venerdì 28 dicembre 2012

Roco

 Era la voce che mi mancava a farmi vedere tutto nero intorno. Interferiva con la mia vista. Senza parlare non avevo nessuna ragione valida per rallegrarmi  di ciò che accadeva intorno. Non poter parlare è quanto ti possa accadere di peggio durante la permanenza in un paese straniero. Mi domando come facciano la persone che non parlano giapponese a vivere a Tokyo. Ciò nonostante non è abbastanza conoscere la lingua locale: se un giorno la gola decide di infiammarsi ogni respiro si trasforma in un lamento ogni boccone in un supplizio del palato, ogni singolo suono emesso viene storpiato in un qualcosa di incomprensibile all'orecchio altrui. Mi sono sforzato e i linfonodi posti sul retro del collo ad un certo punto hanno sussultato indignati. Abbi cura di te e della tua persona. Smetti per una volta di essere accondiscendente. Fingi di cercare dentro di te la risposta e fai passare il tempo necessario per far dimenticare ai commensali di averti posto la domanda. A volte bisogna sentirsi ignorati per permettere al proprio corpo di ricaricarsi. A fine anno la stanchezza si fa sentire e le mie vestigia vacillano.  Sono state due settimane di silenzio. Ho comunicato solo con i farmacisti e l'ottorino. Con gli amici le formule degli auguri strettamente necessarie in questo periodo. Mi dondolavo sui suoni altrui e incameravo nuove parole. Chissà quando avrei potuto sperimentare l'ebrezza di sfruttare il mio nuovo vocabolario? Poi una mattina mi sono svegliato e il groppo in gola si è sciolto. Fuori c'era un tempo orribile, la metropoli sembrava deserta. Ma io avevo un'incredibile voglia di festeggiare. E allora cosa c'era di meglio se non sfoderare la mia voce rigenerata e ritemprata con una telefonata intercontinentale alla persona con la quale da tempo desideravo parlare? "Pronto, Enji?" "Gabu?Che ti succede? Ma che ti è successo che parli strano?". E io che pensavo di essere guarito. Perlomeno mi sentivo sereno.

domenica 23 dicembre 2012

Chitose e la maledizione di U. (-996 notti)

Chitose viveva in un angusto angolo del Giappone. Una città fatiscente in rovina. Le insegne mangiate dal salino e un'unica prepotente presenza: il mare. Chitose non sapeva nuotare e si limitava ad osservare quella enorme distesa blu dal molo disabitato della cittadina di U. Chitose aspettava il traghetto della domenica. Non c'erano visitatori, solo gente che fuggiva. Ingombranti valigie e paura del domani. Erano dei miserabili che usavano gli ultimi soldi a disposizione per sfuggire all'inevitabile devastazione che li attendeva se fossero rimasti a U. Un paese che versava in una crisi economica senza via d'uscita. Chitose per quanto disprezzasse quelle persone che facevano fagotto e scappavano con la coda fra le gambe, avrebbe voluto essere tra di loro. Più di una volta aveva pensato di fuggire in quel modo ma  tremava al solo pensiero di imbarcarsi su un trabicolo  a motore e lasciarsi inghiottire dal mare. La traversata durava ore e la paura dell'oceano era troppo forte. Almeno per ora. La domenica Chitose era una presenza fissa al molo. Sventolava il fazzoletto bianco e si limitava a fissare i preparativi della partenza. Fra i passeggeri c'erano anche conoscenti che fingevano di non conoscerla perchè si vergognavano di quello che stavano facendo. Chi abbandonava U. sarebbe incorso nella maledizione millenaria che impediva a chi lasciava la città di tornarci una seconda volta. Una leggenda persa nel tempo ma ancora viva nei racconti della gente. Tutti sapevano la storia di Zukuko e Keita. E tutti conoscevano quanto crudele potesse essere U. nei confronti degli abitanti che la tradivano. Chitose aveva il corpo intorpidito dal freddo ma incurante del tempo ogni domenica era sempre lì. L'unico che le rivolgeva la parola era Taka il capitano del traghetto un bell'uomo sui quarant'anni che ben si guardava da posare i piedi a terra e si limitava a sbrigare le pratiche di accoglienza dei passeggeri a bordo del traghetto. Con Chitose erano diventati amici e ogni volta che si incontravano Taka le portava un ricordino dalle numerose città che visitava per lavoro. Tra di loro si frapponeva l'oceano. Lei sulla terraferma, lui perennemente in movimento su quell'imbarcazione. Doveva essere al corrente della maledizione perchè non era mai sceso a salutarla. Sempre in bilico senza neppure sfiorarsi, si lanciavano saluti e sorrisi. Taka sarebbe stato il primo ad accogliere Chitose come clandestina sul traghetto. Chitose dal canto suo, voleva sfuggire alla morsa di U. ma senza ricorrere al mare. Era una situazione senza sbocchi, sino al momento in cui la ragazza non pensò al castello diroccato sulla collina.

martedì 18 dicembre 2012

Ancora mille e una notte giapponesi

Il letto si è sfondato, così ho deciso di liberarmene. Pensavo di guadagnare spazio invece la camera sembra ancora più piccola. Per buttarlo ho dovuto aspettare dieci giorni e sistemarlo nell'immondezzaio la sera precedente il ritiro per non disturbare gli altri inquilini di questo sterminato palazzone. Ho seguito tutte le regole a capo chino (inutile protestare) e per le restanti notti che mi separavano dalla liberazione definitiva mi sono spaccato le ossa della schiena a dormirci sopra. Comunque ora non è più fra noi con i tre adesivi appiccicati a vista che lo designano come "spazzatura pesante". Non avrò guadagnato certo in metri quadrati ma tutto sembra più provvisorio, come piace a me.
Il nuovo futon l'ho ricevuto oggi direttamente a casa. L'ho adagiato al pavimento e mi sono addormentato istantaneamente. Dieci notti di dolori rimediate in un pomeriggio di vacanza. Da una parte non riesco proprio a riconoscermi in questo popolo, dall'altra riesco ad adottare le loro abitudini che, contro ogni mia aspettativa, sono decisamente più congeniali al mio stile di vita. Abbraccio il futon e mi preparo a passare in sua compagnia altre mille e una notte giapponesi. (Forse)

giovedì 13 dicembre 2012

Ho imparato la lezione

Il Giappone ha da tempo abbandonato i miei sogni. Non esiste più nella mia immaginazione. Lo vedo ogni giorno negli occhi della gente, ne tocco la superficie, mi ci addormento. Ma non lo accolgo più dentro me. Esiste nelle ore di veglia per farmi venire voglia di addormentarmi. Il mio io dormiente non vuole più svelarmi cosa si cela nei miei sogni. Perchè la mia determinazione li spinge ad avverarsi. E quando i sogni si avverano, rimane solo la cruda realtà. Inseguo il mio prossimo sogno senza neppure sapere di cosa si tratta. Vorrei rendere reale la mia immaginazione nella forma di un libro. Di quelli che scricchiolano quando si aprono. Di quelli che forse si dimenticano negli scompartimenti. Di quelli che renderanno felici gli altri un giorno. Partirò per lo Shikoku e scriverò il mio libro in tre giorni. O forse no, chissà. Il nuovo anno sarà nuovo per tutti i versi. Una tabula rasa. Dimenticherò il 2012 e tutto il male che mi sono fatto. Ma proprio per questo, prima di lasciare che l'oblio faccia il suo corso, ho bisogno di lasciare una traccia che mi permetta di orientarmi nel nuovo mondo che mi accoglierà. Un mondo di 5 giorni lavorativi, un'esistenza fatta di feste giochi e spensieratezza. Che sia qui o fuori di qui, esiste ne sono sicuro. Ci sono pure delle persone che ti vogliono bene se sei fortunato. E allora avrò bisogno di una guida per non tornare indietro, al punto di partenza. Quattro fogli vergati con i nomi delle persone che devo evitare, i luoghi sconsigliati e i soliti pattern comportamentali che mi causerebbero guai se seguiti. Ho 33 anni e finalmente penso di aver imparato la lezione. Solo devo scriverla. Perchè il mio nuovo me stesso la possa leggere nella sua ingenuità. E possa dormire tranquillo. Con un altro bellissimo sogno. 

