giovedì 29 dicembre 2011

Shunchan era qui

"Shunchan!", così una donna in treno chiamava il figlio per nome cercandolo con lo sguardo nella carrozza gremita di gente. Appoggiata a lei stava un'altra bambina  con la quale la madre stava dividendo un portatile elettronico, un telefonino forse. La bimba non prestava particolare attenzione alla donna quanto al contenuto riprodotto sullo schermo dell'oggetto. Istintivamente tutti i passeggeri hanno cercato Shunchan nell'angolo dello scompartimento indicato dagli occhi spazientiti della donna. Che mano a mano però sembravano perdere di intensità come se risucchiati dall'attrezzo digitale. Shunchan si poteva essere nascosto nell'unica zona invisibile del vagone. Si trattava dei sedili riservati agli anziani, protetti da una sorta di paravento che ne impediva la vista. In effetti la donna sembrava inveire al vento e in maniera sempre più discontinua. Si sono aperte le porte e nuova gente è salita occupando i sedili liberi. Incredibile, tre donne si sono sedute nei posti riservati agli anziani. Di Shunchan nessuna traccia. Lo sguardo della  madre si è spostato verso la porta del treno che inesorabilmente si stava chiudendo. Come se avesse pensato che il figlio fosse sgattaiolato fuori dal treno approfittando della confusione. E' durato un attimo poi la donna ha improvvisamente perso interesse per l'intera faccenda e si è concentrata su quello che probabilmente era il suo ultimo acquisto: l'oggetto della discordia che si contendeva con l'altra bambina. Quanto agli spettatori tutti erano sconcertati: Shunchan all'improvviso aveva smesso di esistere. O la donna si era completamente rassegnata al fatto che si fosse perso, come se la faccenda non la riguardasse più. Che Shunchan fosse la bambina che aveva accanto di cui la donna si era momentaneamente dimenticata come capita quando a volte si cercano disperatamente gli occhiali per poi accorgersi di averli calcati in testa? No, se la bambina fosse stata Shunchan avrebbe risposto ai richiami materni. Era quello il prezzo che dovevamo pagare? Essere completamente rimbambiti dalla tecnologia fino a perdere il senno? Non ne ero del tutto convinto. Esisteva di certo un'altra spiegazione: la signora vedeva qualcosa di cui gli altri - compreso me stesso- non si potevano accorgere. Shunchan era tornato per un attimo da chissà dove ed era apparso alla donna. Poi era semplicemente sparito così com'era venuto. La signora chiamandolo aveva solo cercato di ancorarlo nuovamente a questa realtà. Inutilmente però: Shunchan era libero da un pezzo e poteva andare e tornare ormai a sua discrezione. Anche questo sembrava un tipico atteggiamento infantile dei bambini e alla madre a sua malgrado non restava che accettarlo.

domenica 25 dicembre 2011

Natale a pulire

E' il mio corpo a sentirsi tradito. L'anima è più facile da domare. Da giorni continuavo a ripetermi che sarebbe stato un giorno come gli altri. L'avrei passato in casa come tutti gli altri anni. Con la differenza che avrei dedicato l'intera giornata alla lettura. Costretto al digiuno sarei evaso temporaneamente dalla situazione abbandonandomi ad un piacere che, da troppo tempo, stavo trascurando. Mi sono svegliato al mattino presto e non riuscivo a concentrarmi. Il mio corpo si muoveva da solo. Non sapendo che fare sono uscito a comprare tutto il materiale per le pulizie e ho abbandonato il libro aperto sul cuscino. Scimiottavo un'amica che scrive ultimamente di occuparsi delle cose di casa a di prepararsi al Capodanno ripulendo la sua dimora. Tornato a casa non mi sono fermato un attimo. E' arrivata la mezza ed è passata senza che avessi neppure il tempo di rimpiangere l'impossibilità di mangiare per via della visita medica prevista per il giorno successivo. Ho visto per la prima volta i pavimenti della mia camera splendere. Loro per lo meno avevano un aspetto rinfrancato. Io, invece, ho deciso di chiudere provvisoriamente il canale del pensiero e di abbandonarmi ai capricci del corpo. Ero talmente assorto dalle pulizie che non ho sentito il fattorino suonare. Ho trovato la sera come traccia del suo passaggio la notifica di mancata consegna di un pacco proveniente dall' Italia. Poco male tanto oggi non avrei potuto assaggiare nessuno dei cibi che conteneva. Di sicuro domani sarà un giorno migliore. E che Natale sia Natale per il resto del mondo. Per me è diventato il giorno in cui ho scoperto di quanto il corpo possa resistere se i pensieri non interferiscono. Sono diventato una macchina delle pulizie. Forse anche mia madre vedendomi, sarebbe orgogliosa di me.

