venerdì 29 luglio 2011

Manca poco alla partenza


Ho visto Saori scegliere con attenzione le verdure per la minestra. Ero nascosto sul lato opposto della strada e la osservavo fare compere. In quei gesti quotidiani riconoscevo in lei ancora un barlume di umanità. I rapporti umani via via li aveva abbandonati per strada e si concentrava sulle piccole azioni di ogni giorno. Le regalavano una sicurezza insperata, nel momento in cui si apprestava a lasciare questo mondo. Indossava i guanti di plastica e meticolosamente valutava ogni singolo ortaggio. In fondo eravamo proprio diversi. Io che la verdura la riconoscevo solo una volta sminuzzata a tochetti e servita sul piatto. Cosa avrei provato a stringere una melanzana al petto e a farmi raccontare la sua storia? Non c’era una connessione diretta, la melanzana ermetica nella sua rotondità viola non mi poteva comunicare nulla. E invece c’è chi come Saori trae piacere a contemplare le forme buffe della natura e a chiamarle con un nome preciso e puntuale. Saori catalogava ad uno ad uno gli esseri viventi di questo paese per serbarne memoria una volta tornata nel paese natio. Le avrebbero chiesto tutto nei minimi dettagli. Cosa aveva visto e cosa aveva sperimentato nella vita terrena. Sarebbero stati dotati di attrezzature sofisticate per riprodurre olograficamente tutti i suoi ricordi. Avrebbero ripercorso ogni tappa della sua vita, ogni singolo sentimento provato sarebbe stato sviscerato e messo a nudo davanti ad un tavolo di esperti. Tutto sarebbe stato quantificato e schedato in un solido database. Ci sarei stato anche io sotto forma di ologramma. Che cosa sarebbe stato in grado di dire la mia copia sbiadita vittima di una macchinazione aliena? Quale spessore avrebbe avuto il ricordo evocato da Saori ? Di quel passo sarei stato labelizzato umano imperfetto e piagnucolone. E Saori sarebbe stata quantomeno imbarazzata di dover rendere conto di me e di quel ricordo che chissà perché era affiorato in una circostanza del tutto inopportuna. Il mio ologramma non sarebbe riuscito a reggersi in piedi se non pochi secondi e si sarebbe dissolto nel nulla emettendo un suono cacofonico. Saori aveva scelto la verdura e si apprestava a tornare a casa. Il suo allontanarsi di spalle mi aveva riportato bruscamente alla realtà. Se le mie supposizioni erano fondate, urgeva la necessità di costruire un ricordo fasullo di un me stesso più forte e imprimerlo nella mente di Saori perché tra tutti i nostri vissuti rievocasse proprio quello ogni volta che sul pianeta le fosse capitato di pensare a me. Non volevo si vergognasse un’altra volta della mia debolezza. Dovevo essere diverso, anche solo per un giorno.

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