mercoledì 5 dicembre 2012

Ardo come fuoco

E' stato il thailandese troppo piccante. Veramente troppo piccante. Mi ha ferito il palato. Mi ha irritato le pareti dell'esofago. Mi è venuto il singhiozzo. Mi sono piegato su me stesso nel ristorante sotto gli occhi  attoniti degli altri avventori. Tutti gustavano deliziosamente quel pranzo. Si chiedevano cosa ci fosse di strano. Non c'era ragione di montare quella sceneggiata. La cameriera è accorsa con aria di sufficienza e mi ha offerto un bicchiere d'acqua. L'ho preso senza guardarla negli occhi e l'ho ingoiata in un fiato. Poi l'ho guardata e le ho alitato un grazie di sfuggita. Insieme alle parole è venuto fuori un fuoco che le ha bruciato la chioma in un istante. Continuavo a scusarmi e per ogni parola una nuova raffica infuocata la stordiva. Le ho versato la caraffa d'acqua in faccia e sono scappato fra lo sconcerto dei clienti, pietrificati dallo stupore per l'accaduto. Dentro di me ardeva un fuoco e dovevo trovare una valvola di sfogo per liberarmene senza fare male a nessuno. Dalla cameriera sarei tornato il giorno dopo con un mazzo di fiori e una parrucca bionda. Ho cominciato a correre per la strada ma non appena cominciavo ad ansimare faville incandescenti fuoriuscivano dal mio naso e dalla bocca. Non riuscivo a capire come il mio corpo riuscisse a contenere quella fucina ardente. Se mi fossi buttato in mare avrei arso anche l'oceano tale era la potenza sferzante di quel getto. Disperato sul da farsi ho pensato di sfogarmi forgiando oggetti dai metalli. La mia vena artistica si è consumata all'istante data la scarsità dei materiali.  Potevo presentarmi in un circo ma il rischio di bruciare il tendone era troppo alto. Mi restava il deserto, i sassi arsi dal sole e la calura. Abbandonavo la vita di sempre per placare una nuova parte di me che prepotentemente mi aveva reso diverso. Fino al cambiamento successivo

mercoledì 21 novembre 2012

Sono solo peggiorato

E' bello vedere i miei amici felici  persi agli angoli del mondo. Abbracciarli con lo sguardo mentre sorridono negli scatti fotografici. Li riconosco perchè hanno scelto un'esistenza simile alla mia. Lontani dalla loro vera casa. Alla ricerca di qualcosa che non potevano trovare nel quartiere dov'erano nati. E' lo spirito impavido che ci unisce ancora dopo tutti questi anni. Posso immaginare i loro gesti, le loro giornate, i loro amori. Come penso loro riescano a ricordarsi di me con i capelli verdi sulle gradinate di Palazzo Nuovo. Ero in perenne campagna pubblicitaria. Urlavo ai quattro venti, fermavo le persone promuovevo la vita. Ero un venditore di sogni e costruivo una storia per ciascuna persona. In tutti e tutto regnava un perchè. E io ne ero completamente stregato. O al telefono del call center carpivo le vibrazioni nella voce dei poveretti a cui telefonavo. C'era un testo prefissato da seguire che io saltavo di pari passo: mi piaceva essere spontaneo anche in quel lavoro. Ascoltare l'accento dei miei amati romani durante il questionario sull'ATAC. O l'inconfondibile cadenza bolognese delle signore proprio prima di servire in tavola un piatto di tortellini. Chiudevo la comunicazione e mi intrattenevo con la mia compagna di filo Rita Fastweb. Emanava un fascino prorompente anche sul posto di lavoro.  Staccavamo e passavamo per il cimitero come se fosse un luogo come un altro. La morte non aveva alcun effetto su di noi. In quel periodo mangiavo tanto: pizze fritte cinesi con Karina, la mensa popolare con Audrey, e il kebab nel quartiere nel mercato. Sono attratto dal calore delle persone e la loro energia si trasmette in me restituendomi vitalità. 

In questo paese non funziona così. La mia energia è offuscata da un'ombra: come mettere un chimono ad un cane per poi vederlo sparire smarrito nel tessuto. La risposta è circondarsi di persone giuste e che esaltino la mia parte creativa. C'è un terremoto di mezzo, lo so. Ma non posso fare a meno di pensare che prima ero diverso. E in questi ultimi due anni sono solo peggiorato.

giovedì 25 ottobre 2012

選択番通便利です

Non registro i numeri telefonici nella rubrica. Non mi interessa avere il nome del chiamante sullo schermo in sovrimpressione. Piuttosto preferisco sforzare la memoria e ricordare la sequenza di numeri che appare all'improvviso. Una piccola sorpresa che movimenta le giornate monotone. Poi decodifico la cifra e riconosco il chiamante. Restituisco ai numeri la loro dignità. Per me rappresentano la persona dall'altra parte della cornetta. Anch'essi sono testimoni di quel momento. Un istante prima di rispondere si manifestano e scorrono per aiutarmi a capire. Sarebbe un peccato rimanessero dimenticati da qualche parte nei meandri dei dati del cellulare. Credo che ogni persona abbia i numeri che si meriti. Misurare le affinità numeriche in un mondo dove non ci sono più certezze mi aiuta a cercare stabilita' nell'oggi e abbandonare le false promesse di oroscopi e gruppi sanguigni. Riscopro i numeri e il loro valore simbolico. Niente a che vedere con la matematica, sono le presenze che mi hanno accompagnato fin dal primo giorno di scuola e che trovo anche qui in Giappone mescolate ai tre alfabeti di questa lingua sofferta che mi ha stregato nel bene e nel male. I numeri mi infondono più coraggio delle persone. Devo ringraziare gli Arabi per averli inventati. Se potessi materializzarli la notte ci dormirei insieme. Sono io in questo momento. Con i numeri, tanti pensieri per la testa e un po' di malinconia.

mercoledì 17 ottobre 2012

Storie Italiane

Ciao a tutti!! In occasione della Ryugaku Fair 2012 dal 9 all'11 novembre presso l'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo si terrà una mostra personale di Philip Giordano, accompagnata dai miei racconti inseriti nella raccolta virtuale "Storie Italiane" (http://www.iictokyo.com/blog/?cat=8)
Chi passa per Tokyo è il benvenuto a partecipare e chissà che magari dal nostro incontro non nasca una nuova storia da scrivere!!Vi aspetto:)

giovedì 11 ottobre 2012

L'incantatore di pensieri in libreria!!

Ragazzi, a breve la mia prima fatica dal giapponese in libreria! みなさん、いよいよ日本語から翻訳した本をイタリアの本屋さんで入手できるよ!Dear all, soon my first translation from Japanese to Italian will be available in bookstores!http://www.macrolibrarsi.it/libri/__l-incantatore-di-pensieri-libro.php

Il gioco delle porte

Ecco la situazione attuale potrei definirla come in sospeso. Le mie porte sono tutte aperte contemporaneamente. Su vari fronti. Devo fare attenzione che folate improvvise di vento non si intromettano. E' una situazione di perenne attesa. Da quelle porte dovrebbe entrare un visitatore, arrivare un pacco o magari soltanto profilarsi all'orizzonte un paesaggio. Il mio compito attuale è di sorvegliare se accade qualcosa. Sono al centro della stanza luminosa perchè tutte le entrate sono aperte. C'è solo un tavolo e un frigorifero. Arredamento spartano, mi raggomitolo in un sacco a pelo la notte. Ma difficilmente prendo sonno. Esiste il fusorario e un visitatore dall'altra parte del mondo potrebbe entrare. E io dovrò essere lì ad accoglierlo con un sorriso. Ne va del mio futuro. Sono solo nella stanza, non c'è un gatto nè un altro essere umano a tenermi compagnia. C'è uno schermo perennemente connesso alla rete che mantiene i miei contatti con l'esterno. Perchè abbandonare la stanza potrebbe essere fatale. Pochi buoni consigli, tanta spazzatura virtuale. Lo sgabuzzino quello è chiuso a chiave. L'ho gettata fuori per impedirmi di entrare di nuovo. Un giorno qualcuno me la riporterà...Chissà che effetto avrà rientrarci. Quante persone anchilosate ne verranno fuori, tormentandomi di domande a cui io di certo non avrò il tempo di rispondere. La casa si ripopolerà e io mi concederò un bicchiere di vino la sera. Poi di notte quando tutti dormiranno, scapperò di nuovo. Dalla finestra. Ma questo è un futuro troppo remoto. Ora è il turno del gioco delle porte. Ahah.

venerdì 5 ottobre 2012

Vado avanti

A volte le persone possono ancora stupirti. Non è detto siano quelli che ti circondano tutti i giorni e con cui trascorri la maggior parte del tempo. Piuttosto sono gli incontri casuali in momenti cruciali della tua vita. Mi sono costruito una strada sicura, protetta fatta di opzioni e piani di riserva: tutto calcolato per non soffrire troppo se fosse andata per il verso opposto rispetto a quanto mi aspettavo. Estremamente prudente ho fatto scelte grandi ma sempre dopo aver ponderato ogni minimo dettaglio; proprio io che nella vita quotidiana sono l'approssimazione fatta a persona quando si tratta di cambiamenti epocali ci vado molto cauto. Questa volta invece è bastato un colloquio di una trentina di minuti: mi sono fatto ispezionare dentro. E qualcun altro mi ha dato la soluzione che cercavo ma che non riuscivo a figurare da solo. Mi sono fidato. Sarà la stanchezza o il cambio di stagione ma questa volta ho lasciato la presa e ho fatto in modo che decidessero per me o meglio, mi mettessero in posizione di accettare il futuro senza pormi troppe domande. Questa passività non è pura rassegnazione: è una ricerca di aiuto in un momento in cui tutti intorno sono troppo impegnati per capire la mia confusione momentanea. Avolte è bello non avere l'intero peso delle decisione sulla propria schiena. Vado avanti con una sola opzione. E sfido la meticolosità del fare calcoli e pianificare. Aspetto comunque un risultato positivo.

