lunedì 14 febbraio 2011

Vivere insieme


Mi chiedono di raccontare le mie esperienze di vita comune. In confronto ai giapponesi sono un esperto in materia. La condivisione degli appartamenti è ancora considerata una pratica fuori dal comune nell'arcipelago. Al di là delle dimensioni microscopiche delle case, c' è una diffidenza di fondo che regna ancora imperante. E la voglia di non dover rendere conto a nessuno dopo una dura giornata di lavoro. Sono uscito di casa a 19 anni. E usavo le case solo per dormire in verità. I miei coinquilini mi vedevano raramente solo la sera o se volevano stringere un legame più stretto con me erano costretti ad assumere uno stile di vita simile al mio. Ci rinunciavano tutti prima o poi e si accontentavano di parlarmi sull'uscio di casa o sulla rampa delle scale. Non particolarmente ligio nelle faccende di casa e nelle pulizie assumevo il ruolo di mediatore con l'esterno. Portavo persone interessanti in casa che si affezionavano ai miei coinquilini e diventavano ospiti fissi degli spaziosi salotti degli appartamenti torinesi affittati a studenti. Le feste le facevamo perlopiù in casa: alla maggior parte dei miei compagni torinesi di università era vietata la possibilità di portare amici in casa dai genitori. Quindi ci riunivamo dove mamme ne esistevano 4 (una per ogni coinquilino) ma in surrogato telefonico e senza un potere decisionale. A volte si staccavano i cellulari per giorni. Quando a 23 anni alle persone si sono aggiunti gli animali, è stata una catastrofe. Si è rivelato l'anno di convivenza più duro, quando per la prima volta ho vissuto un aperto scontro con gli altri abitanti dell'appartamento. Anche quella è stata un' esperienza utile. Sono scappato in Germania e la solitudine di un'appartamento condiviso con una ragazza tedesca gentile ma taciturna da dubitarne l'effettiva presenza in casa mi ha quasi ucciso. Sono tornato in Italia ancora un volta. Da laureato senza un lavoro sono tornato momentaneamente a casa. L'esigenza di salvaguardre la mia indipendenza mi ha portato ad accettare di vivere in un appartamento senza riscaldamento in pieno inverno. Dormivo con la giacca, pronto per partire il giorno dopo e raggiungere in treno il posto del mio stage. Ho ottenuto un lavoro e mi hanno schiaffato in hotel per sei mesi. Dopo quest'ultima alienante esperienza ero pronto a ricominciare nuovamente una vita in condivisione. Gatti e pesci erano benvenuti. Anche le piante tropicali. A patto che ci fosse qualcuno ad raccogliermi la sera sullo zerbino. Un me stesso sempre più simile ad un fantasma si consumava prima del tempo. Sono venuto in Giappone e ho attirato intorno a me gli spiriti di questi dintorni. Ad oggi abito in 10 metri quadrati ma condivido la stanza con un'anima ancora troppo silenziosa. Sono portato a vivere in gruppo, ne va della mia salute mentale. In Giappone c' è qualcuno che inizia a stravolgere le regole imposte dalla società. E' un rumore di fondo che alimenterò con le mie strampalate esperienze di vita. Le persone con cui ho abitato, per lungo o breve tempo, le ricordo tutte in modo speciale. E' un incontro a cuore aperto, è un luogo dove non ci si può nascondere, è una ricetta sconosciuta che mi fa piangere se non potessi più assaggiarla. E' l'Italia che mi manca di più.

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