giovedì 29 dicembre 2011

Shunchan era qui

"Shunchan!", così una donna in treno chiamava il figlio per nome cercandolo con lo sguardo nella carrozza gremita di gente. Appoggiata a lei stava un'altra bambina  con la quale la madre stava dividendo un portatile elettronico, un telefonino forse. La bimba non prestava particolare attenzione alla donna quanto al contenuto riprodotto sullo schermo dell'oggetto. Istintivamente tutti i passeggeri hanno cercato Shunchan nell'angolo dello scompartimento indicato dagli occhi spazientiti della donna. Che mano a mano però sembravano perdere di intensità come se risucchiati dall'attrezzo digitale. Shunchan si poteva essere nascosto nell'unica zona invisibile del vagone. Si trattava dei sedili riservati agli anziani, protetti da una sorta di paravento che ne impediva la vista. In effetti la donna sembrava inveire al vento e in maniera sempre più discontinua. Si sono aperte le porte e nuova gente è salita occupando i sedili liberi. Incredibile, tre donne si sono sedute nei posti riservati agli anziani. Di Shunchan nessuna traccia. Lo sguardo della  madre si è spostato verso la porta del treno che inesorabilmente si stava chiudendo. Come se avesse pensato che il figlio fosse sgattaiolato fuori dal treno approfittando della confusione. E' durato un attimo poi la donna ha improvvisamente perso interesse per l'intera faccenda e si è concentrata su quello che probabilmente era il suo ultimo acquisto: l'oggetto della discordia che si contendeva con l'altra bambina. Quanto agli spettatori tutti erano sconcertati: Shunchan all'improvviso aveva smesso di esistere. O la donna si era completamente rassegnata al fatto che si fosse perso, come se la faccenda non la riguardasse più. Che Shunchan fosse la bambina che aveva accanto di cui la donna si era momentaneamente dimenticata come capita quando a volte si cercano disperatamente gli occhiali per poi accorgersi di averli calcati in testa? No, se la bambina fosse stata Shunchan avrebbe risposto ai richiami materni. Era quello il prezzo che dovevamo pagare? Essere completamente rimbambiti dalla tecnologia fino a perdere il senno? Non ne ero del tutto convinto. Esisteva di certo un'altra spiegazione: la signora vedeva qualcosa di cui gli altri - compreso me stesso- non si potevano accorgere. Shunchan era tornato per un attimo da chissà dove ed era apparso alla donna. Poi era semplicemente sparito così com'era venuto. La signora chiamandolo aveva solo cercato di ancorarlo nuovamente a questa realtà. Inutilmente però: Shunchan era libero da un pezzo e poteva andare e tornare ormai a sua discrezione. Anche questo sembrava un tipico atteggiamento infantile dei bambini e alla madre a sua malgrado non restava che accettarlo.

domenica 25 dicembre 2011

Natale a pulire

E' il mio corpo a sentirsi tradito. L'anima è più facile da domare. Da giorni continuavo a ripetermi che sarebbe stato un giorno come gli altri. L'avrei passato in casa come tutti gli altri anni. Con la differenza che avrei dedicato l'intera giornata alla lettura. Costretto al digiuno sarei evaso temporaneamente dalla situazione abbandonandomi ad un piacere che, da troppo tempo, stavo trascurando. Mi sono svegliato al mattino presto e non riuscivo a concentrarmi. Il mio corpo si muoveva da solo. Non sapendo che fare sono uscito a comprare tutto il materiale per le pulizie e ho abbandonato il libro aperto sul cuscino. Scimiottavo un'amica che scrive ultimamente di occuparsi delle cose di casa a di prepararsi al Capodanno ripulendo la sua dimora. Tornato a casa non mi sono fermato un attimo. E' arrivata la mezza ed è passata senza che avessi neppure il tempo di rimpiangere l'impossibilità di mangiare per via della visita medica prevista per il giorno successivo. Ho visto per la prima volta i pavimenti della mia camera splendere. Loro per lo meno avevano un aspetto rinfrancato. Io, invece, ho deciso di chiudere provvisoriamente il canale del pensiero e di abbandonarmi ai capricci del corpo. Ero talmente assorto dalle pulizie che non ho sentito il fattorino suonare. Ho trovato la sera come traccia del suo passaggio la notifica di mancata consegna di un pacco proveniente dall' Italia. Poco male tanto oggi non avrei potuto assaggiare nessuno dei cibi che conteneva. Di sicuro domani sarà un giorno migliore. E che Natale sia Natale per il resto del mondo. Per me è diventato il giorno in cui ho scoperto di quanto il corpo possa resistere se i pensieri non interferiscono. Sono diventato una macchina delle pulizie. Forse anche mia madre vedendomi, sarebbe orgogliosa di me.

domenica 18 dicembre 2011

Hana amami solo un altro po'

Hana ti ringrazio per le rose. Le ho annusate e ho stretto  il mazzo al petto, pensando "questo e'  vero amore". Ma sono un incosciente. Ho perso fino all'ultimo petalo. E' stata Shinjuku, la città dove vivo. Sono stati i suoi tentacoli che stringono in un placido e fatale abbraccio le vite di coloro che ci  abitano e dei passanti ignari nelle notti di festa. Le bancarelle luccicanti e il cibo copioso consumato in allegria mi hanno spinto ad inoltrarmi per le vie proibite. Ero carico di bagagli. E c'erano anche le tue rose, ancora fresche e profumate. Le tenevo in mano orgoglioso e i passanti fantasticavano sulla possibile destinazione di quel mazzo voluminoso. Tutti pensavano fosse un tributo non un regalo ricevuto. Quanto ero orgoglioso Hana di avere quel giardino in miniatura da mostrare alla gente. Poi mi sono distratto. Non doveva succedere. Ma i kimono mi fanno questo effetto. Per quanti anni possa trascorrere in questo paese quelle vesti esercitano su di me un fascino ancestrale. Le fantasie di colore, la brillantezza dei tessuti, il portamento elegante mi riportano indietro nel tempo. Dove tu non c'eri ancora, o dove forse avevi un altro nome che io non conoscevo. E questi fiori e tutti i pacchi che trascinavo faticosamente non significavano assolutamente nulla. Mi sono distratto e sono stato travolto dalla gente proveniente dalla direzione opposta. Ho usato il mazzo per difendermi da quell'orda di persone che mi aveva colto impreparato. I petali urtavano gli avventori e si sfaldavano dal fiore ad uno ad uno. E il vento così forte quel giorno li trasportava via. Armeggiavo il mazzo come una spada, ancora fantasticavo dell'epoca dei samurai. E a poco a poco per l'usura si esauriva la forza di quel'arma improvvisata. C'è stato un momento in cui sono riuscito a guardare chi mi veniva incontro. Era l'essere in kimono che mi aveva rubato l'anima poco prima. Era stato richiamato dal turbine dei petali. Abilmente si era sottratto al mio maldestro tentativo di colpirlo con l'unico fiore rimasto. Mi ha fissato negli occhi. E io mi sono fermato all'improvviso. Ha sfilato la rosa ancora integra dal mazzo ormai ridotto a una poltiglia e mi ha sorriso. Quel fiore e l'intero mazzo spettavano a lui da sempre. Nel mio cuore quel luogo e quel tempo esistevano ancora impressi nella memoria. Sono questi i ricordi che mi impediscono di amarti Hana. Apprezzo i tuoi gesti gentili perchè mi permettono di ricostruire il mio amore perduto. Ma niente di più. Ho ancora bisogno di te, di incantarti e di sedurti fino a recuperare del tutto quella storia lontana che si fa sempre più vicina e che ti allontanerà per sempre da me.