sabato 22 settembre 2012

Il principe

La strega cattiva mi ha fatto notare che si trattava di un principe. E io ero semplicemente il suo stalliere. Niente di più. La situazione si era capovolta su quel tetto a Higashi Nakano. Eravamo suppergiù di questo periodo: l'aria fresca che si insinua dalla finestra del balattoio me lo ha riportato alla mente. Il giorno in cui ho scoperto di essere un particolare trascurabile, un incidente di percorso. La realtà è fatta di punti di vista molto diversificati: mi difendevo come potevo, dicendo di non credere alle favole. Era un attacco reale quello della strega, sferrato in un momento di debolezza in cui mi sentivo obnubilato dal troppo alcol assunto quella sera. La festa era finita: ci eravamo ritirati sulla terrazza da cui si poteva ammirare lo skyline di una città reale. Non c'erano castelli nè cavalli nei dintorni il che significava che anche i principi e gli stallieri non appartenevano a quel mondo. Ad un tratto la strega ha estratto una macchina fotografica e ha immortalato per sempre quell'istante in una fotografia. Sullo sfondo svettava un grattacielo luccicante come la lama di una spada. Io faticavo a reggermi in piedi e ciondolavo davanti all'obiettivo cercando di trovare una posizione consona ad uno scatto fotografico. Invano. Poi c'era la sua figura imponente con lo sguardo perso chissà dove : la malinconia in cui era stato ritratto corrispondeva effettivamente all'atteggiamento eroico di un principe nei confronti del proprio regno. Pronto per partire per una nuova avventura ma pensieroso per il suo continuo distacco dalla terra madre. 
La strega cattiva non aveva alcuna pretesa di tramutarsi in principessa e rapirlo dalla sua missione. Quanto a me più che uno stalliere mi sarei riconosciuto piuttosto in un giullare incompreso. Ormai tutti e tre irretiti in un incantesimo che ancora tutt'oggi si diverte a giocare con i nostri destini. 


mercoledì 19 settembre 2012

All'ISETAN

Il modo migliore di visitare un grande magazzino come l'ISETAN MAN di Shinjuku è sicuramente dopo l'orario di chiusura. Non si tratta di scassinarlo ed entrare furtivamente ma varcare l'ingresso con tanto di tappeto rosso in dolce compagnia, accolti da una schiera di commessi a nostra completa disposizione. Avevamo un complice in mezzo allo staff, quello è il suo abituale posto di lavoro. Ineccepibile, elegantissimo nel suo completo blu. Isseikun era un figurino. Il contrario di me in look vacanziero e fin troppo spensierato per l'occasione: urgeva subito un piccolo acquisto per giustificare la nostra presenza all'evento e poi liberi di esplorare i nove piani addobbati a festa. Circondato dal mondo dello spettacolo e da portafogli gonfi di denaro non mi sentivo minimamente a disagio o meglio non prestavo attenzione a chi ci stava intorno ma mi concentravo sui cibi e le bevande servite che variavano per ogni piano dell'edificio. Di solito quando faccio compere non ho l'esigenza di trascorrere ore nel negozio: mi basta un rapido giro per capire cosa posso e voglio acquistare, ponderare il colore e concludere l'acquisto, a volte senza neppure provare. E' un piacere fare spese con me non durano più di un quarto d'ora. Quella notte però ho scoperto il piacere di muovermi all'interno di uno spazio privilegiato che non era solo mera mercanzia ma anche piacevoli sorprese gastronomiche. Al quarto piano eravamo già ubriachi e non riuscivamo a trovare la scala mobile per accedere al livello successivo. E' bello fare questo tipo di esperienze con le persone che contano. Mi è tornato in mente quando appena arrivato a Tokyo, la esploravo pezzo per pezzo collezionando ricordi. Poi all'esplorazione si è sovrapposta la necessità di spostarsi in questa giungla dove le liane sono treni e i trabocchetti il tempo che non basta mai e le relazioni con le persone a volte così complesse da perderci la testa e da non capire più dove ci si trova. Ma quella sera era diverso. Non potevo avere fortuna più grande di essere accompagnato da Hiromi. La persona che, con discrezione, mi conosce meglio di chiunque altro. Abbiamo poi trascorso il resto della serata nel bar lounge del nono piano sorseggiando super alcolici: i bicchieri ci venivano automaticamente riempiti una volta che li avevamo svuotati. Il tutto avveniva ad un ritmo quasi frenetico. Quella sera ho sentito di essere arrivato da qualche parte. Non era lo sfarzo, non era neppure la sbornia: era la soddisfazione nel riscontrare che dopo tutti questi anni un rapporto d'amicizia poteva evolversi e crescere anche lì così lontano da casa, a Tokyo, fra tutti i rumori che scemavano intorno e l'aria di festa perfettamente sintonizzata sul mio stato emotivo del momento. 

lunedì 17 settembre 2012

Storie

In queste notti prima di addormentarmi mi circondo di storie. Sono discorsi ascoltati, frammenti di libri letti, film e parole sussurate in confidenza. La mia dimensione emotiva si arricchisce di queste testimonianze comunicate in modo più o meno diretto. Lo spazio vitale di questa angusta stanza si riempie per la prima volta di immagini: quanto ho dovuto faticare a sacrificare questa parte di me così ricettiva e l'incontenibile bisogno di recuperare sparsi qua e là  barlumi di sogni altrui e trasfomarli in sostanza. Ci sono persone che rinunciano e si piegano alla vita: io non faccio altro che recuperare le briciole di quanto si lasciano alle spalle e tento di dargli una forma. E chissà un giorno, se le incontrerò di nuovo sulla mia strada, potrò mostrargli che dai loro cuori infranti, dalle loro speranze disilluse e dai loro tentativi fallimentari di notte in questa stanzetta senza cielo germogliano parole che diventano storie. Tutto sarebbe potuto finire diversamente, ma niente è ancora perduto. Alcuni rinnegheranno il loro passato nonostante ci sia un finale alternativo che li accompagna in ogni istante della loro nuova vita; altri rimpiangeranno se stessi e i discorsi fatti come se si trattasse di qualcosa di irrecuperabile; altri ancora gioiranno misurando la propria diversità rispetto al passato. Il cantastorie si rivolge all'interlocutore e lo rapisce dirottandolo nella dimensione delle possibilità recondite. Io non racconto nulla di nuovo, plasmo ciò che ho sentito un tempo da quella persona e che non riesco più a ritrovare in lei guardandola negli occhi. Ci sono poi quelli che non vogliono ascoltare. Li abbandono alla cruda realtà: non voglio più  immischiarmi nella loro vita miserabile. Siamo diversi e inconciliabili. Una vita senza storie non vale la pena di essere vissuta. Io vivo fra un racconto e l'altro, non conosco la tregua se non mi assicurano che sia momentanea. Ci sono stati momenti in cui ho dimenticato la mia missione e questo minuscolo loculo privo di condizionatore non era certo il luogo adatto per una fucina di sogni. Lo è diventato a poco a poco ed ora sento che la mia immaginazione è pronta a spiccare un ulteriore salto. La destinazione ancora non la conosco, ma tutto è in movimento. Ascoltami...

domenica 16 settembre 2012

Un'amante invidiosa

Il letto è rimasto intatto. L'avevo preparato perchè l'hotel non se lo poteva permettere. Ho aspettato tutta la giornata nell' attesa di rivederla: l'indomani ci aspettava un pomeriggio intenso, lungo, alla ricerca di un nuovo appartamento per lei e per me forse in futuro. Avremmo camminato a braccetto per le strade di Koenji, ignorando i templi e i fantasmi. Non avremmo certo meditato troppo sulla presenza di eventuale amianto sul soffitto della casa. Siamo fatti così: il tempo di ritrovarci e tutti i problemi intorno svaniscono. Abbiamo la capacità di ritagliarci uno spazio speciale in questa enorme metropoli. Perchè i momenti  per stare insieme  sono sempre troppo pochi. Specialmente a Tokyo. C'è una maledizione che ci separa allo scoccare delle 24 ore. E poi passano anni per stabilire l'incontro successivo. Prima ci era concessa per lo meno una settimana: partivo dall'Italia d'agosto e finivo a rifugiarmi nel suo appartamento ad Honancho. La vedevo ritornare stanca con l'ultimo treno, a volte io dormivo quando arrivava e il mattino era troppo presto perchè mi accorgessi di lei mentre consumava veloce il suo caffè istantaneo. Trascorrevo le mie giornate con l'altra inquilina della casa: diffidava degli stranieri e vedeva fantasmi ovunque. Ma il peggio doveva ancora venire: mi sono trasferito in Giappone il 2 aprile 2009. Lei ha lasciato l'appartamento il giorno successivo. Un mattino impiegato a disfare le mie valigie e un altro a fare le sue, in preda al fusorario. Io arrivavo e lei tornava al suo villaggio natale. Ho ereditato le sue posate e qualche tazzina come premio di consolazione. Tornava perchè la vita nella capitale l'aveva provata, distrutta. Lei a pezzi, io pieno di energia. Da quel giorno sono passati tre anni. La mia energia in questo periodo si è rivelata intermittente come le nostre chiamate al telefono. La linea era perennemente disturbata dagli alberi della foresta vicino alla sua casa. Ho cominciato a pensare che qualcuno macchinava contro un nostro prossimo incontro. Lei che assecondava tutte le mie pazzie, doveva starmi lontana. Per qualche ragione. Un giorno mi ha chiamato decisa a raggiungermi. Questa volta non la fermava nessuno: l'avanzare dell'età rende tutti più risoluti, anche chi è particolarmente attaccato alle tradizioni e ai relitti che si trascina dietro senza sapere poi come disfarsene. La linea era buona e potevo sentire attraverso la cornetta gli uccellini che benedivano la sua partenza. Il sole rovente  scalda ancora Tokyo nonostante sia settembre inoltrato. Ci siamo incontrati ovunque nel mondo: Osaka, Viareggio, Londra... Era tempo che questa grande città si accorgesse di noi e del desiderio di partecipare l'uno della vita dell'altra. Non importava che fuggisse in compagnia. Io l'aspettavo a braccia aperte: lei e chi era con lei. 

