mercoledì 5 settembre 2012

Saori: le confessioni



E’ come essere al tavolo degli imputati. Ho scatenato io questo putiferio. Ne sono la sola e unica responsabile. Ho riversato in questa storia tutte le mie speranze e frustrazioni. Mi sono sacrificata per farmi ancora più male. Ho anche tentato di convincerti a fermarlo una volta che i giochi erano fatti. Ho perso di mano la situazione. Ed ora sto scappando via. Mi rifugio lontano da te perché non riuscirei a sostenere la tua incapacità di accettare la situazione. “Tutta questa messinscena a cosa è servita?”, mi diresti. Scappo perché non ho più una vita, ammesso che prima quello che avevo potesse contare qualcosa. Sono una persona normale e mi faccio schifo. Da divinità non soffrivo, guardavo tutti dall’alto in basso. Ripeto, era solo una finzione ma nel profondo pensavo di essere speciale. Ho bisogno di esplorare una giungla e farmi rincorrere da una tribù di cannibali per sentirmi di nuovo viva. Se amavo Franz? Si e tuttora se mi potesse ascoltare da Demetra gli chiederei di scendere e di cedermi il posto. Perché la sua umanità vinceva su tutto. E in questo mondo c’è bisogno di persone come lui. La mediocrità imperversa ovunque diriga lo sguardo e io non mi sento migliore degli altri. Tessa ho bisogno di disintossicarmi ma non so se esista un luogo in cui potrò mai raggiungere una stabilità che mi permetta di accettare la mia condizione. Quanto a te non ti immischiare con le faccende di Demetra. Non sperare Franz torni mai. Io l’ho visto: ha cambiato sostanza. Era consapevole della sua missione come se fosse iscritto nel suo DNA o come diavolo si chiama il loro codice genetico. Io non mi sono mai espressa così, in queste frasi così cariche di passione e rancore verso me stessa. Ho paura di quello che possa accadermi. Temo di poter peggiorare ulteriormente. Posso solo toccare il fondo ora. E’ l’unica direzione che mi è concessa di intraprendere. Mi sento pesante, porto sulla coscienza il fardello di un morto che in realtà è ancora vivo e vegeto da qualche parte. Così lontano. Quando per la prima volta mi ha rifiutata, avrei voluto stringermi a lui ancora più forte, avvinghiarmici e sprofondare le mie unghie. Avevo lo sguardo di un gatto offeso, pronto ad attaccare: un gatto ferito pronto a sferrare l’ultimo salto verso la preda. L’avevo torturato abbastanza e questo è l’ultimo ricordo che ha di me. Vedeva cose che non esistevano. Era  completamente coinvolto nel mio delirio di onnipotenza e mi diceva le cose che volevo sentirmi dire. E tu sei l’altra anima bianca di questa storia. Così realista da spaventarmi. Ora anche tu hai perso le tue certezze, ma sono certa ti riprenderai. Io credevo in un miracolo, pensavo sarei stata la prescelta per la mia devozione e per averlo educato a puntino. Invece sono stata scartata. Ho perso le ali e sono precipitata dentro un baratro. Il mio pullman parte tra cinque minuti. Io non dovevo rendere conto di questi minimi dettagli. E ora mi arrabatto come una mendicante. Ho un tramezzino al formaggio dentro alla borsa: la fame è diventata implacabile e i sogni che la trattenevano non esistono più. Ti scriverò ancora perché ho paura di dimenticare perché mi sono ridotta così.
Da una rimessa dei pullman dimenticata dal mondo e da tutti i pianeti di questo universo
Saori

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