domenica 11 dicembre 2011

Non raccolgo più

Sono sempre rimasto sorpreso di quanto i giapponesi stiano attenti ai soldi. Non solo non ci sono cartacce e cincingomma per la strada ma neppure  un centesimo a terra. Quanti ne ho raccolti di centoni in Italia, sul selciato, caduti dalle borse troppo grandi delle signore a passeggio. O sotto le ruote delle macchine. La sbadataggine è italiana e i soldi si sa, secondo il nostro credo vanno e vengono. Altrettanto stupito questa mattina, quando mi accingo a ritirare il resto dalla macchina automatica erogatrice di biglietti mi è tornata esattamente la stessa cifra e in più il biglietto. L'errore dei computer è imperdonabile e non ci ho pensato due volte ad intascarmi  la somma seppur modesta. Sul binario mi accorgo che accanto alla colonna qualcuno ha fatto cadere un abbonamento. Valido per un altro mese fino al mio posto di lavoro. Povero Hiroyuki penso mentre leggo il suo nome impresso sulla carta. Decido di consegnarlo dopo averlo maneggiato un po' fantasticando viaggi gratuiti nel periodo invernale. Perdo il treno per fare la mia buona azione natalizia. Per fortuna parto sempre in anticipo, c'è ancora un po' di tempo prima del lavoro. Arriva il treno successivo. Entro e mi siedo. Urto qualcosa: è una bottiglietta in plastica. Rotola e spero sia chiusa. E' sigillata. La raccolgo e la ripongo su una sporgenza vicino al sedile degli anziani. Non ho sete al momento. In genere restitutisco sempre quello che trovo. Che oggi qualcuno abbia tentato di mettermi alla prova? Uscito dal treno vengo colto da uno strano senso di inquietudine. C'è una campagna di elemosina, non ricordo neppure per cosa. Frugo nella tasca alla ricerca delle monetine ma non le trovo. Non ho niente per le mani a parte una banconota da 1000 yen. Che prontamente viene intascata dal volontario che si esibisce in prodigiosi inchini a cui segue l'eco di accompagnamento dei ringraziamenti infiniti. Morale della favola: ho trovato delle cose, alcune le ho restituite e cio' che ho tenuto per me e non mi apparteteneva ha creato un malessere dentro di me che mi ha spinto a disfarmene il prima possibile, incurante delle eventuali perdite a cui andavo incontro. Da oggi in poi, non raccolgo più.

giovedì 8 dicembre 2011

Melancholia

Melancholia. L'ho sentito così vicino da sentirmi ferito. Come la sorpresa di sapere  che qualcuno mi stava  scrutando mettendo a nudo tutte le mie debolezze. C'era tutta l'ansia e la disperazione che ho provato quando cadevano i mobili in casa mia, senza che potessi fare nulla se non proteggermi sotto il tavolo aspettando che la terra smettesse di tremare. E allo stesso tempo c'era un forte anelito al ricongiungimento astrale, la pregustazione di un senso di completezza di cui siamo privati in questa vita. I pianeti vivono in mezzo a noi. Ci girano intorno.  Ad Agosto una congiunzione particolarmente nefasta mi ha impedito di riposare nonostante il mare blu fosse fuori dalla porta. E se il male di vivere fosse causato da un'infelice avvicendamento di corpi celesti?Affascinanti quanto terribili coloro che ci osservano. E si avvicinano sempre più inesorabilmente. Da tempo immemorabile hanno accompagnato le fantasticherie dell'uomo volto a cercare luoghi lontani da colonizzare nel suo delirio espansionistico, ora cambiano faccia e assumono il connotato della paura dell'ignoto che preclude alla fine della nostra esistenza e progressivamente si avvicina inghiottendoci in un nuovo spasmo cosmico. C'era la delicatezza umana e l'imperfezione dei sentimenti. Incapaci di misurare gli stati d'animo feriamo gli altri e li allontaniamo , anche nei momenti in cui non vorremmo stare soli. E' stato solo un film, ma talmente coinvolgente da ricordarmi che io appartengo a questa Terra che, con tutti i suoi problemi, attira le angheria dei vicini dello spazio. Ma non facciamoci illusioni. Siamo soli in questo universo. E nessuno da lontano ci verrà a salvare da eventuali collisioni astronomiche.

giovedì 24 novembre 2011

Prima di dormire

La bicicletta mi aspetta per due giorni consecutivi nel deposito. Oggi e' una di quelle sere in cui non torno a casa. Quando capita occorre calcolare un paio di cose. Il parcheggio sarà più costoso e la bici soffrirà di solitudine. I vestiti per il giorno dopo. Quelli che anche se appallottolati , da indossati non si nota la differenza. Lo spazzolino da denti lo dimentico sempre. Se non fossi in Giappone con i combini aperti 24 ore su 24 sarebbe un problema. Il dentifricio , pazienza. Mi accontento di quello che trovo nella casa dove troverò rifugio. I miei amici sono abituati ad aprire la porta ad un ospite inatteso. Assaporo la libertà su questo treno in corsa. Non posso stringere la città con le mani ma la sviscero piano piano via per via quartiere per quartiere, alla ricerca del setting ottimale per attualizzare il romanzo nella mia mente. E' qui da qualche parte che deve succedere. Cosa ancora non lo so. Potrei incontrare un altro me stesso sul ciglio opposto della strada. Essere rapito dagli alieni come Saori. Intraprendere un'avventura lunga una notte e temere l'arrivo del mattino. Dichiarare il mio amore a Tokyo e a tutti i suoi abitanti. Morire e rinascere negli occhi di un bambino. Il treno e' piu' veloce dei miei pensieri. Sono gia' a destinazione. E la bicicletta aspetta sconsolata il mio ritorno mentre io fantastico di stare via solo una sera in piu' Non la lego mai. Forse un giorno me la porteranno via. 

venerdì 11 novembre 2011

Me lo ha detto Steffy

Steffy mi ha detto: "E poi arriva un giorno in cui non puoi più parlare con nessuno. Ti senti incatenata  ad una maglia di rapporti così stretta da farti male e al tempo stesso non puoi permetterti una parola di troppo per non violare gli equilibri che si sono formati intorno a te e che si cementificano ogni giorno di più a tua insaputa. Fino a ritrovarti prigioniera. Proprio come in una gabbia. Non senti il bisogno di fuggire perché non sapresti neppure dove andare.  Tutto e' a tua disposizione in apparenza. Basta chiedere e ti sarà dato. Ma ricorda che per ogni singola richiesta esaudita qualcuno tirera' uno dei fili della corda. Con tanta delicatezza che non te ne accorgerai neanche. Questa mia corda sfibrata stenta a sostenermi fino a fine anno. A volte sembra così sottile che ho paura si spezzi. Allora cerco di riparare i punti piu' deboli facendomi inviare del tessuto dall'Irlanda, li’ non lesina ce n'e' ancora in abbondanza. Non sono brava a rammendare, mi ferisco spesso con l'ago. Ma in qualche modo riesco ancora ad andare avanti. E allora tiro un sospiro di sollievo. Fai che non mi penta mai del tempo perduto a ricucire quest'obrobrio che mi tiene in piedi." Steffy me lo ha detto ieri sera. Mi sono messo a cercare la mia corda. Ho rovistato dappertutto nell'armadio, nel ripostiglio e perfino nel gabinetto, ma niente nessuna traccia. Poi ho realizzato di averla lasciata in un angolo nella mia vecchia casa. E forse è per questo che riesco a vivere senza troppe preoccupazioni ora, in questo angolo di mondo.