Non stavo più nella pelle, poi un messaggio indecifrabile: "Ho fatto la valigia, vengo da sola. Sto prendendo il bus per la stazione ma ci impiegherò più di due ore per arrivare e chissà se alla sera tardi ci sono ancora treni per Tokyo".  Le ho risposto che certo ci sarebbero stati altri treni, perchè è la capitale e la nostra vita qui si svolge su un mezzo in corsa. Prendesse la rincorsa e sarebbe riuscita ad agguantare la maniglia giusta. Io ero ad aspettarla già da allora come uno stupido, tentando di concentrarmi sulla rivista elettronica che stavo leggiucchiando in attesa di una sua mail. Che non è mai arrivata. L'ho persa nel tragitto per la stazione. Il telefono squilla a vuoto da due giorni. So che sta bene ma non può parlare. Questa volta non sono solo le interferenze della linea. C'è una fattucchiera blasfema che la tiene prigioniera. Nella foresta che si tinge di nero nei miei pensieri. Sono dell'idea che alla città non piaccia il nostro legame. E devo farmene una ragione ora mentre mi crogiolo su questo letto che non ho voglia di disfare. Ho paura che il nostro prossimo incontro possa scatenare una sciagura. Me ne sto qui a rimuginare su di lei. Almeno questo non mi è ancora proibito.  Tokyo, sei solo un'amante invidiosa, ma , purtroppo, mi tieni completamente in pugno.

sabato 8 settembre 2012

Una vecchia in reggipetto

Oggi un'anziana mi è apparsa in strada in reggiseno. Avrà avuto 80 anni. Qualcuno o qualcosa aveva disturbato il suo sonno leggero ed era scesa di casa per accertarsi che tutto fosse in ordine. E lì mi aveva incontrato. La pelle raggrinzita e il seno cadente, evidentemente disturbata dalla mia apparizione. Di quella donna ho fatto un pensiero. La persona l'ho lasciata scorrere via dal mio campo visivo come un brutto sogno. Almeno mi avesse sorriso. Aveva un grugno stampato in faccia per niente amichevole. Ho pensato che gli oroscopi non parlano dei vecchi. Si rivolgono ad una categoria di persone ben precisa; quelli che ancora vogliono mettersi in gioco. Che cambiamenti amorosi possono esserci nella vita di quella donna a ottant'anni suonati, quale accadimento inaspettato che non sia un acciacco del malaugurio potrebbe sollevarla dalla routine quotidiana? Quell'apparizione mi aveva angosciato nella sua devastazione. Un'amica svolge una ricerca sugli anziani e la pubblicità: sembrerebbe che anche i vecchi siano stati rivalutati e siano rappresentati sempre più attivi e giovanili in attività del tutto inconsuete per degli ottantenni. Per quanto la televisione faccia baccano e proponga modelli alternativi di invecchiamento, lo smarrimento di quella figura questa notte mi ha profondamente turbato. Dove sono rinchiusi gli anziani di questa città ancora in preda alla calura? E' possibile invecchiare a Tokyo o per stare dietro alla città impazzita si deve ringiovanire forzatamente? Devo cercare un ottantenne nei dintorni e stare a sentire la sua storia. Scoprire un ulteriore mistero di questo immenso puzzle di città. Tutti tranne la signora malefica: credo non sarebbe particolarmente felice di rivedermi nei paraggi di casa sua. 

giovedì 6 settembre 2012

Io mi mangio un' Umeboshi

Si dice delle Umeboshi che allunghino la vita e che abbiano degli effetti miracolosi sul corpo e sul metabolismo. Io ne sono ghiotto in certi periodi dell'anno. Sono quei brevi giorni in cui posso scegliere cosa comprare senza dovermi precipitare a serrande abbassate al supermercato di ritorno dall'andirivieni quotidiano per reclamare la mia razione di cibo giornaliero. Se avessi più tempo non me le farei mai mancare. Regalatemi una prugna e mi farete felici. Penso nessuno guardandomi in faccia potrebbe indovinare questa mia predilezione, allora tanto vale dirlo apertamente. Perchè mi piacciono così tanto? Perchè sono più aspre del limone. Ne consumo almeno una al giorno quando mi capita di averle e le mie preferite sono quelle rosso scuro giganti che devono anche avere un nome che però io ignoro. Tra le altre cose in Italia le Umeboshi ci sono ma hanno dei prezzi proibitivi. Forse se tornassi le cancellerei dalla memoria e continuerei a vivere facendone a meno. Provate un'Umeboshi e forse vi rivolterà lo stomaco; vi aiuterò senz'altro a smaltire l'arbanella. Non sono in competizione con nessuno quando rivendico questo mio amore. Gli altri storcono gli occhi, la bocca, non ne comprendono la ragione. Non avrò rivali se compaiono sul tavolo di un buffet. Trattengo il nocciolo in bocca cercando di succhiare la polpa. Se mi svuoteranno il frigo le prugne rimarranno lì dove stanno. In mia attesa. E' triste sapere che il resto del mondo le ignora. Ma è altrettanto piacevole la sicurezza che non mi abbandoneranno mai. Mangio un' Umeboshi e dimentico l'arrabbiatura della giornata. E' strano ma funziona così. Almeno per me.

mercoledì 5 settembre 2012

Saori: le confessioni



E’ come essere al tavolo degli imputati. Ho scatenato io questo putiferio. Ne sono la sola e unica responsabile. Ho riversato in questa storia tutte le mie speranze e frustrazioni. Mi sono sacrificata per farmi ancora più male. Ho anche tentato di convincerti a fermarlo una volta che i giochi erano fatti. Ho perso di mano la situazione. Ed ora sto scappando via. Mi rifugio lontano da te perché non riuscirei a sostenere la tua incapacità di accettare la situazione. “Tutta questa messinscena a cosa è servita?”, mi diresti. Scappo perché non ho più una vita, ammesso che prima quello che avevo potesse contare qualcosa. Sono una persona normale e mi faccio schifo. Da divinità non soffrivo, guardavo tutti dall’alto in basso. Ripeto, era solo una finzione ma nel profondo pensavo di essere speciale. Ho bisogno di esplorare una giungla e farmi rincorrere da una tribù di cannibali per sentirmi di nuovo viva. Se amavo Franz? Si e tuttora se mi potesse ascoltare da Demetra gli chiederei di scendere e di cedermi il posto. Perché la sua umanità vinceva su tutto. E in questo mondo c’è bisogno di persone come lui. La mediocrità imperversa ovunque diriga lo sguardo e io non mi sento migliore degli altri. Tessa ho bisogno di disintossicarmi ma non so se esista un luogo in cui potrò mai raggiungere una stabilità che mi permetta di accettare la mia condizione. Quanto a te non ti immischiare con le faccende di Demetra. Non sperare Franz torni mai. Io l’ho visto: ha cambiato sostanza. Era consapevole della sua missione come se fosse iscritto nel suo DNA o come diavolo si chiama il loro codice genetico. Io non mi sono mai espressa così, in queste frasi così cariche di passione e rancore verso me stessa. Ho paura di quello che possa accadermi. Temo di poter peggiorare ulteriormente. Posso solo toccare il fondo ora. E’ l’unica direzione che mi è concessa di intraprendere. Mi sento pesante, porto sulla coscienza il fardello di un morto che in realtà è ancora vivo e vegeto da qualche parte. Così lontano. Quando per la prima volta mi ha rifiutata, avrei voluto stringermi a lui ancora più forte, avvinghiarmici e sprofondare le mie unghie. Avevo lo sguardo di un gatto offeso, pronto ad attaccare: un gatto ferito pronto a sferrare l’ultimo salto verso la preda. L’avevo torturato abbastanza e questo è l’ultimo ricordo che ha di me. Vedeva cose che non esistevano. Era  completamente coinvolto nel mio delirio di onnipotenza e mi diceva le cose che volevo sentirmi dire. E tu sei l’altra anima bianca di questa storia. Così realista da spaventarmi. Ora anche tu hai perso le tue certezze, ma sono certa ti riprenderai. Io credevo in un miracolo, pensavo sarei stata la prescelta per la mia devozione e per averlo educato a puntino. Invece sono stata scartata. Ho perso le ali e sono precipitata dentro un baratro. Il mio pullman parte tra cinque minuti. Io non dovevo rendere conto di questi minimi dettagli. E ora mi arrabatto come una mendicante. Ho un tramezzino al formaggio dentro alla borsa: la fame è diventata implacabile e i sogni che la trattenevano non esistono più. Ti scriverò ancora perché ho paura di dimenticare perché mi sono ridotta così.
Da una rimessa dei pullman dimenticata dal mondo e da tutti i pianeti di questo universo
Saori

