezzi di quello che ero fuori dal lavoro da ricomporre una volta timbrato il cartellino in uscita. Un giorno di questi si e' accasciata su se stessa e ha detto basta. Tu hai cambiato vita, io non ti servo più. Prima di congedarsi da me mi ha giocato un brutto scherzetto, quando dalla tasca anteriore bucata e bellamente  aggiustata con una toppa dal sottoscritto sono scivolate le chiavi dell'appartamento senza che me ne accorgessi. Siamo rimasti soli io e lei davanti alla porta di casa sbarrata. Non ce l'avevo con lei ma con me stesso. Al contrario la borsa vibrava di rabbia nei miei confronti. Quel giorno oltre alle suddette chiavi conteneva due bottiglie d'acqua, due spessi libri di ricerche che porto sempre con me e raramente leggo,   il portacarte così denso di biglietti che anche i giapponesi sono sorpresi nel vederlo e altre cose inutili. I soldi li avevo in tasca. La capacita' di sopportazione aveva raggiunto il limite. Se non mi fosse appartenuta questa borsa che fine avrebbe fatto? Quante attraversate in Germania, Cina, India e Giappone si sarebbe potuta risparmiare? Si dice che gli oggetti non abbiano un cuore e di conseguenza non riescano ad assorbire i sentimenti e a provare sensazioni.  Tuttavia invecchiano inesorabilmente come gli uomini. Anche l'orologio perfetto un giorno smette di funzionare all'improvviso senza neppure avere versato una lacrima che non sia l'olio con il quale sono stati lubrificati i suoi ingranaggi per mantenerlo in vita. Se la borsa e' morta come fa ad avercela con me?  E qual e' il significato del gesto di volerla buttare via? Tante sono le domande, nessuna risposta e una cruda realtà: la porta resta chiusa. Si ci può impossessare temporaneamente di un oggetto ma non lo si può spingere a un compromesso. Le chiavi della salvezza diventano il terzo personaggio di questo romanzo inscenato in un momento di straordinaria solitudine dove intorno a me sono gli oggetti e non le persone ad avere un'anima.  

giovedì 18 luglio 2013

Basterebbe guardarti e potrei scrivere un romanzo

Basterebbe guardarti e potrei scrivere un romanzo. Non è la tua storia ma qualcosa che ti appartiene e che tenta di affermarsi nell'aria intorno a te. Mentre ti muovi o cammini. Oppure mentre dormi. Sei un ricettacolo di idee preziose che scatena la mia immaginazione. Hai un dono ma nè tu nè tantomeno io rusciamo a dargli un nome. A individuarne la sostanza. Sei come una porta che connette due mondi di cui però non fai parte. Ogni gesto di te è scomponibile in un avvenimento speciale e prezioso. Ti chiederei di non muoverti più per non perdere le tracce che servono a ricostruire il passaggio di questa insondabile verità. Questo mondo è sprecato per il tuo racconto. Io posso vederlo distintamente ma non so come tradurlo in parole. Tu lo rivedi nelle mia frasi sconnesse e ti meravigli ma mi presti fiducia e mi assecondi. Nella tua esistenza terrena c'è qualcosa di incompiuto che attira forze provenienti da un altrove che non ha ancora un nome o forse non l'ha avuto mai. Un giorno sparirai nel nulla così come una volta sei apparsa dal mare. Ti incontro a sprazzi prchè altrimenti occuperesti tutto il mio tempo con i tuoi enigmi. Hai valicato due continenti ma la tua forza non dipende dal luogo in cui ti trovi. La tua vita continua così a evocare nella mia mente sogni talmente vividi da avere l'illusione di poterli stringere fra le braccia e dimenticare tutto. Tutto. E' una tentazione forte seguirti e lasciarsi inghiottire da te. Entrare in una realtà in cui non esistono ancora significati. Ma il prezzo è troppo alto e per quanto sia sempre in bilico rimango qui a ricordarti da distante. Il pensiero di te è innocuo, la tua presenza fatale. Ho ancora bisogno di salvare il mio mondo. Cercherò di fare a meno di te.

