venerdì 10 febbraio 2012

Un' attimo di tregua


Nella notte riecheggiano i passi zoppi delle mie getà sul ponte di legno. C'è tanta neve devo stare attento a dove metto i piedi. Poche luci attorno segnalano la strada che sta per scomparire davanti ai miei occhi. E' l'ennesima sfida nell'affrontare un passato che non è scritto nei miei cromosomi. Esploro una storia che non è negli annali del mio paese. Forse è osare troppo: è come turbare gli equilibri del tempo. Le persone come me dovrebbero stare a casa quando fa freddo. Invece di avventurarsi nel gelo in un abbigliamento del tutto inappropriato alla ricerca di esperienze ancestrali. Ormai è troppo tardi. La tormenta si abbatte violenta e una stecca del mio ombrello si spezza. Riconosco la gabbia degli orsi. Potrebbero essercene addirittura in libertà nei dintorni. Anche questo pensiero non basta a fermarmi. Manca poco al rifugio. Apro la porta e mi dirigo verso il cestino dove appallottolo disordinatamente lo yukata. Sono completamente nudo. Spalanco la porta e una parte del mio corpo freme perchè non ha mai visto la neve. Mi avvio intirizzito verso la pozza d'acqua e mi immergo fino alle spalle. La neve continua a cadermi in faccia ma ne sono immune. Scopro il paradiso in un mondo gelato. E tutte le mie certezze vacillano. La felicità non è qualcosa che ha a che vedere con le persone? Qui ci siamo solo io, le stelle l'acqua bollente e la neve copiosa. Forse è una nuova ricetta prelibata degli orsi e io sono solo un ingrediente, una vittima. Eppure lì immerso in tutta la mia fragilità sento che di aver raggiunto uno stadio ulteriore della mia avventura sulla Terra. Ed è' per questo che ora di ritorno a Tokyo, mentre scrivo queste righe, mi sento di nuovo in trappola. E stranamente triste. 

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