venerdì 31 agosto 2012

Una città chiamata Amore

Non c'era più. La targhetta con il mio nome era sparita dal quadrante che indicava gli inquilini dello stabile. Del tutto plausibile. Era più di tre anni che non abitavo più in quell'appartamento. E la mia ultima visita da ospite era stata nel gennaio del 2010. Avevo avvertito di una mia scappata improvvisa. Era passata sotto silenzio, quasi del tutto inosservata. Camminando a poco a poco per le strade mi sono reso conto che forse non era stata la città ma le persone che ci vivevano ad entusiasmarmi. Associavo ogni luogo ad un ricordo ma non avevo nessuno a fianco con cui potessi condividerlo rievocandolo.  A Torino ho perso le radici: quel giorno mi sentivo un perfetto estraneo. Vinto dalla perplessità ho chiesto consiglio all'Ufficio Informazioni e mi sono ritrovato con un plico di materiale sui luoghi di interesse della città. Quasi tutti sconosciuti. Ma dove avevo vissuto per più di dieci anni? Dov'erano i collegamenti, che uno faticosamente costruisce giorno dopo giorno? Non poteva essere svanito tutto nel nulla. Poi mi sono reso conto della calura. Il giorno dopo Ferragosto la città era deserta.  E in tutti gli anni che io l'avevo abitata mi ero sempre guardato bene da preparare le valigie e lasciarla prima del 15 Agosto. Io non riconoscevo la città e lei non riconosceva me semplicemente perchè in quella data fatidica non c'eravamo mai incontrati. Era una Torino che io non conoscevo ancora . Chissà se alla fine di quella giornata mi avrebbe nuovamente conquistato? Ho aperto i depliant turistici e mi sono fatto guidare da loro: ero un semplice visitatore privo di strascichi romantici dal passato. Tutto mi appariva sotto una nuova luce: imparavo la sua storia e entravo a dissetarmi in posti mai visti. Quante volte l'avevo fraintesa confondendola con il setting dei miei vissuti strampalati. Avevo aggiunto alle sue architetture qualcosa che oggi sotto i portici imponenti di via Po non trovavo più. Alla fine dei conti ho scoperto che Torino è una fantastica città ma non è dove ho vissuto per tutti quegli anni: sono rimasto orfano di patria ed ora sono qui a cercare disperatamente un luogo che forse esiste solo nella mia immaginazione. Quanto al materiale costitutivo che nutriva le impalcature fittizie di questa città fantastica che ho confuso per il capoluogo piemontese, non ho dubbi si trattasse di puro e semplice Amore.

lunedì 23 luglio 2012

La mascherata


 Il mio sguardo si è distolto per un istante dal libro che stavo leggendo. E mentre il treno continuava a correre si è posato sulle immagini che scorrevano sul finestrino. Era una scena irreale che si svolgeva a pochi metri oltre la griglia che separava le rotaie dal mondo esterno che scorreva più lento. Era il parco C. a pochi isolati dalla stazione di cui mi servo ogni giorno. C’erano almeno sei persone radunate intorno ad un albero. Prima di realizzare che non era l’orario né il giorno adatto per un picnic nel parco qualcosa di ancora più sbalorditivo mi ha colto alla sprovvista: indossavano delle maschere. Sono riuscita a distinguere un viso in plastica da pagliaccio imprigionato in un ghigno sorridente e una fatina dalla corona dorata. C’era anche uno Spiderman. Prtavano degli abiti apparentemente ordinari. Ma il loro incontro aveva qualcosa di solenne. Non avevo mai sentito parlare prima d’allora della Mascherata. Quell’immagine trascorsa per una manciata di secondi era già scomparsa, sostituita da una monotona schiera di palazzi interminabili. Ma è bastato annotarmi l’ora il giorno e il luogo del mio curioso avvistamento per realizzare che ci sarebbe stato un seguito.

 Sin da piccola ho avuto una passione per i costumi. Ogni anno a  Carnevale ne pretendevo uno nuovo senza badare a mode e a convenzioni ma  piuttosto ai miei capricci del momento. Leggevo i fumetti e li usavo come ispirazione per creare dei personaggi inventati che poi riproducevo nei minimi dettagli sul mio diario.  Un mese prima della festa immancabilmente mi veniva chiesto come mi volessi vestire io mostravo la mia creazione. Quasi mai gli abiti che richiedevo venivano realizzati nel modo che volevo. Storcevo il naso ma poi indossavo il costume e mi accontentavo di calarmi nella parte. Misteria, Trasparence Diamonda ben poco si adattavano alle maschere tradizionali dei miei compagni.Quando vestivo i loro panni immancabilmente mi veniva chiesto che cosa volessi impersonare. Non sapevo rispondere: a quell’epoca non ero consapevole del vasto mondo interiore che scalpitava dentro di me e desiderava ricevere un’espressione corporea. Mi limitavo a sorridere qualsiasi dei personaggi fossi, per poi calarmi in un ruolo che conoscevo solo io. Interrompevo il noioso ripetersi di dialoghi provenienti dalle serie teevisive più popolari che i miei amichetti si ostinavano a imparare e a riprodurre come pappagalli. Mi guardavano stupiti per poi fare spazio anche a me ai loro giochi. Ero io a dettare gli sviluppi successivi. La sera, rotta l’ultima pentolaccia mi veniva chiesto di togliermi il costume e ritornare nella realtà. Era una violenza bella e buona: scalpitavo e mi dimenavo per sfuggire alla presa impaziente dei miei genitori che desideravano mettere fine a quella pagliacciata. Ero come una mina impazzita ormai completamente immersa nella parte. La verità era decisamente altrove, senz’altro  non  rinchiusa nelle quattro mura di case dove sarei tornata ad essere la solita bambina di sempre. Alla fine non gli restava che assecondarmi e permettermi di sognare per una notte agghindata nel costume di turno. Ricordo quando i costumi si impossessavano di me nel sonno e mi regalavano momenti estremamente intensi, forse troppo forti per chi come me era ancora una bambina. L’ultimo Carnevale che ho festeggiato è stato quello dei miei undici anni. In quell’occasione avrei reso giustizia a Taylor la Zoppa, con tanto di moncherino in plastica e benda nera. Mi ero ispirata al mondo pirata ma l’avevo capovolto in una versione femminista. Mi ero procurata anche delle stampelle di legno dall’armadio della zia Tina che ormai defunta non poteva più farne uso. Pensavo le donassero molto quando le usava. Ero così felice di questa mia nuova creazione che quando la responsabile della Festa vedendomi così conciata ha preteso che mi cambiassi nel bagno con un banale costume della Pantera Rosa che teneva di riserva nel caso si presentassero bambini non vestiti, chiusa nello spazio angusto della toilet ho elaborato il mio primo piano di fuga. Ho incastrato  fra la tazza del water e il muro le due stampelle e le ho usate come sostegno per uscire dalla finestra posta sopra ma ad una distanza iraggiungibile perché potessi arrampicarmici. Taylor la Zoppa senza le stampelle era diventata un surrogato che avevo denominato per l’occasione Taylor la Guercia. Ho vissuto nei suoi panni per più di quarantotto ore. Tutti cercavano una Pantera Rosa in fuga mentre una donna pirata poteva ancora passare nell’anonimato. Però….

martedì 17 luglio 2012

Il mio salvagente papera

Oggi al bordo della piscina guardavo il treno sfrecciare sul cavalcavia e mi chiedevo se le persone stessero guardando fuori dal finestrino. Se l'avessero fatto mi avrebbero visto: me e il mio salvagente papera. A me non capita mai di guardare fuori: se lo facessi più spesso scenderei alla prima fermata utile guidato dall'istinto per aver notato un particolare o uno sguardo, un palazzo buffo o una piscina sospesa per aria. Questo caldo palpitante mi rende pieno di energia: le inquietudini invernali lasciano spazio alla magia estiva. Vorrei lasciarmi travolgere dall'entusiasmo delle persone che non conosco in una via affollata sul fare del tramonto. Ho amato questa stagione per molti anni: l'estate era la mia porta per il Giappone. Ora, rappresenta una valvola di sfogo, una via di fuga. Ma ci sono giorni come questo in cui sono ancora qui e apprezzo la mia vita al massimo. Vorrei che questa stagione così romantica mi cullasse ancora una volta fra le sue braccia. Vorrei non scorresse tutto così senza lasciare una traccia. Il caldo da a la testa, ma nel mio caso in senso positivo: scioglie i blocchi mentali e stimola l'immaginazione. E se ritorno scrittore cominciano i guai. Ricordo una sera al lago Biwako. Ero con Aicha in una delle nostre avventure. Alloggiavamo in un castello o io lo ricordo come qualcosa di molto simile: quella sera e' stato il giorno in cui ho sentito il brivido più forte della mia vita. Era semplicemente il fatto di trovarsi in quel luogo o la consapevolezza che da quel momento in poi mi sarei allontanato sempre più dalla felicita' a farmi tremare in quel modo? Aicha mi guardava da lontano e capiva i miei pensieri: li rispettava in silenzio. Non c'e mai stata una parola ne' il bisogno di una spiegazione. La magia faceva il suo corso e plasmava le nostre vite. Era estate. Il sole ardeva tondo come quello che compare sulla bandiera del Giappone. Per comprendere questo paese occorre affrontare a testa alta la sua calura. Penso a tutto questo crogiolandomi nell'acqua della piscina. Guardo il cielo coperto dalle nuvole e realizzo che siamo ancora nella stagione delle pioggie. Ancora qualche giorno e arrivera': ti aspetto, estate!