lunedì 15 luglio 2013

Material Gabu (per due giorni)

Ed e'così che ho cominciato a guardare dove prima non facevo caso. Alla ricerca di una bicicletta rubata. Non mi ero posto il problema del modello fino al momento in cui non mi è stato chiesto di descriverla al commissariato. Ricordavo il colore e la scritta bizzarra che campeggiava sotto il manubrio in caratteri neri: "Fromage". Al poliziotto queste informazioni non interessavano. Sigle e numeri: informazioni perdute anch'esse prima della bicicletta. Sono ricorso ai database cartacei infallibili di questo paese e ho dato nuovamente un nome al veicolo: E17897 杉並. Ora rincorro questa targa nel vicinato non appena vedo un bolide bianco sfrecciare all'angolo di una strada o se noto una bicicletta parcheggiata distrattamente  fuori da un negozio. Da qualche parte sotto questo stesso cielo ci dev'essere anche la mia. Sono ridotto a inseguire una squallida sigla numerica nel vano tentativo di ritrovarla insieme ad un malfattore invece che guardare le persone che popolano la mia zona e tranquillamente si muovono su una bici che molto probabilmente gli appartiene. Un mondo fatto di oggetti si prospetta all'orizzonte. Gli uomini sono solo un contorno e il traguardo e' impossessarsi di qualcosa. Mi arrendo dopo due giorni e mi chiedo come sia possibile che esistano persone per cui vivere così costituisca la normalità quotidiana. Persa una bici aspetto la volta successiva in cui ne smarrirò un'altra. Almeno ci scriverò intorno una storia

domenica 9 giugno 2013

Ai confini del mondo


E’ perfettamente inutile. Tra me e i tasti del computer oggi c’è una distanza incolmabile. Non riesco ad ingannare me stesso. Siamo nel 2013 e i cantastorie non esistono più. Ci sono lavori che pretendono di essere creativi ma in realtà si esauriscono in processi finiti e ripetitivi. La ricerca del sapere è vincolata da ciò che c’era prima e da ciò che può essere dimostrato. Cantanti, registi e attori per sopravvivere venderebbero l’anima al diavolo. Quanto a me, quando raggiungo questi stati in cui mi accorgo che c’è molto da dire ma inevitabilmente mi blocco pensando che in quello che voglio esprimere non c'è alcuna connessione con la realtà circostante, in questi momenti vorrei tornare al villaggio ai confini del mondo. Io provengo da lì. Vorrei sedermi attorno al fuoco e ascoltare le storie degli anziani. Prima riuscivo a raggiungere quel luogo facilmente nei miei sogni. Era dannatamente simile al paese dove sono nato, nonostante le persone che lo abitavano provenissero da altrove. Lì mi sentivo perfettamente a mio agio, al contrario che a casa. C’è solo una persona che oltre a me ha conosciuto quel luogo. E il me stesso apprendista. Si è lasciata trascinare via con me, incurante di chi ci scherniva e chi ci abbandonava per strada. Ora è lontana, indaffarata ma non ha dimenticato. E insieme siamo sempre lì sul bordo pronti a saltare. Io la amo perché conosce il mio posto segreto.Ho tentato in tutti i modi di schiacciare la realtà banale e riconquistare il mio posto ai confini del mondo. Sento il tepore del fuoco amico e la voce roca degli anziani. Non esiste nient’altro che la parola. Non ci sono televisori o dispositivi elettronici. Non ci sono uffici o scrivanie. Ci sono persone che comunicano intorno al fuoco. E’ una lingua lontana, dimenticata dal presente. Io sono me stesso solo lì. E il fatto di non poterci tornare ora, mi rende dannatamene triste. Mi sono lasciato irretire dalla lingua giapponese pensando  fosse la cosa più simile ai confini del mondo. Era avvolta nel mistero e profumava di libri importati e rari. La realtà spigolosa si è smussata e si è trasformata in qualcosa di accettabile. Mi sono rifugiato nel processo di apprendimento di quella lingua e tutto appariva più sopportabile. Sono dovuto scendere a compromessi per riuscire a digerire il mondo in cui vivevo. Il Giappone mi aiutava da lontano come poteva. Era una realtà talmente insondabile da apparire un luogo privilegiato, Ma il miraggio che qualcosa di simile al villaggio ai confini del mondo potesse esistere nella realtà si è consumato progressivamente al mio parallelo avvicinamento a Tokyo. Ho dovuto rivedere le mie posizioni e le mie giornate sono diventate sempre più annacquate. Sono convinto che alcune connessioni psicologiche attivino questo mondo lontano a cui appartengo. Qualcosa che va al di là dello spazio e del tempo. Nei sogni non appare più. Nei miei tentativi di evasione dalla realtà neppure. E’ vicino alla musica ora. Il canale per accedervi sta lì nelle onde sonore. Vorrei svaporizzarmi e diventare nota.

