venerdì 28 dicembre 2012

Roco

 Era la voce che mi mancava a farmi vedere tutto nero intorno. Interferiva con la mia vista. Senza parlare non avevo nessuna ragione valida per rallegrarmi  di ciò che accadeva intorno. Non poter parlare è quanto ti possa accadere di peggio durante la permanenza in un paese straniero. Mi domando come facciano la persone che non parlano giapponese a vivere a Tokyo. Ciò nonostante non è abbastanza conoscere la lingua locale: se un giorno la gola decide di infiammarsi ogni respiro si trasforma in un lamento ogni boccone in un supplizio del palato, ogni singolo suono emesso viene storpiato in un qualcosa di incomprensibile all'orecchio altrui. Mi sono sforzato e i linfonodi posti sul retro del collo ad un certo punto hanno sussultato indignati. Abbi cura di te e della tua persona. Smetti per una volta di essere accondiscendente. Fingi di cercare dentro di te la risposta e fai passare il tempo necessario per far dimenticare ai commensali di averti posto la domanda. A volte bisogna sentirsi ignorati per permettere al proprio corpo di ricaricarsi. A fine anno la stanchezza si fa sentire e le mie vestigia vacillano.  Sono state due settimane di silenzio. Ho comunicato solo con i farmacisti e l'ottorino. Con gli amici le formule degli auguri strettamente necessarie in questo periodo. Mi dondolavo sui suoni altrui e incameravo nuove parole. Chissà quando avrei potuto sperimentare l'ebrezza di sfruttare il mio nuovo vocabolario? Poi una mattina mi sono svegliato e il groppo in gola si è sciolto. Fuori c'era un tempo orribile, la metropoli sembrava deserta. Ma io avevo un'incredibile voglia di festeggiare. E allora cosa c'era di meglio se non sfoderare la mia voce rigenerata e ritemprata con una telefonata intercontinentale alla persona con la quale da tempo desideravo parlare? "Pronto, Enji?" "Gabu?Che ti succede? Ma che ti è successo che parli strano?". E io che pensavo di essere guarito. Perlomeno mi sentivo sereno.

domenica 23 dicembre 2012

Chitose e la maledizione di U. (-996 notti)

Chitose viveva in un angusto angolo del Giappone. Una città fatiscente in rovina. Le insegne mangiate dal salino e un'unica prepotente presenza: il mare. Chitose non sapeva nuotare e si limitava ad osservare quella enorme distesa blu dal molo disabitato della cittadina di U. Chitose aspettava il traghetto della domenica. Non c'erano visitatori, solo gente che fuggiva. Ingombranti valigie e paura del domani. Erano dei miserabili che usavano gli ultimi soldi a disposizione per sfuggire all'inevitabile devastazione che li attendeva se fossero rimasti a U. Un paese che versava in una crisi economica senza via d'uscita. Chitose per quanto disprezzasse quelle persone che facevano fagotto e scappavano con la coda fra le gambe, avrebbe voluto essere tra di loro. Più di una volta aveva pensato di fuggire in quel modo ma  tremava al solo pensiero di imbarcarsi su un trabicolo  a motore e lasciarsi inghiottire dal mare. La traversata durava ore e la paura dell'oceano era troppo forte. Almeno per ora. La domenica Chitose era una presenza fissa al molo. Sventolava il fazzoletto bianco e si limitava a fissare i preparativi della partenza. Fra i passeggeri c'erano anche conoscenti che fingevano di non conoscerla perchè si vergognavano di quello che stavano facendo. Chi abbandonava U. sarebbe incorso nella maledizione millenaria che impediva a chi lasciava la città di tornarci una seconda volta. Una leggenda persa nel tempo ma ancora viva nei racconti della gente. Tutti sapevano la storia di Zukuko e Keita. E tutti conoscevano quanto crudele potesse essere U. nei confronti degli abitanti che la tradivano. Chitose aveva il corpo intorpidito dal freddo ma incurante del tempo ogni domenica era sempre lì. L'unico che le rivolgeva la parola era Taka il capitano del traghetto un bell'uomo sui quarant'anni che ben si guardava da posare i piedi a terra e si limitava a sbrigare le pratiche di accoglienza dei passeggeri a bordo del traghetto. Con Chitose erano diventati amici e ogni volta che si incontravano Taka le portava un ricordino dalle numerose città che visitava per lavoro. Tra di loro si frapponeva l'oceano. Lei sulla terraferma, lui perennemente in movimento su quell'imbarcazione. Doveva essere al corrente della maledizione perchè non era mai sceso a salutarla. Sempre in bilico senza neppure sfiorarsi, si lanciavano saluti e sorrisi. Taka sarebbe stato il primo ad accogliere Chitose come clandestina sul traghetto. Chitose dal canto suo, voleva sfuggire alla morsa di U. ma senza ricorrere al mare. Era una situazione senza sbocchi, sino al momento in cui la ragazza non pensò al castello diroccato sulla collina.

