lunedì 27 giugno 2011

Senza rughe

Lo specchio mi deforma il volto. Ma non c'è neppure una ruga. E' la fortuna di vivere in Giappone. E anche la sua maledizione. E' lo spettro delle emozioni che si riduce. E' la gamma di facce che si possono mostrare in pubblico. E' il quotidiano contatto con gli sconosciuti in treno. A cui non regalo più sorrisi ma solo spintoni forzati prima di scendere a destinazione. Dentro di me è ancora tutto intatto. Sono sempre io, la continuità del mio essere resiste all'oblio esterno. C'è qualcosa che però sta andando via via perdendosi e non riesco a capire di cosa si tratta. E' come chiudersi la porta di casa alle spalle con la certezza di aver dimenticato qualcosa. In quel caso basta rientrare e fare un sopralluogo per capire cosa c'è che non va. Io sono giorni che non riesco a fare un'immersione prolungata e a superare lo strato di epidermide per vedere cosa c'è sotto. E' una calma apparente che mi sono autoimposto. Sono passati due anni da quando sono arrivato e il cambiamento è inevitabile. Ho paura di guardare però. Di scoprire che manca qualcosa che prima c'era. La gente intorno non si è accorta di nulla? Di sicuro non mancano le preoccupazioni. E poi dicevano che erano quelle la causa delle rughe...Chissà. Io intanto posso solo augurmi di essere diventato una persona migliore...

Poesia

Donna Cina è sbarcata a Madrid
senza voltarsi indietro
neppure una volta

martedì 21 giugno 2011

Su una nuvola in via San Secondo

Una musica indiana mi culla prima di addormentarmi. In Giappone lo yoga è inteso come una ginnastica. Non c'è tempo per meditare. Meccanico come l'aerobica, decisamente fuori dalla mia portata. Ricordo l'aria intrisa d'incenso della stanza di James in via San Secondo. Mi confrontavo con le facce della gente che era lì con me. Persone già viste nel mio girovagare per la città. Conosciute superficialmente a delle feste a cui avevo preso parte già troppo ubriaco per poter essere preso sul serio. Incrociate sul tram nelle sere di pioggia, di ritorno da una lezione all'Istituto Italo Cinese. Condividevamo lo stesso ambiente per un' ora. E sarà stato per l'effetto benefico della pratica, saranno state le parole rassicuranti del maestro, ma mi sentivo in armonia con tutti loro. Portavano copertine soffici e abiti comodi, io raccattavo alla rinfusa il materiale che James ci metteva a disposizione e a volte seguivo la lezione con addosso i vestiti del lavoro. A quell'epoca era troppo poco il tempo per fare qualunque cosa. Anche il momento della spesa era una benedizione. Penso alla mia disperazione di quel periodo e provo un vago senso di malinconia. Le luci si spegnevano e ciascuno dei partecipanti si abbandonava per un istante alle preoccupazioni più profonde di tutta un'esistenza o a quelle più lievi, accumulate durante la giornata appena trascorsa. Al buio era più facile esprimere le proprie sofferenze.In quel luogo, illuminato da una debole fiammella vacillante, mi crogiolavo nel tepore delle parole del maestro. Via via divenivano sempre più inconsistenti, fluttuavano nell'aria e raccoglievano il mio corpo stanco e disfatto. Mi ricordo di essere salito su una nuvola e di aver pensato che quella forse era la vera felicità. Sono in Asia. Più vicino all'India. Ma la magia di quella stanza è ancora qualcosa di introvabile in questi luoghi. O forse sono io ad essere troppo lontano dal me stesso di allora.

domenica 19 giugno 2011

VS il pensiero logico

Il corso di Accademic Writing all' Università mi costringe ad essere razionale. E ad ingabbiare il mio pensiero in uno spazio geometrico e asettico, dominio dell'obiettività. Mi accorgo che è più difficile esprimere le idee così. La mia immaginazione è tagliata fuori . E come osservarsi allo specchio, i capelli a zero dopo anni di permanente. A terra i resti di una chioma rigogliosa, pronti a ricongiungersi nuovamente in formato parrucca e a sopperire alle calvizie di chi cerca una valvola di sfogo all' implacabile scorrere del tempo. Perchè il mondo accademico preferisce le scialberie matematiche, le note a piè di pagina e i formati standard? C'è un ambito della ricerca che è pura improvvisazione. Ci sono intuizioni geniali che avvengono nei discorsi quotidiani e non riescono ad essere intrappolate nelle risposte ai sondaggi a campione preconfezionati. Aprire Excel per leggere dei dati e' come darsi delle pugnalate. E' l'immediatezza del risultato che mi lascia interdetto. Preferirei contare milioni di cifre come facevano un tempo, piuttosto che ottenere la soluzione su un piatto d'argento senza aver mosso un dito ma senza neppure averne capito il meccanismo che vi sta dietro. Sono una persona estremamente diffidente del pensiero logico. Rifiuto i metodi di ricerca e ne vorrei proporre uno tutto mio. Il punto è che a breve dovrò iniziare a scrivere una tesi in una lingua non mia e se mi metto ancora a tergiversare su questioni metodologiche, il mio lavoro procederà all'infinito. Oggi mi sono reso conto che quello che volevo scrivere non era una tesi di ricerca. Era un altro libro.