domenica 18 dicembre 2011

Hana amami solo un altro po'

Hana ti ringrazio per le rose. Le ho annusate e ho stretto  il mazzo al petto, pensando "questo e'  vero amore". Ma sono un incosciente. Ho perso fino all'ultimo petalo. E' stata Shinjuku, la città dove vivo. Sono stati i suoi tentacoli che stringono in un placido e fatale abbraccio le vite di coloro che ci  abitano e dei passanti ignari nelle notti di festa. Le bancarelle luccicanti e il cibo copioso consumato in allegria mi hanno spinto ad inoltrarmi per le vie proibite. Ero carico di bagagli. E c'erano anche le tue rose, ancora fresche e profumate. Le tenevo in mano orgoglioso e i passanti fantasticavano sulla possibile destinazione di quel mazzo voluminoso. Tutti pensavano fosse un tributo non un regalo ricevuto. Quanto ero orgoglioso Hana di avere quel giardino in miniatura da mostrare alla gente. Poi mi sono distratto. Non doveva succedere. Ma i kimono mi fanno questo effetto. Per quanti anni possa trascorrere in questo paese quelle vesti esercitano su di me un fascino ancestrale. Le fantasie di colore, la brillantezza dei tessuti, il portamento elegante mi riportano indietro nel tempo. Dove tu non c'eri ancora, o dove forse avevi un altro nome che io non conoscevo. E questi fiori e tutti i pacchi che trascinavo faticosamente non significavano assolutamente nulla. Mi sono distratto e sono stato travolto dalla gente proveniente dalla direzione opposta. Ho usato il mazzo per difendermi da quell'orda di persone che mi aveva colto impreparato. I petali urtavano gli avventori e si sfaldavano dal fiore ad uno ad uno. E il vento così forte quel giorno li trasportava via. Armeggiavo il mazzo come una spada, ancora fantasticavo dell'epoca dei samurai. E a poco a poco per l'usura si esauriva la forza di quel'arma improvvisata. C'è stato un momento in cui sono riuscito a guardare chi mi veniva incontro. Era l'essere in kimono che mi aveva rubato l'anima poco prima. Era stato richiamato dal turbine dei petali. Abilmente si era sottratto al mio maldestro tentativo di colpirlo con l'unico fiore rimasto. Mi ha fissato negli occhi. E io mi sono fermato all'improvviso. Ha sfilato la rosa ancora integra dal mazzo ormai ridotto a una poltiglia e mi ha sorriso. Quel fiore e l'intero mazzo spettavano a lui da sempre. Nel mio cuore quel luogo e quel tempo esistevano ancora impressi nella memoria. Sono questi i ricordi che mi impediscono di amarti Hana. Apprezzo i tuoi gesti gentili perchè mi permettono di ricostruire il mio amore perduto. Ma niente di più. Ho ancora bisogno di te, di incantarti e di sedurti fino a recuperare del tutto quella storia lontana che si fa sempre più vicina e che ti allontanerà per sempre da me.