domenica 12 maggio 2013

マイのセリフ


❶マイは17歳。
リクにふられてからケータイ小説に取り組む。
大変な時期だった。しかも当時彼女の悩みを聞いてくれる人は誰もいなかった。部屋にずっと引きこもり、そこで中学校から手放せない大好きなケータイで自分のストーリーを書き始めた。インターネットに接続し、失恋のような経験をした人を探そうと思ったら、ケータイ小説が投稿されている掲示板に出会った。書くことによって、いい思い出が蘇り、リクとの恋愛で、今こうして書いてるからこそ自分の間違いに気付き、その時まで思いつかなかった不思議な展開を想像できた。今も(まだ作品は完成していない)時間さえあれば書く。先週指に傷が付くほどたくさん書いた。
Mai ha 17 anni. Ha iniziato a scrivere novelle dopo la delusione d'amore con Riku. Sono stati giorni duri e non c'era nessuno a confortar la. Passava ore chiusa in camera a scrivere sul cellulare che ha da quando faceva la scuola media e a cui e' affezionatissima. Cercava altre persone con gli stessi problemi d'amore quando si e' imbattuta sul forum delle keitai shosetsu. Scrivendo riusciva a rivivere i bei momenti e più scriveva più si dilatava la storia. Scrive sempre quando ha tempo: la scorsa settimana ha scritto così intensamente da rompersi le unghie. 
❷マイが通っている学校は遠いから毎日電車で通学する。いつも混んでいて、他の乗客を押す人の姿が大嫌い。みんな忙しそうな顔をし、絶対に話かけない。考え事にあまりにも忙しくて寝る人もいる。小学生の時の田舎と全然違う気がする。電車でケータイを弄り始めたら、あっという間に降りる駅に着く。マイは毎日の電車で大事なやくそくがある。インターネットに接続し、書き込んだ内容に対する読者のコメントを読んだりする。それは一日の大事な時間。普段小説を投稿するのはよる寝る前。次の朝まで読者からのコメントを待ちきれないマイ。ドキドキする。たまにツッコミや厳しいコメントでマイの心に傷をつける読者もいるけど、マイはそれを乗り越える。書き続けることはやめない。東京って走っている電車みたい。ついていけないときもある。次おります。。。
La mia scuola e' lontana da casa e tutte le mattine prendo il treno. E' affollatissimo e odio le persone che si spingono. Nessuno parla tutti sono impegnati nelle loro preoccupazioni o dormono. Non era così in campagna. Io scrivo e il tempo passa veloce. Io ho un appuntamento speciale. Mi collego e trovo i miei lettori on line e leggo i loro commenti. Di solito posto la sera prima di addormentarmi ed e' sempre un brivido scoprire quali sono state le loro reazioni. A volte ho paura che possano ferirmi. E' successo ma non mi sono fermata. Se penso a Tokyo penso a un treno in corsa. Sono stanca ora scendo...
❸お風呂に入る時も書く。ここでは誰も見えないから泣ける。書くとないてしまうことが多い。リクと一緒にいた時の私の人生と今のと比較する。弁当一緒に食べたり、学校の校庭を歩いたりした。しかし丸谷が現れてから、私の幸せは何処かへ行ってしまった。最初に友達になって、お風呂にも一緒に入る姉妹みたいな関係だった。でも後になって私のりくを奪った。今学校で孤独だ。友達はエリカだけで、同じクラスなのにメールでやり取りする。この不思議な世界にであえてよかった。
Scrivo anche quando faccio il bagno. Qui non mi vede nessuno e posso piangere. Mi emoziono mentre scrivo. La mia vita ora e' così diversa. Mangiavamo insieme il pranzo al sacco, camminavamo nel cortile della scuola. Poi e' arrivata Marutani e si e' comportata da vigliacca. Primae' diventata mia amica: erano come sorelle facevano addirittura il bagno insieme. Poi me l'ha rubato. Ora a scuola vivo isolata. Scambio i messaggi con Erika anche se siamo nella stessa classe. Meno male che ho scoperto questo mio piccolo mondo segreto. blu blu blu
❹彼らは私の家族です。
よる遅くまでチャットする。あったことないのに。必要ないんだもん。だって、みんなそれぞれの生活があって、やらなきゃならないことある。私は東西線沿いだし東京は広すぎる。でも本当に会うよりもお互いを理解し合える。智子ちゃんが書いた小説を
送ってくれた。丸ごと。だから読むつもりだ。聞いた話だけでも辛くなる。製本して、智子ちゃんに送ろうと思う。私のプリクラも入れようかな。多分会うことはないから。これからリクにあうよてい。55階の水族館で。あのバカヤロウ。
Sono la mia famiglia. Parliamo fino a tarda notte. Non ci incontriamo mai. Non serve. Ognuno ha la propria vita, i propri impegni. Io abito sulla Tozai e tokupyo e' immensa. Ma ci capiamo meglio che se ci conoscessimo realmente. Tomoko mi ha inviato la sua novella. Tutta d'un blocco. E io sono intenta a leggerla. E' tutto così doloroso. Ho stampato la novella e l'ho anche rilegata. Domani gliela spedisco. Ho anche inserito una mia pericura così mi vede. Tanto so non ci incontreremo mai. Oggi vedo Riku al planetario del 55 piano. E' uno stronzo...