mercoledì 2 novembre 2011

Una mattina qualunque

Oggi ho fatto tardi. Il letto era troppo soffice questa mattina. Il profumo della stanza mi ha trattenuto nelle lenzuola. Non c'erano sveglie nei paraggi. Ho visto per la prima volta come il sole del mattino inoltrato lambisce le superfici del soggiorno. Il topolino che invece di dormire giocherellava con la ruota e sperimentava velocità inattese con il solo scopo di stupirmi. Ho usato del sugo di pomodoro che ho ricevuto in regalo e ho cucinato una pasta. Un'eternità dall'ultima volta. Ho visto il lato diurno del mio appartamento. Gli strati di polvere invisibili alle sei di sera. Ho provato le vertigini di vivere all'ottavo piano. E di vedere cosa c'è sotto. Quando stendo i panni la sera tutto è buio intorno e le percezioni dell'altezza sono attutite. Ho cercato di pensare a come sarebbe bello vivere qui a lungo a patto di avere la possibilità di godere della luce del sole. Non si può avere tutto. Ma se arrivo a casa tardi, l'appartamento viene inghiottito nel mondo dei sogni che inesorabilmente si impossessano delle mie membra stanche. La giornata è stata positiva, così stasera ho voglia di scrivere e vinco la sonnolenza. Le case sui fiumi esercitano su di me un fascino romantico. Prego in un po' di stabilità, quella che fino ad ora ho tanto detestato.

mercoledì 19 ottobre 2011

La storia di Saori

Saori aspetta appollaiata su un albero la mia prossima mossa. Sta pensando se abbandonarmi o concedermi ancora un po' del suo tempo. I miei file disordinati sul computer ne ritraggono solo una piccola parte. Ora Saori vive di vita propria. Aldilà di ogni previsione si è congedata dalla mia storia. Spazientita dalle mie tempistiche, insoddisfatta degli ultimi sviluppi, ha sbattuto la porta e si è rifugiata nel mondo reale. Non ha un lavoro nè una collocazione precisa. A volte la vedo passeggiare lungo le rive del fiume Kanda. E' così bella che stento a credere di poterla intrappolare nuovamente nella mia storia sconclusionata. Tuttavia esiste ancora un legame fra di noi. Saori vuole sapere dove è nata. E' stata concepita da me mentre osservavo un'altra persona vivere. Sono entrambi così vicini a me ora che potremmo formare una famiglia. E invece sono io ad essermi perso nella routine di tutti i giorni. I miei ricordi di quel periodo sono così fiochi, che forse varrebbe la pena di cancellarli del tutto. Saori è abbastanza forte per sopravvivere senza il suo passato. D'altronde se si incontrassero Saori potrebbe decidere di scappare via e rifiutare il mio punto di vista per abbracciare un'inconsueta quotidianità. L'ho creata osservando i suoi sguardi e le sue debolezze. Saori è nata da un amore sofferente e da un perenne senso di nostalgia. Di quando ero lontano da qui e sognavo delle notti di luna piena a Minato Mirai. Di tutto questo non esiste più nulla. Per Saori non c'è un posto dove tornare in questa immensa Tokyo. Per ora sta lì sull'albero in attesa di un mio cenno. E' compito mio mostrarle cosa c'è dopo. E darle il conforto che purtroppo non troverà nella mia storia .

mercoledì 5 ottobre 2011

La macchina che non ho mai avuto

Temo che questo blog non scomparirà così facilmente. Sono così lontano dalla mia madrepatria che nessuno si accorgerà se continuo a scrivere accanitamente. O forse dovrei semplicemente abbandonare l'italiano. Chissà se un blog scritto in Giappone è suscettibile di essere perseguito secondo le leggi del mio paese. Alla base di ogni qualsiasi discorso c'è comunque il mio totale disinteresse nel diffamare o insultare chicchessia. E una disillusione di fondo sempre più devastante. Quando si superano limiti che sembravano invalicabili e ogni giorno quello che sembrava un incubo assume la forma di una realtà inconsolabile, la mano sulla tastiera freme in un impeto di rabbia che però rimane poi inespresso a contemplare se stesso. Dove vuoi andare? A chi vuoi dare la colpa? Sei nelle condizioni di fare qualcosa di concreto? Sono tutte domande senza risposta per uno che come me ha preferito fuggire piuttosto che rimboccarsi le maniche. Vivo all'estero godendo dell'antica reputazione che l'Italia è riuscita a costruirsi nel tempo. Mi impegno a garantire che questa immagine sia preservata più a lungo possibile. Poi arriva una telefonata, dei giornali non mi fido nemmeno più. Sento la voce della gente che mi stava vicino, i loro sogni sfumati, i giorni a chiedersi cosa potrebbe andare peggio e nonostante ciò reclamare un altrettanto forte amore per la loro patria che gli impedisce di prendere in considerazione il treno, l'aereo o la nave. Sono italiani e preferiscono ancora una volta la loro macchinina che li ha accompagnati in tante peripezie e macina ancora chilometri e chilometri. I miei amici sono instancabili. E io alla fine delle telefonate mi sento confortato. Perchè finchè ci sono persone come loro, l'Italia rimarrà sempre il più bel posto della terra. Lontano come un frutto proibito lo guardo e fa male.

giovedì 8 settembre 2011

Abbraccio le stelle



I giapponesi mettono lo stesso entusiasmo nel cominciare e nel finire qualcosa. Quello che capita in mezzo e' solo un succedersi di accadimenti scaturiti da ciò che e' venuto prima e dalla sua naturale prosecuzione verso un inevitabile quanto necessario compimento. Io invece abbraccio gli inizi e fuggo le fini. Sono sempre trepidante nel cominciare qualcosa di qualsiasi cosa si tratti: investo tempo ed energia e prego perché non finisca mai. Ma se ne intravedo il termine scappo a costo di non dare spiegazioni. Ho paura delle targhe con su scritto "fine" ed esultavo al termine di un cartone animato quando in basso a destra compariva "つづく", "continua", che mi garantiva la sicurezza che tutto bene o male sarebbe stato li’ invariato ad aspettarmi anche il giorno successivo. Altrettanto sgradevole e' congedarsi da qualcuno con la certezza di non vederlo mai più. E' qualcosa di troppo forte che mi piega in due dal dolore al solo pensarci. Il problema e' che intorno a me vedo solo il presente, mentre occorrerebbe fare previsioni future tutti i giorni.Quando finisce qualcosa sarebbe bello poter ricominciare subito altrove. E invece si spende un sacco di tempo a tergiversare su cosa sarebbe stato meglio fare. Mentre la vita scorre inesorabile in un intervallo compreso fra una conclusione e un nuovo inizio. Che preclude pero' ad una nuova fine. A volte vorrei che le cose fossero eterne come le stelle. Sono sempre li’ e sai che se un giorno non le vedi e' perché e' brutto tempo o c'e' lo smog. Poi all'improvviso eccole tornare in una serata d'estate come se si fossero date appuntamento sulla volta celeste apposta per incontrarti. Loro non ci abbandoneranno mai.

mercoledì 31 agosto 2011

E allora?

