venerdì 20 gennaio 2012

Tu


Eri tu a chiamarmi in mezzo a quella folla. Come ho fatto ad essere così sordo. E' una delle cose che non potrò mai perdonarmi. Non sono mai stato bravo a prestare attenzione ai discorsi altrui. Per di più in una lingua che non era la mia. Facevo esercizi di ascolto tutte le sere per cercare di capirti. Ma i miei padiglioni auricolari alcuni concetti  non riuscivano proprio ad assimilarli. C'e stato un momento in cui la raucedine ha preso il sopravvento. Era il paradiso. Non c'era niente da discutere e io procedevo dritto per la mia strada. Le incomprensioni erano li davanti ai miei occhi ma io fingevo di non vedere. Vista e udito abbandonati da qualche parte: mi spaventa sapere come ho fatto ad arrivare fino a qui, così lontano. Senza una guida, allo sbaraglio. Percorro le distanze su treni super veloci. Non c'è neppure bisogno di guardare fuori per orientarsi. Il paesaggio si fonde liquido perdendosi nella velocità del mezzo. Sono già a destinazione e non so neppure che volevo trasmetterti con queste poche righe. E' l'oblio che questa città mi regala che mi permette di andare avanti così con una toppa sul fianco. Segnala che qualcosa è fuori posto. Mi manchi. Teppete.

venerdì 6 gennaio 2012

La casa delle giacche a vento- preludio

Rimproveravo Rosaura per come lavava i piatti. Semplicemente dimenticava di risciacquare o, come diceva lei, risparmiava acqua corrente in favore di qualcuno che doveva attingerla ogni giorno da un pozzo  profondo. Non mi convinceva quella disposizione filantropica nei confronti degli sconosciuti e invece di sfornare manicaretti  i miei piatti sembravano sempre conditi alla Mastro Lindo. Insopportabile. Arcadia aveva portato i rampicanti in casa. Crescevano dentro e fuori inarrestabili. Per raggiungere il sale sullo scaffale più alto bastava fare leva sul robusto tronco della pianta d'appartamento, che in mezzo a tutte quelle liane si era trasformata  improvvisamente in qualcosa di simile ad un albero e la faceva da padrona sull'arredamento della casa diventato ormai invisibile inghiottito dalla foresta. Per non parlare di  Orelia che faceva la venditrice porta a porta e si divertiva a dimostrare l'efficacia del suo smacchiatore usando i miei calzini come cavie. Con risultati discutibili. E poi Ercole di nome e di fatto. Il suo letto era perennemente occupato da un'amante diversa, tutte attraenti e cinematografiche ma inavvicinabili. L'unico momento in cui mostravano la loro genuinità era quando le sentivo gemere di piacere sul materasso sopra la mia testa. Incontri ravvicinati notturni che ravvivavano i miei sogni tormentati. Chiusa nella sua camera stava Anna. Era una persona d'altri tempi. Ricamava e perdeva spesso la pazienza. Sbatteva la porta e minacciava un trasloco imminente. Incrociavamo gli sguardi e la immaginavamo per strada, lei che al massimo si spingeva sulla soglia del parco a cinque minuti di strada per poi tornare indietro spaventata dalla sua vastità. Riempiva la valigia di pizzi e merletti e la abbandonava per giorni in corridoio. Poi magicamente spariva almeno sino alla crisi isterica successiva. Attenzione: queste persone esistono solo nella mia immaginazione. Un vero peccato non averle ancora incontrate sul serio.