lunedì 6 maggio 2013

Posto rock concert cercasi

Scarto gli eventi come se fossero petali di margherite. Sono tutti incompatibili con il mio schedule. Incompatibili. Ho creato un network al riguardo. Ci sono persone da fuori che incoraggiano la mia ricerca. Questo venerdì ci dev'essere qualcosa in città. Una band postrock semi sconosciuta in grado di scuotermi i nervi. Un parco piccolo, minuscolo va bene. Non pretendo altri spettatori: la guardarobiera, il barista e due avventori anonimi. Non posso aspettare fino al 12 maggio. In quel giorno sarò ad acclamare i Sigur Ros. Venuti da lontano lontano. Devo prepararmi all'evento, altrimento sverrò durante l'esecuzione. Tokyo se mi vuoi bene organizza qualcosa di speciale per il prossimo venerdì sera. Ci dev'essere musica. Il resto non importa. E' un desiderio legittimo dopotutto ti ho sopportata per 4 anni. Dai, dobbiamo festeggiare, non prenderla sul personale. Quando pedalo con la bici verso Nakameguro è ancora un piccolo paradiso quello che mi regali. Ti ringrazio, ma non mi basta un pasto caldo e succulento. Desidero perdermi in suoni densi di sentimento. Questa notte, domani e nelle sere a venire. Ho deciso di aprire il mio cuore al post rock. Lui saprà curare le mie ferite. Nuove melodie e dimenticherò il parco della Pellerina. Lo giuro. Sarò impeccabile quando dovrò esserlo. Non farò una piega. Ma quando il palco vibrerà ci sarò anch'io tempo permettendo. Vorrei che anche i miei amici ci fossero. Ma forse pretendo troppo da te Tokyo. E allora ballo da solo. Fino a interiorizzare il meccanismo.