Gli armadi sono stracolmi, i libri alla rinfusa. La ciclette guasta da tempo immemorabile. Se non fosse per mia madre negli undici mesi all'anno in cui non ci sono, sarebbe tutto pieno di polvere. La mia camera. L'avessi sentita mia almeno per un giorno. E invece già da piccolo sapevo che non mi apparteneva. Gli anni che passano si sono stratificati sui ripiani stanchi della libreria che raccoglie volumi alla rinfusa senza un ordine preciso. Pezzi della mia storia giustapposti per incuria che si guardano di sbieco, quasi rifiutassero di appartenere alla stessa persona. Basta un'occhiata veloce per capire che sono cambiate drasticamente le mie letture, i miei interessi, la qualità delle fotografie. In tutto questo tempo sopra e sotto l'involucro superficiale "Gabriele" sono successe tante cose. Sono consapevole che da oggi in avanti ne succederanno ancora altre. E' come se stessi rivivendo la mia ennesima adolescenza in questi giorni di fine estate. Perchè non riesco a dispensarmi un consiglio risolutivo, come spesso sono solito a fare con i miei amici? Chi mai mi parlerà per dirmi cosa fare dopo? E' troppo tempo che ho smesso di guardare da un angolo obiettivo la mia vita scorrere. Sono stati mesi difficilissimi. C'è qualcuno che ha tentato di vedere oltre le apparenze? Non mi taglio la barba da marzo. Ho atteso per mesi una telefonata che non è mai arrivata. Ed ora che ho tempo per pensare la mia vacanza si trasforma in tortura. E se accendo la tv vedo che il mio paese è popolato dagli sciacalli. Chi si salverà? Sono chiuso qui e la stanchezza mi assale. A volte dormire è il minore dei mali. Ma sono le otto di sera e il fusorario ha da tempo esaurito il suo effetto soporifero. E allora?

lunedì 29 agosto 2011

Il momento di scegliere

Non usare il blog come valvola di sfogo. Non si fa. E' un'azione illecita. Qualcosa di cui il blog stesso risentirà. Lamentarsi allontana i lettori. Ci rende vulnerabili alle critiche. Il blog si è spostato momentaneamente in Italia con il suo autore ed ecco a distanza di nemmeno un mese, emergere le tipiche elucubrazioni da diario adolescenziale. Regressione, caduta di stile o semplicemente trasformazione culturale? Mi sembra di essere diventato una macchinetta e di non saper più gestire tutto questo pulsare di esistenze. L'asettico Giappone mi ha contaminato e ora ne pago le conseguenze. Ho l'impressione di essermi perso qualcosa di importante qui a casa. Un continuo fluire di umori e sensazioni che nel paese del Sol Levante rimangono inespresse o che io da straniero non riesco a cogliere. Mi ha investito come una valanga, una volta tornato in Italia. In questi giorni ero impegnato a raccogliere tutti i cocci ed oggi che ho nuovamente preso coscienza di me, mi sento diverso. Le articolazioni sono tutte anchilosate e non rispondono ai comandi di una testa confusa. E doveva essere una vacanza... Vivo con un piede in Giappone e l'altro in Italia ma la distanza è tale che sono sempre in posizione spaccata: e non sono neppure un ballerino... Mi rassegno a convincermi che è il momento di scegliere.

domenica 21 agosto 2011

Alla deriva



Ci passava il treno una volta. Chissà quante persone si erano affacciate dalle vetture per ammirare il paesaggio prima di essere inghiottite in una delle numerose gallerie scavate nelle rocce a picco sul mare. Io oggi ero a piedi e ho ripercorso quell'itinerario centenario. I binari non esistono più. Il mare sottostante era così pulito che si si poteva specchiare. Così vicino e ignaro dell'esistenza di quei posti. Oggi li ho esplorati con l'orgoglio di un abitante del luogo. Io che non appartengo più a questi sentieri e sono solo un turista anche sulle carte. A me cancellato dal database del sistema sanitario italiano. Questo mare ha detto che mi avrebbe accolto con sè, al diavolo la burocrazia. Ho pensato ai miei nonni, che nonostante avessero abitato quelle terre, il mare lo avevano da tempo dimenticato. Non era facile raggiungerlo. Non c'erano spiagge e sentieri, solo scogli da valicare. L'azzurro mi ha spinto a procedere fra le pietre appuntite. I miei piedi si muovevano con sicurezza, quasi ci fossero già stati prima. Ero sorpreso dalla nuova eleganza che scoprivo nei miei movimenti. Un pirata in avvistamento che si accinge a raggiungere la nave carica dell'ultimo bottino. Ho gettato i vestiti e mi sono tuffato in acqua. Non ho resistito e ho aperto gli occhi nell'acqua salata. Ho intravisto il fondale prima di tornare in superficie. Gli occhi mi bruciavano ma ho tentato ugualmente un'altra immersione. Il sale mi ha ha lenito le ferite ai piedi. Pizzicava ma guariva. La riva si faceva sempre più lontana e allo stesso tempo più flebile il mio desiderio di ricongiungermi alla terra. Potevo abbandonarmi alla corrente e tendere il braccio ad una sirena. Potevo dimenticare il cemento e le chiese per darmi alla caccia di santuari dimenticati sotto la superficie dell'acqua. Civiltà dimenticate sarebbero riaffiorate un giorno, abbagliando la corruzione del mondo terreno. Quanta purezza respiravo in quell'angolo incontaminato. Sono stato in acqua fino allo sfinimento. Era sera inoltrata quando ho capito che il mare mi stava congedando. Sulla riva è apparso un fuoco. Qualcuno oltre a me aveva raggiunto quel pezzo di mondo. E spettava a me tenerli a bada. Le onde mi hanno sputato fuori e mi sono ritrovato così, a gambe all'aria sulla battigia. Gli occhi erano tutti puntati su di me. A malincuore sono tornato in superficie in mezzo ai miei simili. Ero un essere umano intirizzito e infreddolito con l'illusione di essere diventato una creatura del mare. Quel fuoco mi aveva salvato da un assideramento certo. Ma la mia anima non smetteva di tormentarsi. E mi sentivo come alla deriva, sulla terraferma.