domenica 11 dicembre 2011

Non raccolgo più

Sono sempre rimasto sorpreso di quanto i giapponesi stiano attenti ai soldi. Non solo non ci sono cartacce e cincingomma per la strada ma neppure  un centesimo a terra. Quanti ne ho raccolti di centoni in Italia, sul selciato, caduti dalle borse troppo grandi delle signore a passeggio. O sotto le ruote delle macchine. La sbadataggine è italiana e i soldi si sa, secondo il nostro credo vanno e vengono. Altrettanto stupito questa mattina, quando mi accingo a ritirare il resto dalla macchina automatica erogatrice di biglietti mi è tornata esattamente la stessa cifra e in più il biglietto. L'errore dei computer è imperdonabile e non ci ho pensato due volte ad intascarmi  la somma seppur modesta. Sul binario mi accorgo che accanto alla colonna qualcuno ha fatto cadere un abbonamento. Valido per un altro mese fino al mio posto di lavoro. Povero Hiroyuki penso mentre leggo il suo nome impresso sulla carta. Decido di consegnarlo dopo averlo maneggiato un po' fantasticando viaggi gratuiti nel periodo invernale. Perdo il treno per fare la mia buona azione natalizia. Per fortuna parto sempre in anticipo, c'è ancora un po' di tempo prima del lavoro. Arriva il treno successivo. Entro e mi siedo. Urto qualcosa: è una bottiglietta in plastica. Rotola e spero sia chiusa. E' sigillata. La raccolgo e la ripongo su una sporgenza vicino al sedile degli anziani. Non ho sete al momento. In genere restitutisco sempre quello che trovo. Che oggi qualcuno abbia tentato di mettermi alla prova? Uscito dal treno vengo colto da uno strano senso di inquietudine. C'è una campagna di elemosina, non ricordo neppure per cosa. Frugo nella tasca alla ricerca delle monetine ma non le trovo. Non ho niente per le mani a parte una banconota da 1000 yen. Che prontamente viene intascata dal volontario che si esibisce in prodigiosi inchini a cui segue l'eco di accompagnamento dei ringraziamenti infiniti. Morale della favola: ho trovato delle cose, alcune le ho restituite e cio' che ho tenuto per me e non mi apparteteneva ha creato un malessere dentro di me che mi ha spinto a disfarmene il prima possibile, incurante delle eventuali perdite a cui andavo incontro. Da oggi in poi, non raccolgo più.

giovedì 8 dicembre 2011

Melancholia

Melancholia. L'ho sentito così vicino da sentirmi ferito. Come la sorpresa di sapere  che qualcuno mi stava  scrutando mettendo a nudo tutte le mie debolezze. C'era tutta l'ansia e la disperazione che ho provato quando cadevano i mobili in casa mia, senza che potessi fare nulla se non proteggermi sotto il tavolo aspettando che la terra smettesse di tremare. E allo stesso tempo c'era un forte anelito al ricongiungimento astrale, la pregustazione di un senso di completezza di cui siamo privati in questa vita. I pianeti vivono in mezzo a noi. Ci girano intorno.  Ad Agosto una congiunzione particolarmente nefasta mi ha impedito di riposare nonostante il mare blu fosse fuori dalla porta. E se il male di vivere fosse causato da un'infelice avvicendamento di corpi celesti?Affascinanti quanto terribili coloro che ci osservano. E si avvicinano sempre più inesorabilmente. Da tempo immemorabile hanno accompagnato le fantasticherie dell'uomo volto a cercare luoghi lontani da colonizzare nel suo delirio espansionistico, ora cambiano faccia e assumono il connotato della paura dell'ignoto che preclude alla fine della nostra esistenza e progressivamente si avvicina inghiottendoci in un nuovo spasmo cosmico. C'era la delicatezza umana e l'imperfezione dei sentimenti. Incapaci di misurare gli stati d'animo feriamo gli altri e li allontaniamo , anche nei momenti in cui non vorremmo stare soli. E' stato solo un film, ma talmente coinvolgente da ricordarmi che io appartengo a questa Terra che, con tutti i suoi problemi, attira le angheria dei vicini dello spazio. Ma non facciamoci illusioni. Siamo soli in questo universo. E nessuno da lontano ci verrà a salvare da eventuali collisioni astronomiche.