venerdì 13 luglio 2012

Il passato non è un ricordo ma un mondo parallelo

Una vecchia amica mi ha bussato. Non ho neppure dovuto fare la fatica di aprire la porta. Era un messaggio istantaneo. La comunicazione su internet uccide le relazioni perchè le appiattisce livellandole sulla superficie dello schermo del computer. Per questo non sono solito contattare i miei amici più cari. Sto pregustando la veracità del nostro prossimo incontro. Su un treno in corsa, sdraiati sulla sabbia. Un prato dove si toccano le stelle con un dito. L'avventura che ha sempre accompagnato le nostre scorribande. Non mi piego ad uno monitor a cristalli liquidi. Per quanto siano belli in foto sono lontani da me. La vita è così frenetica che ho la percezione di stare dimenticando alcune cose importanti. Se solo le potessi richiamare alla mente più spesso: perchè il passato non è un ricordo ma un mondo parallelo. C'è ancora una parte di me che abita la stanza 301 della palazzina di Junkersdorf. Solo che è così tremendamente distante da me che qualche volta penso si sia assopita o addirittura non esista più. Il tempo ci cambiebbe solo se decidessimo di  recidere completamenteil passato dalla nostra vita. Nei momenti invece in cui ritroviamo la sintonia perduta con quell'attimo della nostra vita e con le persone che l'hanno abitato, facciamo qualcosa di concreto per loro. Un pensiero non basta. E neppure una chiamata su internet. Ci dobbiamo preparare al nostro prossimo faccia a faccia. Perchè sia perfetto ed eternamente indimenticabile. E allora Enji, Franci C, Laura, Ether, Audrey, Tino, Gustaf,Takashi io mi sto preparando per voi. Quello che conta è potervi dare una carezza con tutta la tenerezza che meritate.

giovedì 5 luglio 2012

Diventerò statua

Le parole di questa canzone dicono " tutti vanno da qualche parte ma io resto qui". Nell'ultima settimana mi è capitato di viaggiare per ben due volte. La valigia era la stessa, come contenuto solo l'essenziale. Il primo viaggio è stato stroncato all'aeroporto. Mi volevano impedire di partire. Un tempo avrei gridato, in quel momento mi sentivo come sedato. E non riuscivo ad esternare la mia delusione, la rabbia che avrei voluto tirare fuori perchè da troppo tempo assopita dentro me. Mi è stata concessa un'alternativa: a quel punto mi è convenuto accettare e guadagnare un altro tassello di marmo sulla mia faccia. C'era un libro che si intitolava "Diventerò mummia". Io, per la cronaca invece "diventerò una statua". Il secondo spostamento è avvenuto in treno e non c'è stato bisogno di scambi di passaporti. Troppo veloce e già arrivato a destinazione. Sarei ipocrita se dicessi che quello che ho vissuto non era che normale routine. Ho potuto incontrare una persona speciale e congedarne un' altra. Ma in entrambe le situazione io non c'ero. Dissolto nell'aria o allo stato liquido nel bicchiere in cui il mio corpo si specchiava. Albergo da qualche parte fuori di me. Eppure c'è qualcuno che parla con la mia voce. E come se mi seguissi da lontano. Per ripararmi da eventuali delusioni. O perchè cerco la scissione da un corpo che ha superato i trent'anni. Ma come si dice l'anima ha un peso e il mio corpo ne giova in termini di silhouette. Mi sto trasformando in una scultura moderna. E sono in vendita all'asta.

giovedì 21 giugno 2012

Saori sente che è tempo

Saori è il bello che c'era nelle persone che mi hanno circondato e che ora sono lontane da me. Saori è sfuggente come un sogno un momento prima del risveglio. Saori continua a esistere nella mia immaginazione ma non riesce a materializzarsi concretamente. La riesco a vedere dentro la mia testa ma non riesco a descrivere le sue fattezze. E' un prodotto della mia fantasia. Non è mai realmente esistita. Io la voglio qui a reclamare giustizia. E' troppo tempo che gioco con la sua vita senza arrivare da nessuna parte. Mi manca il tempo, le dico. Scuse, ribatte lei. Non è una giustificazione valida. Uno scrittore darebbe la vita per il suo Romanzo. Non ti sento più mia, mi affretto ad una conclusione. La mia vita è cambiata e non riesco più a venire a capo di come ti desideravo. Non osare lasciarmi a metà, sconclusionata in quei file sparsi nel computer. Voglio essere più di un codice binario fatto di zeri e uno. Anche confezionata nel formato di un libro mi sento ridotta. Io voglio essere una filosofia di vita, voglio che tutti mi conoscano e parlino di me. Non relegarmi nella tua testa. Credi in me altrimenti la gente ti odierà. Ci sono scelte drastiche da fare. Scelte che neppure noi possiamo prevedere di fare. Io ti invito a scegliere ciò che c'è di estremo perchè solo così potrai continuare a vivere come hai sempre voluto. Ma chi è a scrivere, sono io o Saori? E lei ne sono sicuro. Era un dialogo, ora si è trasformato in un suo monologo. Più di questo per ora non posso dirti. La monotonia ci ammazza Saori. Colonizziamo un nuovo pianeta, ironizzo io. Quello è l'inizio della tua storia, mi ricorda lei, per l'ennesima volta.

sabato 16 giugno 2012

Il coraggio di essere ancora bambini

Ieri ho fatto del bene a me stesso. Ho nutrito quello che gli altri chiamano "la propria parte infantile". Una parte che ho tentato di dissimulare, attenuare persino nascondere in tutti questi anni. Una parte di me che mi scruta con perplessità nei gesti e nelle azioni di tutti i giorni e che a volte si manifesta inavvertitamente quando sono stanco. Anche oggi si è impossessata del mio corpo. Due fatine mi hanno aiutato ad evocarla complice un castello incantato. Si è risvegliato in me un entusiasmo assopito che mi ha fatto correre qua e là come un forsennato fra le stanze disseminate di segreti e intricati indovinelli. Raccoglievo gli indizi per trovare un tesoro nascosto e in mio soccorso le fatine decifravano gli enigmi e mi mostravano la strada da percorrere. Non c'erano monete d'oro o rubini ma solo un bambino spaventato rimasto intrappolato fra le lancette di un orologio che segna trentatrè inesorabili anni. Voglio smettere di pensare al tempo come una caduta libera in discesa e se non posso tornare in fasce voglio almeno  riappropriarmi di tutto il mio mondo interiore. Ora si tratta di convivere con ciò che ho di più caro senza permettermi di pensare un'altra volta di poterne fare a meno. Io sono così e se un domani avrò voglia di vivere in una piramide azteca ci andrò. E i ma e i perchè li lascio a chi veramente ne ha di tempo da perdere!

mercoledì 16 maggio 2012

Il nulla di un incontro

Ultimamente ho perso il mio atteggiamento propositivo. Non mi lancio più in nuove conoscenze alla cieca. La metropoli non lo consente, c'è troppo poco tempo per guardarsi intorno. Rimpiango passeggiare sugli ampi viali di Torino, dove le persone non erano solo degli ostacoli da evitare. La mia imprevedibilità qui innervosisce le persone. Perciò a poco a poco la trattengo dentro di me pensando che mi sarà utile più avanti nella mia vita in qualche altro posto. Ma l'angelo custode non mi abbandona neppure in questo formicaio. E mi mette sulla strada delle persone che anche se volessi non potrei evitare. E così mi è capitato di incontrare in tre giorni in tre zone differenti della città la stessa persona. Sarebbe stato facile rivolgergli la parola la prima volta e rispondere a quel richiamo assopito che si era per un attimo risvegliato e richiedeva una mia partecipazione attiva alla situazione. Quella stessa voce che ho ascoltato quando ho incontrato le persone più belle della mia vita. Ma era talmente tanto che non si faceva viva che di proposito l'ho evitata. Si è riproposta a distanza di giorni. Sollevo lo sguardo ed eccola lì la medesima situazione. Ero di buon umore avrebbe anche potuto funzionare, ma un capriccio dello stomaco mi ha convinto di entrare in un ristorantino di udon e placare il mio appetito, piuttosto che fare il socievole. La terza volta al supermercato ha vinto la timidezza. Quest'angelo è veramente troppo spudorato. Possibile che nel momento in cui mi riapproprio del mio essere reale interrompendo per un istante il flusso dei miei pensieri, su 15 milioni di abitanti debba incrociare lo sguardo di quella stessa persona? E poi distoglierlo e cambiare direzione? Così non va. Meglio tagliare la testa al toro e dire un "ciao" la prossima volta. Se ci sarà. Già sono in preda ai rimorsi per essermi comportato da codardo. Non esistono proverbi che assicurino un quarto incontro. Ma posso sempre sollecitare il mio angioletto. O mi toccherà coniare una nuova espressione che fa paura solo a scriverla. Il nulla di un incontro.