venerdì 29 luglio 2011

Manca poco alla partenza


Ho visto Saori scegliere con attenzione le verdure per la minestra. Ero nascosto sul lato opposto della strada e la osservavo fare compere. In quei gesti quotidiani riconoscevo in lei ancora un barlume di umanità. I rapporti umani via via li aveva abbandonati per strada e si concentrava sulle piccole azioni di ogni giorno. Le regalavano una sicurezza insperata, nel momento in cui si apprestava a lasciare questo mondo. Indossava i guanti di plastica e meticolosamente valutava ogni singolo ortaggio. In fondo eravamo proprio diversi. Io che la verdura la riconoscevo solo una volta sminuzzata a tochetti e servita sul piatto. Cosa avrei provato a stringere una melanzana al petto e a farmi raccontare la sua storia? Non c’era una connessione diretta, la melanzana ermetica nella sua rotondità viola non mi poteva comunicare nulla. E invece c’è chi come Saori trae piacere a contemplare le forme buffe della natura e a chiamarle con un nome preciso e puntuale. Saori catalogava ad uno ad uno gli esseri viventi di questo paese per serbarne memoria una volta tornata nel paese natio. Le avrebbero chiesto tutto nei minimi dettagli. Cosa aveva visto e cosa aveva sperimentato nella vita terrena. Sarebbero stati dotati di attrezzature sofisticate per riprodurre olograficamente tutti i suoi ricordi. Avrebbero ripercorso ogni tappa della sua vita, ogni singolo sentimento provato sarebbe stato sviscerato e messo a nudo davanti ad un tavolo di esperti. Tutto sarebbe stato quantificato e schedato in un solido database. Ci sarei stato anche io sotto forma di ologramma. Che cosa sarebbe stato in grado di dire la mia copia sbiadita vittima di una macchinazione aliena? Quale spessore avrebbe avuto il ricordo evocato da Saori ? Di quel passo sarei stato labelizzato umano imperfetto e piagnucolone. E Saori sarebbe stata quantomeno imbarazzata di dover rendere conto di me e di quel ricordo che chissà perché era affiorato in una circostanza del tutto inopportuna. Il mio ologramma non sarebbe riuscito a reggersi in piedi se non pochi secondi e si sarebbe dissolto nel nulla emettendo un suono cacofonico. Saori aveva scelto la verdura e si apprestava a tornare a casa. Il suo allontanarsi di spalle mi aveva riportato bruscamente alla realtà. Se le mie supposizioni erano fondate, urgeva la necessità di costruire un ricordo fasullo di un me stesso più forte e imprimerlo nella mente di Saori perché tra tutti i nostri vissuti rievocasse proprio quello ogni volta che sul pianeta le fosse capitato di pensare a me. Non volevo si vergognasse un’altra volta della mia debolezza. Dovevo essere diverso, anche solo per un giorno.

mercoledì 27 luglio 2011

Shodo- la consapevolezza di essere imperfetto


Ho preso in mano il pennello con la mano destra. Il mio emisfero sinistro addormentato, è stato improvvisamente solleticato. E il mondo ha cambiato colore. Ho sentito i neuroni stanchi riattivarsi e allacciare connessioni inattese. E' simile alla stimolazione derivata da un massaggio alle piante dei piedi. Dopo un'esperienza del genere non se ne può più fare a meno. E si diventa dipendenti come la Quarta Signora del film "Lanterne Rosse". Dico spesso che ho un debole per la scrittura, ma mai avrei pensato di abbandonare computer e alfabeto per un foglio di carta di riso e un calamaio. Gli ideogrammi mi sono sempre piaciuti, ma chissà perchè mi riuscivano sempre diversi rispetto ai miei colleghi asiatici. Con il pennello mi posso sbizzarrire. Riposo la mia mano sinistra e faccio scattare la destra sull'attenti. Le articolazioni scricchiolano. Ho paura di premere troppo sul foglio come quando bucavo la carta con il compasso nel tentativo di disegnare una figura geometrica inscritta. Era Oleosa che si occupava dei miei esagoni al primo cenno di distrazione della Prof. Ora c'è l'amore per questa lingua a guidarmi nell'intricato mondo dei tratti ordinati. Il risultato è diverso dall'originale, ma fedele nell'esecuzione. Un giorno vorrei scrivere qualcosa di importante con il pennello. Una dichiarazione d'amore illegibile per non ferire le aspettative. Vorrei comunicare il senso generale senza scendere nei particolari. Il pennello può aiutarmi a mantenere questa ambiguità d'interpretazione. Ho dimenticato che l'inchiostro deve asciugare. Un movimento sbagliato e tutta la mia fatica è andata sprecata. L'inchiostro si sparpaglia ovunque sul foglio e la scena mi ricorda il computer quando improvvisamente si spegne senza un perchè. Con tutti i suoi dati. La mano mi duole per oggi basta. Riconosco un cuore (心) sopravvissuto allo scempio. E' senz'altro un'altra di quelle esperienze che arricchiscono l'essere umano. Qualsiasi sia il risultato finale

domenica 17 luglio 2011

Estate

Fa caldo ma l'estate è preziosa in Giappone. E' dal 2007 che non manco di agosto. L'asfalto rovente, il sole non perdona, per me e' impensabile l'idea di partecipare ad un barbeque sulla spiaggia per più di mezz'ora. Però ad agosto il Giappone si popola. Di turisti che vogliono divertirsi e coinvolgono gli stranieri residenti in avventure notturne, fino al sorgere del primo sole. Che è già forte appena nato, emana lo stesso tepore di un fuoco acceso. E poi ci sono gli spiriti che tornano sulla terra la settimana di Ferragosto. I giapponesi li accolgono festosi, a ritmo dei tamburi dei matsuri, le feste di quartiere. In agosto il Giappone diventa un crocevia di persone e anime, entrambe desiderose di entrare in contatto e scavalcare il confine imposto fra il nostro e il loro mondo. Ci sono i boschetti sulle alture in cui rifugiarsi per sfuggire all'asfalto fumante della città. L'estate giapponese ti consola con le granite alla fragola a granuli e la soba fredda. Il piacere di un autostop sulle montagne del Kyushu che sicuramente ti porterà a destinazione. Imbattersi in un posto mai visto, aperto solo d'agosto, in cui crogiolarti con una bibita ghiacciata per scacciare l'afa. E Kobe. Tanto bella, quanto irraggiungibile, quest'anno. Ho dimenticato l'estate italiana e torno per vedere quelle persone che in inverno, quando torno a Natale chissà perchè spariscono come se andassero in letargo.

mercoledì 6 luglio 2011

Tokyo Book Fair

From tomorrow to Sunday I will be at the Italian Culture Institute stand in Tokyo Big Sight for the Tokyo Book Fair, promoting ZOOlibri books. Please come and visit me:) We can go out drinking after the event!

Ciao a tutti, saro' allo stand dell'Istituto di Cultura Italiano a Big Sight in occasione della Fiera del Libro di Tokyo per promuovere l'editore ZOOlibri. Passate a trovarmi così magari dopo il lavoro ci andiamo a bere qualcosa insieme:)

こんにちは、みんなさん!木曜日から日曜日まで東京ビッグサイトで行われている東京ブックフェアのイタリア文化会館のブツにいます。そこにZOOlibriという出版社の本を紹介します。時間があればぜひ遊びに来てください。仕事が終わったら、居酒屋でも一本を飲みましょう!\(^o^)/

lunedì 4 luglio 2011

Itabashi Museum, "Taketori Monogatari" di Philip Giordano





Taketori Monogatari, quel giorno a Itabashi. Quel giorno ma non è passata neppure una settimana. E' stato un nuovo modo di rivivere la storia della Principessa Kaguya davanti a più di 120 persone. Sono arrivato scortato da due ragazzine in uniforme. Le mie studentesse di 15 anni hanno deciso di lanciarsi in una gita fuori porta a Nord di Tokyo per respirare un po' dell'atmosfera italiana ricreata all'interno del museo per l'occasione. Mi hanno consigliato un treno diretto mentre io ero alla ricerca di una via improbabile d'accesso: erano previsti più di tre cambi stazione. E invece dritti fino al museo, seguendo di soppiatto una visitatrice che aveva chiesto prima di noi informazioni al capostazione. E' iniziata come un'avventura ed è finita in un'osteria a festeggiare l'evento. Quello che è successo in mezzo, è stato rendersi conto nuovamente della genialità di un artista come Philip Giordano. Scoprire significati inattesi che rendevano la mia traduzione una libera interpretazione delle sue parole e creavano nuovi significati in lingua giapponese. Certamente una storia interessante, resa ancora più intrigante dal tocco di Philip. Era qualcosa che non si sarebbe esaurito in un'ora e mezza come si era previsto. E infatti abbiamo sforato, e io a quel punto avrei parlato ancora per ore. Non sono un traduttore nè probabilmente lo diventerò. Ma mi è piaciuto essere lì in quel momento a celebrare un connubio di tradizione giapponese e pura e autentica arte. La vita dovrebbe regalare ogni giorno emozioni forti come questa. Kaguya Hime ci guardava dalla luna e strizzava un occhio alla mia Saori. Ora è il suo turno di scendere sulla terra e farsi catturare dalle mie parole.