sabato 4 maggio 2013

Le sue orbite quotidiane- Saori senza amore

Non conosceva l'amore. Provava una forte riconoscenza per ogni singolo essere vivente ma mai in lei era sbocciato un sentimento che poteva lontanamente assomigliarvi. Vedeva le persone intorno letteralmente impazzire, e si chiedeva se a lei non mancasse qualcosa.Ascoltava le storie struggenti aggrovigliate come una matassa e le srotolava dandogli un inizio e una fine. Dispensava consigli impossibili da seguire per gli innamorati perchè fondamentalmente non riusciva a cogliere i loro tormenti. La gente che la conosceva le stava lontana: erano tutti spaventati dalla sua incapacità di concepire l'innamoramento e avevano paura che questa assenza di sentimenti un giorno li avrebbe feriti se le si fossero avvicinati troppo. 
Quanto ai suoi spasimanti inizialmente li rifiutava uno ad uno. Poi aveva cominciato a studiarli ma per farlo doveva inevitabilmente assecondarli e fingere di provare qualcosa per loro. Non riusciva neppure a recitarlo, l'amore. Non era brutta e chi non la conosceva si dichiarava con l'aspettativa di poterla un giorno tenere fra le braccia e sussurrarle parole dolci. E invece non andava mai così. Era socievole e le piaceva stare in mezzo alle persone. Aveva tutte le sfumature di colore ma le mancava il rosa. Si era documentata leggendo romanzi. Ma per lei era come studiare una reazione in chimica. Prevedeva l'imprevedibile in amore. Si era fatta una cultura talmente vasta in materia da conoscere ogni sfacettatura. Applicava le regole dell'amore sugli altri, mai su se stessa. Le avevano detto di abbracciare la fede: se non poteva amare gli uomini che si abbandonasse alla devozione per Dio. Tutti a giudicarla come se fosse facile per lei fare qualcosa. Non ci si innamora dall'oggi al domani e per lei era ancora più difficile. Forse si trattava solamente di una fase della sua vita. Tuttavia era sulla soglia dei trent'anni e tutto quello che vedeva davanti a sè era un mondo tondo e finito, bello e interessante ma incapace   di  rapirla o di strapparle anche solo un abbraccio. Fu allora che apparve Demetra.

venerdì 26 aprile 2013

L'abisso

Si è spalancato l'abisso sotto i miei piedi. All'improvviso. La sensazione di cadere senza potersi attaccare a nulla. Forse un appiglio c'era ma io ho scelto di non vederlo. Appositamente per provare l' abbandono totale. Erano mesi che annaspavo nel nulla: e alla fine si è manifestato. Prepotente. Impetuoso. Sono in caduta libera. C'è paura di atterrare su una superficie troppo dura. Potrei spaccarmi le ossa. O forse continuare a fluttuare all'infinito. In questa condizione mi è concesso di chiudere gli occhi. Sentire l'aria che mi attraversa il corpo e mi gonfia i vestiti. Sognare: qualcosa che non sono io e questa assurda situazione. Un'altra persona è pronta a sostituirmi in questo mondo. In qualsiasi momento, che lo desideri o meno. Tutto dipende dalla traiettoria di questa caduta e dalla volontà di qualcuno di tendere la propria mano per salvarmi. Quanto a me va bene così: non ho responsabilità di sorta nei confronti di un baratro che mi inghiotte. Per una volta osservo passivo lo scorrere degli eventi. Ho fatto il possibile per sfuggire a questa situazione. Ho viaggiato a est per tutta la distanza percorribile. Ed ecco che, a distanza di tempo, qualcosa di analogo si ripropone. Questa volta però non oppongo resistenza; lo accolgo come qualcosa di inevitabile. E' quasi dolce soccombere. Per una volta mi dichiaro sconfitto. Totalmente. Su tutti i fronti.

