martedì 21 giugno 2011

Su una nuvola in via San Secondo

Una musica indiana mi culla prima di addormentarmi. In Giappone lo yoga è inteso come una ginnastica. Non c'è tempo per meditare. Meccanico come l'aerobica, decisamente fuori dalla mia portata. Ricordo l'aria intrisa d'incenso della stanza di James in via San Secondo. Mi confrontavo con le facce della gente che era lì con me. Persone già viste nel mio girovagare per la città. Conosciute superficialmente a delle feste a cui avevo preso parte già troppo ubriaco per poter essere preso sul serio. Incrociate sul tram nelle sere di pioggia, di ritorno da una lezione all'Istituto Italo Cinese. Condividevamo lo stesso ambiente per un' ora. E sarà stato per l'effetto benefico della pratica, saranno state le parole rassicuranti del maestro, ma mi sentivo in armonia con tutti loro. Portavano copertine soffici e abiti comodi, io raccattavo alla rinfusa il materiale che James ci metteva a disposizione e a volte seguivo la lezione con addosso i vestiti del lavoro. A quell'epoca era troppo poco il tempo per fare qualunque cosa. Anche il momento della spesa era una benedizione. Penso alla mia disperazione di quel periodo e provo un vago senso di malinconia. Le luci si spegnevano e ciascuno dei partecipanti si abbandonava per un istante alle preoccupazioni più profonde di tutta un'esistenza o a quelle più lievi, accumulate durante la giornata appena trascorsa. Al buio era più facile esprimere le proprie sofferenze.In quel luogo, illuminato da una debole fiammella vacillante, mi crogiolavo nel tepore delle parole del maestro. Via via divenivano sempre più inconsistenti, fluttuavano nell'aria e raccoglievano il mio corpo stanco e disfatto. Mi ricordo di essere salito su una nuvola e di aver pensato che quella forse era la vera felicità. Sono in Asia. Più vicino all'India. Ma la magia di quella stanza è ancora qualcosa di introvabile in questi luoghi. O forse sono io ad essere troppo lontano dal me stesso di allora.

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