lunedì 27 giugno 2011

Senza rughe

Lo specchio mi deforma il volto. Ma non c'è neppure una ruga. E' la fortuna di vivere in Giappone. E anche la sua maledizione. E' lo spettro delle emozioni che si riduce. E' la gamma di facce che si possono mostrare in pubblico. E' il quotidiano contatto con gli sconosciuti in treno. A cui non regalo più sorrisi ma solo spintoni forzati prima di scendere a destinazione. Dentro di me è ancora tutto intatto. Sono sempre io, la continuità del mio essere resiste all'oblio esterno. C'è qualcosa che però sta andando via via perdendosi e non riesco a capire di cosa si tratta. E' come chiudersi la porta di casa alle spalle con la certezza di aver dimenticato qualcosa. In quel caso basta rientrare e fare un sopralluogo per capire cosa c'è che non va. Io sono giorni che non riesco a fare un'immersione prolungata e a superare lo strato di epidermide per vedere cosa c'è sotto. E' una calma apparente che mi sono autoimposto. Sono passati due anni da quando sono arrivato e il cambiamento è inevitabile. Ho paura di guardare però. Di scoprire che manca qualcosa che prima c'era. La gente intorno non si è accorta di nulla? Di sicuro non mancano le preoccupazioni. E poi dicevano che erano quelle la causa delle rughe...Chissà. Io intanto posso solo augurmi di essere diventato una persona migliore...

Poesia

Donna Cina è sbarcata a Madrid
senza voltarsi indietro
neppure una volta

martedì 21 giugno 2011

Su una nuvola in via San Secondo

Una musica indiana mi culla prima di addormentarmi. In Giappone lo yoga è inteso come una ginnastica. Non c'è tempo per meditare. Meccanico come l'aerobica, decisamente fuori dalla mia portata. Ricordo l'aria intrisa d'incenso della stanza di James in via San Secondo. Mi confrontavo con le facce della gente che era lì con me. Persone già viste nel mio girovagare per la città. Conosciute superficialmente a delle feste a cui avevo preso parte già troppo ubriaco per poter essere preso sul serio. Incrociate sul tram nelle sere di pioggia, di ritorno da una lezione all'Istituto Italo Cinese. Condividevamo lo stesso ambiente per un' ora. E sarà stato per l'effetto benefico della pratica, saranno state le parole rassicuranti del maestro, ma mi sentivo in armonia con tutti loro. Portavano copertine soffici e abiti comodi, io raccattavo alla rinfusa il materiale che James ci metteva a disposizione e a volte seguivo la lezione con addosso i vestiti del lavoro. A quell'epoca era troppo poco il tempo per fare qualunque cosa. Anche il momento della spesa era una benedizione. Penso alla mia disperazione di quel periodo e provo un vago senso di malinconia. Le luci si spegnevano e ciascuno dei partecipanti si abbandonava per un istante alle preoccupazioni più profonde di tutta un'esistenza o a quelle più lievi, accumulate durante la giornata appena trascorsa. Al buio era più facile esprimere le proprie sofferenze.In quel luogo, illuminato da una debole fiammella vacillante, mi crogiolavo nel tepore delle parole del maestro. Via via divenivano sempre più inconsistenti, fluttuavano nell'aria e raccoglievano il mio corpo stanco e disfatto. Mi ricordo di essere salito su una nuvola e di aver pensato che quella forse era la vera felicità. Sono in Asia. Più vicino all'India. Ma la magia di quella stanza è ancora qualcosa di introvabile in questi luoghi. O forse sono io ad essere troppo lontano dal me stesso di allora.

domenica 19 giugno 2011

VS il pensiero logico

Il corso di Accademic Writing all' Università mi costringe ad essere razionale. E ad ingabbiare il mio pensiero in uno spazio geometrico e asettico, dominio dell'obiettività. Mi accorgo che è più difficile esprimere le idee così. La mia immaginazione è tagliata fuori . E come osservarsi allo specchio, i capelli a zero dopo anni di permanente. A terra i resti di una chioma rigogliosa, pronti a ricongiungersi nuovamente in formato parrucca e a sopperire alle calvizie di chi cerca una valvola di sfogo all' implacabile scorrere del tempo. Perchè il mondo accademico preferisce le scialberie matematiche, le note a piè di pagina e i formati standard? C'è un ambito della ricerca che è pura improvvisazione. Ci sono intuizioni geniali che avvengono nei discorsi quotidiani e non riescono ad essere intrappolate nelle risposte ai sondaggi a campione preconfezionati. Aprire Excel per leggere dei dati e' come darsi delle pugnalate. E' l'immediatezza del risultato che mi lascia interdetto. Preferirei contare milioni di cifre come facevano un tempo, piuttosto che ottenere la soluzione su un piatto d'argento senza aver mosso un dito ma senza neppure averne capito il meccanismo che vi sta dietro. Sono una persona estremamente diffidente del pensiero logico. Rifiuto i metodi di ricerca e ne vorrei proporre uno tutto mio. Il punto è che a breve dovrò iniziare a scrivere una tesi in una lingua non mia e se mi metto ancora a tergiversare su questioni metodologiche, il mio lavoro procederà all'infinito. Oggi mi sono reso conto che quello che volevo scrivere non era una tesi di ricerca. Era un altro libro.

mercoledì 8 giugno 2011

Mi rifiuto

Sono sempre qui nel mio rifugio stellato. A pensare alle cose che mi sono capitate durante la giornata. Quella scatola era decisamente troppo grande per contenere un pasticcino. Per di più avvolta in uno strato di carta speciale per preservarne il contenuto nelle due ore successive. Io che abito a cinque minuti dal negozio. La negoziante mi porge un sacchetto esagerato, un incartamento ingombrante per un contenuto misero. Anche i suoi ringraziamenti sono del tutto eccessivi rispetto alla cifra irrisoria che ho speso. Mi carico di un fardello in più e mi dirigo alla bicicletta. I cestini sono pieni, non mi rimane che incastrare le borse al manubrio e sperare che non ci siano collisioni con le ruote. Tolgo il cavalletto e siamo io la bici e la strada a dover sopperire ai rispettivi equilibri. Mi chiedo perchè il cestino sia stracolmo di roba e non so farmene una ragione. E' la spesa per una sera, non e' il necessario per un banchetto nè tantomeno si tratta delle scorte invernali. Pedalo a fatica rischiando più di una volta di perdere l'equilibrio e rovinare a terra. Decido che è meglio trascinare la bici fino a casa. Entro in cucina e separo la spesa. Mi rendo conto che più della metà del contenuto è plastica. Alle mie spalle sacchetti stracolmi aspettano di essere gettati. Vivo in un mondo di spazzatura. E non sono mai in casa. Si produce da sola?Sono un paladino della raccolta differenziata ma non amo produrre rifiuti. E ad ogni acquisto- specialmente in questo paese- si contribuisce ad inquinare. Anche i pompelmi sono confezionati. Torno con la mente al luogo dove sto scrivendo. La spazzatura non è ammessa in questo angolo di cielo. Parlo ahimè di quella che ancora si riesce a vedere...