mercoledì 8 giugno 2011

Mi rifiuto

Sono sempre qui nel mio rifugio stellato. A pensare alle cose che mi sono capitate durante la giornata. Quella scatola era decisamente troppo grande per contenere un pasticcino. Per di più avvolta in uno strato di carta speciale per preservarne il contenuto nelle due ore successive. Io che abito a cinque minuti dal negozio. La negoziante mi porge un sacchetto esagerato, un incartamento ingombrante per un contenuto misero. Anche i suoi ringraziamenti sono del tutto eccessivi rispetto alla cifra irrisoria che ho speso. Mi carico di un fardello in più e mi dirigo alla bicicletta. I cestini sono pieni, non mi rimane che incastrare le borse al manubrio e sperare che non ci siano collisioni con le ruote. Tolgo il cavalletto e siamo io la bici e la strada a dover sopperire ai rispettivi equilibri. Mi chiedo perchè il cestino sia stracolmo di roba e non so farmene una ragione. E' la spesa per una sera, non e' il necessario per un banchetto nè tantomeno si tratta delle scorte invernali. Pedalo a fatica rischiando più di una volta di perdere l'equilibrio e rovinare a terra. Decido che è meglio trascinare la bici fino a casa. Entro in cucina e separo la spesa. Mi rendo conto che più della metà del contenuto è plastica. Alle mie spalle sacchetti stracolmi aspettano di essere gettati. Vivo in un mondo di spazzatura. E non sono mai in casa. Si produce da sola?Sono un paladino della raccolta differenziata ma non amo produrre rifiuti. E ad ogni acquisto- specialmente in questo paese- si contribuisce ad inquinare. Anche i pompelmi sono confezionati. Torno con la mente al luogo dove sto scrivendo. La spazzatura non è ammessa in questo angolo di cielo. Parlo ahimè di quella che ancora si riesce a vedere...

lunedì 6 giugno 2011

La stagione delle piogge

Sono seduto qui, in un posto dove mai avrei immaginato di vivere. Il tempo mi ha concesso una tregua per stendere il bucato. Un sole così forte che sembrava di essere d'agosto. Ho radunato i vestiti e ho avviato la lavatrice, sperando fosse la volta buona. In questo periodo, lavo i vestiti, li stendo e si mette a piovere. Raduno il bucato e cerco di farlo asciugare in casa. Poi mi accorgo che l'odore è diventato insopportabile e non c'è altro da fare che rilavarli. Ma oggi ho colto il momento giusto e mi godo il profumo di ammorbidente che avvolge la biancheria. Poi per la prima volta mi guardo intorno. Fino ad ora c'è stato troppo poco tempo. Gli sforzi erano rivolti altrove e il panorama rimaneva un diversivo di cui godere chissà, un giorno lontano, quando la tranquillità avrebbe nuovamente permeato questi luoghi. La mia umanità bussa alla porta e io, abbassando la guardia la lascio entrare. E' come essere impossessato da un demone. Istantaneo e sorprendente. Che ne era stato della mia fragilità in tutto questo tempo? Corro al piano di sotto e rubo dal frigorifero una birretta alla mia coinquilina. La stappo con l'idea di berla sul terrazzo. Porto anche un cuscino e mi accomodo fra le lenzuola svolazzanti. Assaporo questo momento e sento che non sono il solo ad essere felice. I panni si asciugano e ballano al ritmo del vento. Il sole ha ritrovato la sua giusta posizione nel cielo e sorride sprigionando calore. Non c'è nessuno con cui possa parlare. Ultimamente non me la cavo molto nei rapporti umani. Le persone vanno e vengono con una frequenza decisamente superiore al solito. E siamo alla periferia di Tokyo. Auguro a tutti un po' di pace come l'ho sperimentata io dopo tanto tempo. All'improvviso è ripreso a piovere, goccioline sottili ma che impregneranno i vestiti e li renderanno fradici entro il giorno successivo. Quest'oggi ho vinto io. Sono quasi asciutti e due colpi di phon li renderanno perfetti. Raccolgo il bucato e abbandono quest'oasi di pace. Ora so che ho un posto dove tornare. Paradossalmente non è in casa ma fuori.