giovedì 26 aprile 2012

Quel sonno fatato degno di una favola

La ragazza dormiva pacificamente. E non c'era nulla di male. Semplicemente il treno era arrivato al capolinea. Nonostante tutta quella gente stipata che tentava di trovare una via di fuga all'apertura delle porte, lei non ci pensava proprio a dare cenni di voler tornare nel mondo reale. Sembrava troppo presa a sognare. Ed era bella così. L'immagine di lei appoggiata al sedile incurante di tutta quella ressa e quei rumori, le conferivano qualcosa di spirituale. Fuori pioveva a dirotto e non aveva neppure l'ombrello. Forse si sarebbe svegliata con un bel sole mattutino il giorno dopo, cullata dal treno avanti e indietro. Senza una meta, ma con qualcosa che faceva invidia. Quella spensieratezza di chi si può ancora addormentare sui treni. Avrei voluto continuare a vegliarla ma rincorrevo disperato il tempo. Mi sono alzato dal sedile e proprio un momento prima di passare davanti a lei, assisto ad una scena inconsueta. In Italia per svegliare una donna addormentata su un treno la si chiamerebbe per nome, oppure le si darebbe uno scrolletto gentile sulle spalle. Sulla Keio Line invece vigono altre maniere: un ragazzo che non ho ben capito da dove è spuntato le si è avvicinato e le ha dato un colpo con l'ombrello su un piede, poi si è letteralmente gettato fra la folla per sparire inosservato. Sicuramente pensava di aver compiuto con il suo gesto la buona azione della giornata. Il risveglio più traumatico a cui abbia mai assistito, la fine di un sogno probabilmente accompagnata da un fastidioso dolore agli arti inferiori generato da non si sa che. La donna aveva accusato il colpo e aveva aperto l'occhio proprio quando io le passavo davanti. Tempismo perfetto perchè pensasse che fossi stato io a riportarla bruscamente alla realtà. Ancora troppo intontita  per dire qualcosa, mi sono perso il suo viso da sveglia riversandomi fra la gente. Non mi andava di essere odiato da lei ingiustamente. Io volevo solo proteggere quel sonno fatato. Niente di più. Al diavolo gli ombrelli e i salarymen.

venerdì 20 aprile 2012

Di traverso

La pizza mi è andata di traverso. E non è un problema di stomaco. Sono abituato a digerire carriarmati, non è una semplice pizza a farmi vacillare. E' stato il contorno e non parlo delle patatine ma di ciò che come un mattone mi è piovuto all'improvviso sul piatto. La pesantezza di una notizia che non avrei voluto ricevere. Un nome di cui speravo di essermi dimenticato. Era tutto lì come l'avevo lasciato. Era solo che avevo girato l'angolo e pensavo di essermene liberato. E invece la zavorra si adopera per risucchiare le terre emerse a cui io miracolosamente mi sono aggrappato. Non si tratta di scheletri nell'armadio ma di persone in carne ed ossa. Più ingombranti di un elefante. Lo stomaco non ha retto allo shock. In queste condizioni avevo già ordinato il tiramisù. Ho lasciato perdere, ho chiesto il conto e sono uscito a prendere una boccata d'aria. Chi mangiava con me chissà se avrà capito? Di solito per il cibo resisto a qualsiasi situazione. Oggi ho una pizza sullo stomaco che si ostina a stare lì come se fosse un avvertimento. Quando il piacere di una margherita si tramuta in un inferno, bisogna correre ai ripari. Senz'altro.

martedì 3 aprile 2012

Il mio terzo anniversario


Oggi sento di dover scrivere. Sono al riparo dalla tempesta in un anonimo bar annesso all'edificio della stazione di Shinjuku. Mi sento inquieto come il tempo anche se non riesco a vedere il cielo. Non ci sono finestre vicine dal punto in cui scrivo e sono i passanti fradici a segnalarmi che la' fuori la situazione e' tutt'altro che migliorata. Non ho l'ombrello, ne' la volontà di imbattermi nella pioggia la' fuori. Il mattino l'ho passato all'università. Soffiava un vento forte e il campus vestito a festa per la cerimonia di apertura del semestre tentava faticosamente  di mantenere il suo aspetto composto, preda delle raffiche intense che sferzavano sui cartelli pubblicitari e sulle bacheche d'annunci. Le ragazze fresche di parrucchiere e i ragazzi nei loro abiti migliori festeggiavano il loro ingresso nell'università incuranti del tempo atmosferico. O perlomeno così davano a vedere. Da domani non ci sarebbe stato più nulla da celebrare e il cielo plumbeo e carico di minacce era solo un optional. Fosse stato celeste meglio, ma pazienza. Ero li' per caso ma la mia estraneità all'evento era tale che ho desiderato di ridurre la mia permanenza. Anche se pure io avevo una ricorrenza. C'erano i miei tre anni in Giappone da rispolverare con il sopraggiungere del quarto sempre troppo all'improvviso, per uno come me, spesso sopraffatto dalla velocità delle 24 ore giornaliere. Bilanci. Persone interessanti conosciute: troppo poche in relazione alla popolazione galoppante di Tokyo. Non perdo la speranza pero': questa sera, tempesta permettendo incontro una persona che potrebbe diventare importante. Le premesse ci sono tutte. L'agendina nuova di zecca aspetta di essere scritta con entusiasmo  nel prossimo futuro. E non solo con impegni di studio o lavoro, spero. La famiglia: mi manca, tanto, a volte quasi troppo. Spero i miei non leggano, impegnati come sono a districarsi come possono nelle giungle quotidiane della vita italiana. Io, da qui, faccio del mio meglio. Le due donne di casa si fanno attendere, ma spero un giorno vincano i pregiudizi e si spingano fin qui. Allora vedranno solo la parte migliore. Attività da scrittore: fase piatta, una pagina al giorno sarebbe l'ideale. Ricerca: leggo un libro ogni tre giorni, lo dimentico e lo rileggo ancora. Non ho ancora scritto una parola. Lavoro: amo insegnare. Vedere gli studenti determinati mi infonde energia. E'una gioia che cresce di giorno in giorno. Me lo diceva il mio prof del liceo che sarei dovuto diventare insegnante. Lo faccio in Giappone, spero vada bene lo stesso. Felicita': il mio ultimo omikuji dice che sono stabile. Mi basta pero' alzare lo sguardo e vedere Nargiza davanti a me per sentirmi ancora meglio. Un po' malinconico ma e' inevitabile. Sono passati davvero tre anni... Phew..