giovedì 26 aprile 2012

Quel sonno fatato degno di una favola

La ragazza dormiva pacificamente. E non c'era nulla di male. Semplicemente il treno era arrivato al capolinea. Nonostante tutta quella gente stipata che tentava di trovare una via di fuga all'apertura delle porte, lei non ci pensava proprio a dare cenni di voler tornare nel mondo reale. Sembrava troppo presa a sognare. Ed era bella così. L'immagine di lei appoggiata al sedile incurante di tutta quella ressa e quei rumori, le conferivano qualcosa di spirituale. Fuori pioveva a dirotto e non aveva neppure l'ombrello. Forse si sarebbe svegliata con un bel sole mattutino il giorno dopo, cullata dal treno avanti e indietro. Senza una meta, ma con qualcosa che faceva invidia. Quella spensieratezza di chi si può ancora addormentare sui treni. Avrei voluto continuare a vegliarla ma rincorrevo disperato il tempo. Mi sono alzato dal sedile e proprio un momento prima di passare davanti a lei, assisto ad una scena inconsueta. In Italia per svegliare una donna addormentata su un treno la si chiamerebbe per nome, oppure le si darebbe uno scrolletto gentile sulle spalle. Sulla Keio Line invece vigono altre maniere: un ragazzo che non ho ben capito da dove è spuntato le si è avvicinato e le ha dato un colpo con l'ombrello su un piede, poi si è letteralmente gettato fra la folla per sparire inosservato. Sicuramente pensava di aver compiuto con il suo gesto la buona azione della giornata. Il risveglio più traumatico a cui abbia mai assistito, la fine di un sogno probabilmente accompagnata da un fastidioso dolore agli arti inferiori generato da non si sa che. La donna aveva accusato il colpo e aveva aperto l'occhio proprio quando io le passavo davanti. Tempismo perfetto perchè pensasse che fossi stato io a riportarla bruscamente alla realtà. Ancora troppo intontita  per dire qualcosa, mi sono perso il suo viso da sveglia riversandomi fra la gente. Non mi andava di essere odiato da lei ingiustamente. Io volevo solo proteggere quel sonno fatato. Niente di più. Al diavolo gli ombrelli e i salarymen.

venerdì 20 aprile 2012

Di traverso

La pizza mi è andata di traverso. E non è un problema di stomaco. Sono abituato a digerire carriarmati, non è una semplice pizza a farmi vacillare. E' stato il contorno e non parlo delle patatine ma di ciò che come un mattone mi è piovuto all'improvviso sul piatto. La pesantezza di una notizia che non avrei voluto ricevere. Un nome di cui speravo di essermi dimenticato. Era tutto lì come l'avevo lasciato. Era solo che avevo girato l'angolo e pensavo di essermene liberato. E invece la zavorra si adopera per risucchiare le terre emerse a cui io miracolosamente mi sono aggrappato. Non si tratta di scheletri nell'armadio ma di persone in carne ed ossa. Più ingombranti di un elefante. Lo stomaco non ha retto allo shock. In queste condizioni avevo già ordinato il tiramisù. Ho lasciato perdere, ho chiesto il conto e sono uscito a prendere una boccata d'aria. Chi mangiava con me chissà se avrà capito? Di solito per il cibo resisto a qualsiasi situazione. Oggi ho una pizza sullo stomaco che si ostina a stare lì come se fosse un avvertimento. Quando il piacere di una margherita si tramuta in un inferno, bisogna correre ai ripari. Senz'altro.

martedì 3 aprile 2012

Il mio terzo anniversario


Oggi sento di dover scrivere. Sono al riparo dalla tempesta in un anonimo bar annesso all'edificio della stazione di Shinjuku. Mi sento inquieto come il tempo anche se non riesco a vedere il cielo. Non ci sono finestre vicine dal punto in cui scrivo e sono i passanti fradici a segnalarmi che la' fuori la situazione e' tutt'altro che migliorata. Non ho l'ombrello, ne' la volontà di imbattermi nella pioggia la' fuori. Il mattino l'ho passato all'università. Soffiava un vento forte e il campus vestito a festa per la cerimonia di apertura del semestre tentava faticosamente  di mantenere il suo aspetto composto, preda delle raffiche intense che sferzavano sui cartelli pubblicitari e sulle bacheche d'annunci. Le ragazze fresche di parrucchiere e i ragazzi nei loro abiti migliori festeggiavano il loro ingresso nell'università incuranti del tempo atmosferico. O perlomeno così davano a vedere. Da domani non ci sarebbe stato più nulla da celebrare e il cielo plumbeo e carico di minacce era solo un optional. Fosse stato celeste meglio, ma pazienza. Ero li' per caso ma la mia estraneità all'evento era tale che ho desiderato di ridurre la mia permanenza. Anche se pure io avevo una ricorrenza. C'erano i miei tre anni in Giappone da rispolverare con il sopraggiungere del quarto sempre troppo all'improvviso, per uno come me, spesso sopraffatto dalla velocità delle 24 ore giornaliere. Bilanci. Persone interessanti conosciute: troppo poche in relazione alla popolazione galoppante di Tokyo. Non perdo la speranza pero': questa sera, tempesta permettendo incontro una persona che potrebbe diventare importante. Le premesse ci sono tutte. L'agendina nuova di zecca aspetta di essere scritta con entusiasmo  nel prossimo futuro. E non solo con impegni di studio o lavoro, spero. La famiglia: mi manca, tanto, a volte quasi troppo. Spero i miei non leggano, impegnati come sono a districarsi come possono nelle giungle quotidiane della vita italiana. Io, da qui, faccio del mio meglio. Le due donne di casa si fanno attendere, ma spero un giorno vincano i pregiudizi e si spingano fin qui. Allora vedranno solo la parte migliore. Attività da scrittore: fase piatta, una pagina al giorno sarebbe l'ideale. Ricerca: leggo un libro ogni tre giorni, lo dimentico e lo rileggo ancora. Non ho ancora scritto una parola. Lavoro: amo insegnare. Vedere gli studenti determinati mi infonde energia. E'una gioia che cresce di giorno in giorno. Me lo diceva il mio prof del liceo che sarei dovuto diventare insegnante. Lo faccio in Giappone, spero vada bene lo stesso. Felicita': il mio ultimo omikuji dice che sono stabile. Mi basta pero' alzare lo sguardo e vedere Nargiza davanti a me per sentirmi ancora meglio. Un po' malinconico ma e' inevitabile. Sono passati davvero tre anni... Phew..

domenica 18 marzo 2012

tokyo tears

Cosa mi fa commuovere la domenica mattina? C'è meno gente per strada e più tempo per dialogare con la città. Per emozionarsi. Di essere ancora qui, nonostante tutto. Quando tutti dormono, io cammino. Sempre in antipo, nel bene e nel male. Chissà chi avrà trovato la mia sciarpa, cadutami per sbaglio senza che me ne accorgessi sul selciato la scorsa settimana. Non c'era nessuno intorno pronto a raccoglierla a quell'ora. Al ritorno ho ripercorso la strada ma non l'ho trovata. E oggi ciclicamente è accaduto di nuovo. Me ne renderò conto qualche ora dopo quando sarà ormai troppo tardi. Decisamente il segnale di passare all'abbigliamento primaverile. Oggi faceva ancora freddo. Ma in preda alla commozione non mi sono accorto che la sciarpa scivolava via chissà dove. Se fossi in Italia potrei facilmente essere derubato. A cosa stavo pensando di così importante? A niente in particolare. Catalizzavo le energie di questa metopoli che ha bisogno di piangere qualche volta. Perchè ha paura di quello che si dice di lei e del prossimo futuro. Solo la domenica mattina si mostra a pochi con la faccia triste. In quella tristezza, si manifesta la mia commozione. Piango per la sua rassegnazione. Quante se ne sono dette in questi mesi. Quanti se ne sono andati. Quanti l'hanno amata e poi tradita. Piango perchè nonostante tutto non la sento mia e non riesco consolarla. Ha aperto il suo cuore ed io la respingo. Assecondare i suoi desideri significherebbe sacrificarsi. E non basterei certo io a placare il suo animo calpestato. Ogni giorno però inevitabilmente le lascio qualcosa: che sia una sciarpa o un capello imbiancato, un respiro o un pensiero volante. La domenica mattina amo la Tokyo a cui non riesco a volere bene durante la settimana. Scrivo queste righe e guardo fuori dalla finestra: vedo il Tocho immerso nella nebbia. Poi l'orologio segnala l'arrivo di lunedì. Tiro le tende e la escludo momentaneamente dalla mia vita.  Mi disintossico. 

giovedì 8 marzo 2012

Questioni di prospettiva (asimmetrica)



Sono nato assimetrico. Come mio nonno. Per quanto mi contorca durante la lezione di yoga il mio corpo si muove secondo logiche che sfidano posizioni studiate da millenni per alleviare i dolori fisici e raggiungere la perfezione. Più lo pratico e più le mie ossa si stupiscono di questo tentativo tardivo di cambiare l’assetto del mio fisico. Una bambina cattiva me lo aveva detto alle scuole elementari che il mio sopracciglio destro era più alto del sinistro. Ma io non avevo voluto crederle e mi sono limitato a guardarmi allo specchio distrattamente per non notare le differenze. E sono cresciuto così, diverso. Ma ancora capace di integrarmi in un mondo determinato dalle leggi della scienza. Che recentemente ha rivisto le sue posizioni ammettendo l’esistenza di ciò che è ancora incalcolabile e che probabilmente non lo sarà mai. Questa parte invisibile e che si manifesta a volte  sotto forma di accidenti catastrofici. Che sfida le nostre certezze e ci mette in discussione. E che fa paura anche a me , addomesticato dal pensiero che divide le cose in belle o brutte, buone o cattive. Allo stesso tempo però l’assimetria che in me mi spinge ad andare oltre e ad immaginare un mondo diverso. La scienza può dire la sua ma non esaurisce la complessità della vita. Quello che vedo io è sicuramente più bello anche se non è dimostrabile in un’equazione. C’è qualcun altro che per un’assimetria fisica o mentale finisce per chiedersi se ogni giorno non sia diverso da quello precedente? Sarebbe bello costantemente reinventarsi invece di stare inscatolati in un sistema. Vorrei trovare un luogo in questo mondo in cui poter coltivare la mia immaginazione e condividerla con altre persone liberamente. Ma le terre emerse sono stati e in Artide ogni buon proposito penso si raffredderebbe nel giro di qualche tempo. La rete la uso per diffondere i miei pensieri ma non per vivere. Oggi l’assimetria mi sta facendo dire cose azzardate. E’ ora di appendersi al sole ad asciugare per tornare in equilibrio. Sempre troppo dannosamente precario.