martedì 16 aprile 2013

Resuscitare Matilda

Resuscitare Matilda. Da un giorno all'altro. Voglio trovare il suo sguardo in un'altra persona. Condividere ancora una volta il mio linguaggio cifrato che solo lei era in grado di capire. Una parte di me se n'è andata via con lei. Non ho potuto neppure protestare o lamentarmi. Situazioni troppo complicate, a volte. Il segreto di tutto è riuscire a mantenere un legame e goderne senza che gli altri ne abbiano a male o interferiscano. I nostri momenti erano solo nostri e non c'è nessuno a ricordare. Lei si è portata tutto via con sè lasciandomi mutilato, affranto e prostrato. Ho pensato di non poter più tornare indietro. Poi oggi ho cambiato prospettiva. Perchè la Matilda che conoscevo era indissolubilmente legata a me. E devo essere grato di stare ancora qui con lei e i nostri ricordi. Non esiste più un luogo dove possiamo incontrarci in questo mondo. Ma posso scendere in strada davanti alla buca delle lettere, dove puntualmente depositava le sue comunicazioni. Le ho tutte, dalla prima all'ultima. Voglio rivivere tutto. Rabbrividire ogni sera prima di ricevere le sue notizie. Con ordine. C'è una persona che mi aiuterà. Lei fingerà di essere Matilda, perchè attualmente è come un guscio vuoto. L'ho incontrata per strada ubriaca. Mi ha dato la sua parola che consegnerà regolarmente le lettere e ci riuniremo una volta alla settimana per dare vita a una persona che non c'è più. Attraverso i suoi scritti. I vestiti che ho ancora a casa. Con le registrazioni sarà possibile creare nuovi dialoghi. La mia complice è un'esperta di apparecchiature digitali. Poi quando avremo esaurito tutto e Matilda cesserà ancora una volta di esistere, prima di quel momento io la lascerò. La rivitazione di un amore vissuto troppo intensamente. Questa volta andrò con il contagocce. A poco a poco mi invaghirò senza però convincermi del tutto. Opporò resistenze al nostro amore come non avevo fatto prima. Rileggerò le lettere e troverò gli errori di ortografia invece di decantarne il contenuto. E' la mia cura. Matilda sarà la mia tiepida infermiera. E questa volta non morirà. La farò fuggire affranta. Ma ancora viva.

domenica 7 aprile 2013

Tra i rottami

Era cresciuto in mezzo ai rifiuti ma sapeva di essere diverso da loro. Ricordava che c'era qualcuno con lui nella discarica che si preoccupava di procacciargli il cibo quando era troppo piccolo, che lo teneva stretto al petto nelle notti d'inverno e che gli sussurrava parole di speranza. Poi quel qualcuno da un giorno all'altro se n'era andato. Non sapeva dove ma sarebbe tanto voluto essere con lui. E invece era rimasto lì solo a guardare il cielo stellato in mezzo ai rottami. Quella vita sarebbe continuata così per sempre. Da mangiare non mancava: i camion portavano tonnellate di cibo e si potevano trovare pietanze ancora intatte. Poteva passare intere giornate a solazzarsi con le più squisite leccornie direttamente dalle cucine dei più raffinati ristoranti della città. Non conosceva altro che la fame. Poi un giorno accadde qualcosa di imprevisto. Stava rovistando in un grande sacco trasparente incuriosito da una confezione di cannelloni che spiccava dal fondo ma aveva mancato la presa. Gli era capitata in mano una rivista. L'aveva gettata malamente e si era rimesso a cercare cibo per il pranzo. Una volta terminato di mangiare lo sguardo gli era caduto di nuovo sul giornale. Tra le pagine c'era un inserto pieghevole che si era srotolato con una folata di vento. La vide in tutta la sua bellezza, nonostante la carta si fosse sgualcita per via dell'usura. Non c'era mai stato niente di più meraviglioso nella discarica. Indossava solo un costume da bagno e sorrideva alla camera: mai si sarebbe immaginata di poter finire in un luogo simile, lei pronta per un tuffo in piscina a Beverly Hills dopo lo scatto. Si chiamava Roxane. Quel poster divenne il suo primo amore. Delle persone reali aveva troppa paura...