lunedì 6 giugno 2011

La stagione delle piogge

Sono seduto qui, in un posto dove mai avrei immaginato di vivere. Il tempo mi ha concesso una tregua per stendere il bucato. Un sole così forte che sembrava di essere d'agosto. Ho radunato i vestiti e ho avviato la lavatrice, sperando fosse la volta buona. In questo periodo, lavo i vestiti, li stendo e si mette a piovere. Raduno il bucato e cerco di farlo asciugare in casa. Poi mi accorgo che l'odore è diventato insopportabile e non c'è altro da fare che rilavarli. Ma oggi ho colto il momento giusto e mi godo il profumo di ammorbidente che avvolge la biancheria. Poi per la prima volta mi guardo intorno. Fino ad ora c'è stato troppo poco tempo. Gli sforzi erano rivolti altrove e il panorama rimaneva un diversivo di cui godere chissà, un giorno lontano, quando la tranquillità avrebbe nuovamente permeato questi luoghi. La mia umanità bussa alla porta e io, abbassando la guardia la lascio entrare. E' come essere impossessato da un demone. Istantaneo e sorprendente. Che ne era stato della mia fragilità in tutto questo tempo? Corro al piano di sotto e rubo dal frigorifero una birretta alla mia coinquilina. La stappo con l'idea di berla sul terrazzo. Porto anche un cuscino e mi accomodo fra le lenzuola svolazzanti. Assaporo questo momento e sento che non sono il solo ad essere felice. I panni si asciugano e ballano al ritmo del vento. Il sole ha ritrovato la sua giusta posizione nel cielo e sorride sprigionando calore. Non c'è nessuno con cui possa parlare. Ultimamente non me la cavo molto nei rapporti umani. Le persone vanno e vengono con una frequenza decisamente superiore al solito. E siamo alla periferia di Tokyo. Auguro a tutti un po' di pace come l'ho sperimentata io dopo tanto tempo. All'improvviso è ripreso a piovere, goccioline sottili ma che impregneranno i vestiti e li renderanno fradici entro il giorno successivo. Quest'oggi ho vinto io. Sono quasi asciutti e due colpi di phon li renderanno perfetti. Raccolgo il bucato e abbandono quest'oasi di pace. Ora so che ho un posto dove tornare. Paradossalmente non è in casa ma fuori.

lunedì 30 maggio 2011

particella

Ho un'amica che si chiama particella. E' così piccola che non c'è bisogno della maiuscola. L'ho conosciuta in un giorno di pioggia. C'era un ombrello in mezzo al viale che procedeva lentamente fendendo l'aria umida. Una stregoneria- ho pensato, poi ho visto che era guidato da uno scricciolo rosso. Era così sottile che dubitavo potesse essere umana. La fissavo incuriosito da sotto l'ombrello e non mi rendevo conto che le stavo bloccando la strada. Così materialmente insignificante ma così determinata. "Di questo passo non riuscirò ad arrivare in tempo", si è rivolta a me come se ci conoscessimo. "Dove vai?", ho risposto. "Ho una commissione da fare. E' una torta. Il negozio è dietro l'angolo ma la mia andatura e' talmente lenta che di questo passo non riuscirò ad arrivare in tempo prima della chiusura", risponde preoccupata. "Non ti preoccupare, ci penso io", corro dietro l'angolo e cronometro 15 secondi. Chissà quanto ce ne impiega lei, poverina. "Una piccola signorina ha ordinato una torta", esordisco in negozio e la commessa mi fa un cenno di assenso. Una grossa torta di fragole e pan di spagna. E' guarnita con la scritta "Buon compleanno, particella". La ritiro e ritorno sotto la pioggia. Saranno passati tre minuti ma lei è sempre lì al punto di partenza. Non posso neppure cederle la torta perchè non sarebbe in grado di sollevarla. L'ombrello deve pesarle terribilmente. Mi offro di scortarla a casa: è già notte e un ombrello spiritato potrebbe risultare sospetto a quell'ora. Mi chino e lei mi sale sulle spalle, timida ma rassegnata. E come se mi fossi avvolto uno scialle di seta sulle spalle. La sua casa è ad un isolato ma per le sue possibilità è dannatamente lontana. "Ho festeggiato tutti i miei compleanni con le torte di quella pasticceria. Anche quest'anno non me ne volevo privare". Siamo seduti sul divano di casa sua e sorseggiamo un tè che ho preparato da accompagnare alla torta. "Per me una briciola, sono finiti i tempi in cui potevo permettermi di mangiare una torta intera. C'è stato un momento però in cui in preda allo sconforto ci sono riuscita. Il dottore mi aveva appena detto che un giorno o l'altro sarei sparita. Ora vado avanti a briciole intrise di panna. E' tutto quello che il mio stomaco riesce ad assimilare. Agli amici ho detto che sono partita. Sparire comporta una lunga preparazione. Volevo mi salutassero come mi avevano sempre conosciuto. Ho dato via anche il mio gatto, perchè ad un certo momento sarei diventata per lui nient'altro che una deliziosa topina". Ascolto e imparo lo sgomento di particella, l'essere sazi con una briciola, impiegare due ore a percorrere la rampa di scale e stancarsi per via di un mondo troppo grande. Decido di restare quel giorno e il giorno dopo. Passano mesi. Particella vive nel mio padiglione auricolare e la porto in giro con me. Mi dispensa preziosi consigli che nessuno può ascoltare ad eccezione di me tanto fievole è divenuta la sua voce.. Poi arriva un sabato in cui prendo la macchina e vado in campagna. Particella si aggrappa ad un ciuffo dei miei capelli. E' una bella giornata di sole e mi arrampico sulla collina. Arrivo in cima e so che è il momento di lasciarla andare. Non la posso fissare, non riesco più a sentirla ma so che è ancora qui con me. Poi arriva una folata forte di vento. E rimango solo, imbambolato di fronte a questo bellissimo spettaolo della natura. Particella ha imparato a volare.