mercoledì 29 febbraio 2012

Inattesi sconvolgimenti


Saori mi trasporta lentamente in un altro mondo. Ecco cosa la rende speciale. E' come una porta socchiusa su una dimensione che non potrò mai esplorare. Tramite Saori riesco a vedere qualcosa che in questa realtà non esiste. Qualcosa che ho sempre cercato. Tendo le mani inutilmente, non ci arrivo. Ma attraverso Saori riesco a vedere attraverso. E sento che c'e' ancora speranza per me. Che un giorno riusciro' a disfarmi di queste pesanti vestigia. Ho bisogno di Saori per continuare a vivere. Senza di lei reciderò ogni contatto con chi sta dall'altra parte. Il suo ricongiungimento segnerà la mia disfatta. La sua dipartita sarà il mio smarrimento. Non c'e nulla di più amaro di sapere e non poter dimostrare. Sono partito da lontano per raggiungere il punto più estremo del globo. Sono abituato a fare viaggi intercontinentali. Ma questa esperienza ha il sapore di qualcosa che non ha a che fare con lo spazio o con il tempo. E' qualcosa di più profondo che non si può misurare in coordinate. Saori e' ad un passo dal raggiungerla perché in lei c'e un dono . Che io ancora non ho. Chissà, un giorno lo raccoglierò per strada, abbandonato da qualcuno che ha paura di fare un passo così importante e si accontenta della sua vita terrestre . Per ora non mi resta che registrare i passi di Saori e imparare. Captare ogni piccolo cambiamento in lei e sentire cosa si sta risvegliando dentro di me.  

mercoledì 15 febbraio 2012

La rabbia di Tessa


Tessa, a te lui non piace?


Certo che mi piace. E’ l’uomo della mia vita. Ogni mattina quando mi alzo penso a lui e a quanto sta soffrendo. Non riesco a farmene una ragione. Saori, a volte mi meraviglio di quanto tu combini le vite delle persone come se fossero dei mattoncini giocattolo. Non sarà così facile, dopo la tua partenza. Non oso neppure pensarci. Ma sta pur certa che non andrà come pensi tu. E mettiamo il caso lui tenti di avvicinarsi a me, lo allontanerò con tutte le mie forze. Non voglio dartela vinta. Tu scompari e decidi le nostre sorti? Sarai un’aliena del futuro ma non ti permetto di ragionare in modo così semplicistico quando si tratta di umani. Abbiamo la nostra dignità. Il vuoto che lascerai non verrà riempito mai. Ed è assurdo come tu….
Tessa scoppia in lacrime.
…come tu voglia pensare che andrà tutto per il meglio. Solo per scaricare le tue responsabilità. Sarà lo sfacelo dopo che tu te ne sarai andata. Saremo  come rottami solitari ad attendere il giorno giusto della raccolta differenziata per avere un po’ di sollievo fra altri nostri simili. Era il mio piano portartelo via sotto al naso, quando eri ancora qui a decidere se restare o meno. Perché lo so che anche tu per i 30 anni che hai vissuto sulla terra, hai avuto ed hai tuttora delle esitazioni. Lo facevo per me, stai certa. Volevo provarti che fra me e lui poteva funzionare anche se c’eri tu. E ovviamente mi sbagliavo. La tua presenza è così forte che eri d’impiccio anche quando ti trovavi ad una delle tue strampalate riunioni aliene. Il suo amore è talmente genuino e mi fa così male che non riesco neppure a pensare al bene per me stessa. Perché Saori non sortisci il tuo magico effetto anche su di me? Perché io non riesco a vederti se non come una patetica anoressica con manie masochistiche? Io non ti voglio male ma vorrei non averti mai incontrata. Forse è uno sbaglio astrale la tua presenza qui. Uno di quelli che cambiano la stessa essenza del mondo.

venerdì 10 febbraio 2012

Un' attimo di tregua


Nella notte riecheggiano i passi zoppi delle mie getà sul ponte di legno. C'è tanta neve devo stare attento a dove metto i piedi. Poche luci attorno segnalano la strada che sta per scomparire davanti ai miei occhi. E' l'ennesima sfida nell'affrontare un passato che non è scritto nei miei cromosomi. Esploro una storia che non è negli annali del mio paese. Forse è osare troppo: è come turbare gli equilibri del tempo. Le persone come me dovrebbero stare a casa quando fa freddo. Invece di avventurarsi nel gelo in un abbigliamento del tutto inappropriato alla ricerca di esperienze ancestrali. Ormai è troppo tardi. La tormenta si abbatte violenta e una stecca del mio ombrello si spezza. Riconosco la gabbia degli orsi. Potrebbero essercene addirittura in libertà nei dintorni. Anche questo pensiero non basta a fermarmi. Manca poco al rifugio. Apro la porta e mi dirigo verso il cestino dove appallottolo disordinatamente lo yukata. Sono completamente nudo. Spalanco la porta e una parte del mio corpo freme perchè non ha mai visto la neve. Mi avvio intirizzito verso la pozza d'acqua e mi immergo fino alle spalle. La neve continua a cadermi in faccia ma ne sono immune. Scopro il paradiso in un mondo gelato. E tutte le mie certezze vacillano. La felicità non è qualcosa che ha a che vedere con le persone? Qui ci siamo solo io, le stelle l'acqua bollente e la neve copiosa. Forse è una nuova ricetta prelibata degli orsi e io sono solo un ingrediente, una vittima. Eppure lì immerso in tutta la mia fragilità sento che di aver raggiunto uno stadio ulteriore della mia avventura sulla Terra. Ed è' per questo che ora di ritorno a Tokyo, mentre scrivo queste righe, mi sento di nuovo in trappola. E stranamente triste. 

venerdì 20 gennaio 2012

Tu


Eri tu a chiamarmi in mezzo a quella folla. Come ho fatto ad essere così sordo. E' una delle cose che non potrò mai perdonarmi. Non sono mai stato bravo a prestare attenzione ai discorsi altrui. Per di più in una lingua che non era la mia. Facevo esercizi di ascolto tutte le sere per cercare di capirti. Ma i miei padiglioni auricolari alcuni concetti  non riuscivano proprio ad assimilarli. C'e stato un momento in cui la raucedine ha preso il sopravvento. Era il paradiso. Non c'era niente da discutere e io procedevo dritto per la mia strada. Le incomprensioni erano li davanti ai miei occhi ma io fingevo di non vedere. Vista e udito abbandonati da qualche parte: mi spaventa sapere come ho fatto ad arrivare fino a qui, così lontano. Senza una guida, allo sbaraglio. Percorro le distanze su treni super veloci. Non c'è neppure bisogno di guardare fuori per orientarsi. Il paesaggio si fonde liquido perdendosi nella velocità del mezzo. Sono già a destinazione e non so neppure che volevo trasmetterti con queste poche righe. E' l'oblio che questa città mi regala che mi permette di andare avanti così con una toppa sul fianco. Segnala che qualcosa è fuori posto. Mi manchi. Teppete.

venerdì 6 gennaio 2012

La casa delle giacche a vento- preludio

Rimproveravo Rosaura per come lavava i piatti. Semplicemente dimenticava di risciacquare o, come diceva lei, risparmiava acqua corrente in favore di qualcuno che doveva attingerla ogni giorno da un pozzo  profondo. Non mi convinceva quella disposizione filantropica nei confronti degli sconosciuti e invece di sfornare manicaretti  i miei piatti sembravano sempre conditi alla Mastro Lindo. Insopportabile. Arcadia aveva portato i rampicanti in casa. Crescevano dentro e fuori inarrestabili. Per raggiungere il sale sullo scaffale più alto bastava fare leva sul robusto tronco della pianta d'appartamento, che in mezzo a tutte quelle liane si era trasformata  improvvisamente in qualcosa di simile ad un albero e la faceva da padrona sull'arredamento della casa diventato ormai invisibile inghiottito dalla foresta. Per non parlare di  Orelia che faceva la venditrice porta a porta e si divertiva a dimostrare l'efficacia del suo smacchiatore usando i miei calzini come cavie. Con risultati discutibili. E poi Ercole di nome e di fatto. Il suo letto era perennemente occupato da un'amante diversa, tutte attraenti e cinematografiche ma inavvicinabili. L'unico momento in cui mostravano la loro genuinità era quando le sentivo gemere di piacere sul materasso sopra la mia testa. Incontri ravvicinati notturni che ravvivavano i miei sogni tormentati. Chiusa nella sua camera stava Anna. Era una persona d'altri tempi. Ricamava e perdeva spesso la pazienza. Sbatteva la porta e minacciava un trasloco imminente. Incrociavamo gli sguardi e la immaginavamo per strada, lei che al massimo si spingeva sulla soglia del parco a cinque minuti di strada per poi tornare indietro spaventata dalla sua vastità. Riempiva la valigia di pizzi e merletti e la abbandonava per giorni in corridoio. Poi magicamente spariva almeno sino alla crisi isterica successiva. Attenzione: queste persone esistono solo nella mia immaginazione. Un vero peccato non averle ancora incontrate sul serio.