martedì 18 dicembre 2012

Ancora mille e una notte giapponesi

Il letto si è sfondato, così ho deciso di liberarmene. Pensavo di guadagnare spazio invece la camera sembra ancora più piccola. Per buttarlo ho dovuto aspettare dieci giorni e sistemarlo nell'immondezzaio la sera precedente il ritiro per non disturbare gli altri inquilini di questo sterminato palazzone. Ho seguito tutte le regole a capo chino (inutile protestare) e per le restanti notti che mi separavano dalla liberazione definitiva mi sono spaccato le ossa della schiena a dormirci sopra. Comunque ora non è più fra noi con i tre adesivi appiccicati a vista che lo designano come "spazzatura pesante". Non avrò guadagnato certo in metri quadrati ma tutto sembra più provvisorio, come piace a me.
Il nuovo futon l'ho ricevuto oggi direttamente a casa. L'ho adagiato al pavimento e mi sono addormentato istantaneamente. Dieci notti di dolori rimediate in un pomeriggio di vacanza. Da una parte non riesco proprio a riconoscermi in questo popolo, dall'altra riesco ad adottare le loro abitudini che, contro ogni mia aspettativa, sono decisamente più congeniali al mio stile di vita. Abbraccio il futon e mi preparo a passare in sua compagnia altre mille e una notte giapponesi. (Forse)

giovedì 13 dicembre 2012

Ho imparato la lezione

Il Giappone ha da tempo abbandonato i miei sogni. Non esiste più nella mia immaginazione. Lo vedo ogni giorno negli occhi della gente, ne tocco la superficie, mi ci addormento. Ma non lo accolgo più dentro me. Esiste nelle ore di veglia per farmi venire voglia di addormentarmi. Il mio io dormiente non vuole più svelarmi cosa si cela nei miei sogni. Perchè la mia determinazione li spinge ad avverarsi. E quando i sogni si avverano, rimane solo la cruda realtà. Inseguo il mio prossimo sogno senza neppure sapere di cosa si tratta. Vorrei rendere reale la mia immaginazione nella forma di un libro. Di quelli che scricchiolano quando si aprono. Di quelli che forse si dimenticano negli scompartimenti. Di quelli che renderanno felici gli altri un giorno. Partirò per lo Shikoku e scriverò il mio libro in tre giorni. O forse no, chissà. Il nuovo anno sarà nuovo per tutti i versi. Una tabula rasa. Dimenticherò il 2012 e tutto il male che mi sono fatto. Ma proprio per questo, prima di lasciare che l'oblio faccia il suo corso, ho bisogno di lasciare una traccia che mi permetta di orientarmi nel nuovo mondo che mi accoglierà. Un mondo di 5 giorni lavorativi, un'esistenza fatta di feste giochi e spensieratezza. Che sia qui o fuori di qui, esiste ne sono sicuro. Ci sono pure delle persone che ti vogliono bene se sei fortunato. E allora avrò bisogno di una guida per non tornare indietro, al punto di partenza. Quattro fogli vergati con i nomi delle persone che devo evitare, i luoghi sconsigliati e i soliti pattern comportamentali che mi causerebbero guai se seguiti. Ho 33 anni e finalmente penso di aver imparato la lezione. Solo devo scriverla. Perchè il mio nuovo me stesso la possa leggere nella sua ingenuità. E possa dormire tranquillo. Con un altro bellissimo sogno. 

mercoledì 5 dicembre 2012

Ardo come fuoco

E' stato il thailandese troppo piccante. Veramente troppo piccante. Mi ha ferito il palato. Mi ha irritato le pareti dell'esofago. Mi è venuto il singhiozzo. Mi sono piegato su me stesso nel ristorante sotto gli occhi  attoniti degli altri avventori. Tutti gustavano deliziosamente quel pranzo. Si chiedevano cosa ci fosse di strano. Non c'era ragione di montare quella sceneggiata. La cameriera è accorsa con aria di sufficienza e mi ha offerto un bicchiere d'acqua. L'ho preso senza guardarla negli occhi e l'ho ingoiata in un fiato. Poi l'ho guardata e le ho alitato un grazie di sfuggita. Insieme alle parole è venuto fuori un fuoco che le ha bruciato la chioma in un istante. Continuavo a scusarmi e per ogni parola una nuova raffica infuocata la stordiva. Le ho versato la caraffa d'acqua in faccia e sono scappato fra lo sconcerto dei clienti, pietrificati dallo stupore per l'accaduto. Dentro di me ardeva un fuoco e dovevo trovare una valvola di sfogo per liberarmene senza fare male a nessuno. Dalla cameriera sarei tornato il giorno dopo con un mazzo di fiori e una parrucca bionda. Ho cominciato a correre per la strada ma non appena cominciavo ad ansimare faville incandescenti fuoriuscivano dal mio naso e dalla bocca. Non riuscivo a capire come il mio corpo riuscisse a contenere quella fucina ardente. Se mi fossi buttato in mare avrei arso anche l'oceano tale era la potenza sferzante di quel getto. Disperato sul da farsi ho pensato di sfogarmi forgiando oggetti dai metalli. La mia vena artistica si è consumata all'istante data la scarsità dei materiali.  Potevo presentarmi in un circo ma il rischio di bruciare il tendone era troppo alto. Mi restava il deserto, i sassi arsi dal sole e la calura. Abbandonavo la vita di sempre per placare una nuova parte di me che prepotentemente mi aveva reso diverso. Fino al cambiamento successivo