lunedì 23 maggio 2011

E' quello che sto scrivendo: Saori è un'aliena


Oggi mi sento un vigliacco. Mi sono finto ammalato per rimanere l’intera giornata indisturbato in casa. Era mercoledì e Saori sarebbe rientrata solo a sera inoltrata. Ho alzato la bandiera bianca anche per la colazione, non l’avrei preparata quella mattina per risultare più convincente. Sono riuscito a fingere bene perché Saori non ha sospettato di nulla e se ne andata in punta di piedi a stomaco vuoto. Se non avessi finto non l’avrei neppure sentita chiudere la porta e avviarsi al lavoro. Invece l’ho spiata dietro la tenda mentre percorreva la strada in salita verso il deposito delle biciclette. Si aggiustava i capelli ignara che la stessi guardando. Poi all’improvviso è incappata in qualcosa che l’ha fatta scivolare. Un’altra dimostrazione della sua impertinente umanità che ancora si mostrava nonostante i suoi sforzi per nasconderla. Era bastato un sassolino per riportarla nuovamente su questa terra interrompendo i suoi pensieri alieni. Ho stretto forte il tessuto delle tende a costo di strapparlo dalle guide. Sarei dovuto essere lì con lei ad aiutarla. E invece da lontano pregustavo il momento di vederla cadere sull’asfalto, sbucciarsi un ginocchio e magari emettere un gemito di dolore. Là da sola nella polvere, i collant strappati e le lacrime agli occhi , l’orizzonte dei suoi pensieri sarebbe stato drasticamente smorzato e il suo campo visivo che contemplava normalmente pianeti e universi sconosciuti si sarebbe contratto disturbato dalla visuale attuale fatta di una quotidianità acciaccata di imprevisto tipicamente umana. Poi accade qualcosa di altrettanto inatteso. L’uomo veniva nella direzione opposta. Le ha teso prontamente la mano a evitando che rovinasse a terra. Saori l’ha ringraziato con un inchino:è riuscita anche oggi a fomentare il suo ideale di perfezione che giorno dopo giorno l’allontana sempre più da me. Ci sarà ovunque un uomo in giacca e cravatta disposto ad essere al suo seguito. Guardo la mia maglia a righe infeltrita e perdo una lacrima per avere augurato del male alla persona a cui tengo di più in questo- a me ahimè- intangibile universo.

giovedì 5 maggio 2011

Koenji, arrivederci!

Sto scrivendo da una stanza vuota. Senza l'armadio il soffitto sembra ancora più alto. Mi siedo fra la polvere e mi guardo intorno. Non doveva finire così. Ogni angolo di questa micro stanza dovrebbe essermi famigliare. Invece penso che questi spazi non mi abbiano mai accolto veramente. Anche i muri si abituano ai traslochi. E si insonorizzano abbandonando i sentimentalismi. Le case sono stanche di vedere persone entrare e uscire senza sosta. Per loro è un po' come ingurgitare troppo cibo e fare indigestione. I mobili urtano le loro pareti interne e le appesantiscono. Le urla che preannunciano un altro trasloco sono come aghi aguzzi che si conficcano nella tapezzeria, provocando crepe e infiltrazioni. Le persone aprono buchi nelle pareti e li tappano con il chewing gum alla fine della permanenza. In più in Giappone ci sono anche i terremoti a provare ulteriormente le ossa stanche delle case. Ricordo la mia resistere alla forza sovraumana della scossa improvvisando un ballo forzato e faticoso, nonchè terrificante se visto dall'interno. A tutti è concessa una nuova opportunità nel mese di aprile: anche i traslochi in questo paese sono scanditi dal calendario. Ed io non faccio eccezione. Ho solo un piccolo bagaglio rimasto. La ragione per cui sono tornato ancora . Chiudo la porta e me lo dimentico per l'ennesima volta. E terrificante abbandonare la metropoli. Mi auguro che non me lo spediscano al nuovo indirizzo. Così ho ancora una scusa per poter tornare. Arrivederci Koenji!

domenica 10 aprile 2011

Fragilità

E' che non riesco a smettere. Per la prima volta mi siedo a pensare. All'angolo della strada che percorro ogni giorno. Non riesco a fermarmi. Piango. E' un disastro. Non importa più che la terra tremi ancora. Io che posso fare per fermare quest'ingiustizia? Sono qui e tengo duro. Ma per chi non c'è più basta forse una preghiera? Piango ancora. Come se bastasse. Ho dormito per due giorni consecutivi per sfuggire alla cruda realtà. Ed eccomi qui. Ora. Ad affrontare tutte le mie paure. E' una notte che non finirà mai. E' un dolore troppo grande. Il chiarore della luna mi rassicura. Intorno è quiete. Le lacrime scorrono incuranti dei passanti. Non riesco a muovermi. Per qualche tempo rimarrò qui. Non importa se domani mi sveglierò presto. Non importa se dovrò lavorare e mettere la cravatta. Oggi non ho voglia di dormire. Di tornare a casa. Ci sono miriadi di gatti randagi intorno. Spero qualcuno passi di qui. Questa notte interminabile. Queste stelle accese in cielo a farmi compagnia. Queso me stesso così fragile. Accetto i miei limiti e spero in un domani migliore.

sabato 9 aprile 2011

In fermo


Io e Celika ci guardavamo svuotati l'uno negli occhi degli altri. Provati dagli eventi sorseggiavamo un tè infinito all'Excelsior. Ho proposto di mangiare pollo caramellato e lasciare il tè a metà, così com'era. Celika era disposta a seguirmi ovunque quella sera, chissà se il pollo caramellato le andava veramente. Ho dimenticato di chiederglielo e sono andato a pagare. E' arrivata dietro di me alla cassa, trafelata e carica di bagagli. Non la ricordavo così oberata di pacchetti al nostro incontro nel bar, ma ho dimenticato di farglielo notare. Sicuramente c'era una spiegazione. Il primo pezzo di pollo laccato mi è andato quasi di traverso quando, ad una scossa di assestamento, una delle borse di Celika è caduta. Il contenuto qualsiasi cosa esso fosse, era andato in frantumi. Ci siamo guardati entrambi con sorpresa. "Era qualcosa di prezioso?", ad entrambi era sfuggita all'unisono la stessa domanda. E mentre Celika racattava il pacchetto e il suo contenuto, io mi chiedevo perchè Celika non sapesse che cosa conteneva la sua borsa. "Aspetta, vuoi forse dirmi che questa roba non è tua?", mi ha detto Celika indicando i pacchetti riversati sulla sedia. Ho annuito. Celika è diventata ancora più bianca, temevo scomparisse. "Li ho presi pensando fossero tuoi. Di solito giri con talmente tante borse che sembri un ambulante. Volevo farti un favore e invece guarda, mi sono pure messa rubare..."Finiamo di mangiare in fretta e corriamo indietro al bar. Spieghiamo la situazione e per tutta risposta ci viene consigliato di andare al posto di polizia più vicino a denunciare l'accaduto. Ho il permesso di soggiorno scaduto ma non me la sento di abbandonare Celika. Io balbetto, Celika è ancora pù confusa di me. Il poliziotto ascolta impassibile il nostro racconto poi fa una telefonata. C' è stata una denuncia di furto che corrisponde all'accaduto che abbiamo appena raccontato. Bisogna aspettare perchè occorre rintracciare la persona in questione. E' notte al comissariato di Shinkoenji e si susseguono le scosse di assestamento. Mezz'ora dopo la proprietaria delle borse si fa viva e mi taglia la faccia con uno sguardo gelido. Chissà se pensa veramente che sia un ladro. Ma sì che importa...adesso è cruciale sapere cosa si è rotto. Se è un ceramica preziosa siamo veramente nei guai. Fortunatamente si tratta di una tazza da un euro. Niente di importante. La signora si congeda e non sporge denuncia. Noi, invece, rimaniamo in commissariato. Chissà se il poliziotto cercherà di estorcerci una confessione improbabile o ci tiene lì unicamente per non rimanere solo? La notte fa paura a tutti, paladini e criminali. Io e Celika non siamo nè gli uni nè gli altri. Ma siamo disposti a rimanere ancora un po' così. In fermo.

domenica 6 marzo 2011



E’ ancora presto per partire. Non riesco ad intravedere chiaramente il giorno in cui lascerò il Giappone. Anche se prima o poi forse accadrà. Allora si tratterà di un addio definitivo, di quelli che fanno troppo male da ricordare. Non ci saranno oggetti sostitutivi in grado di compensare questa perdita. Sarebbe come se un pezzo della mia vita se ne andasse via. Ho accettato di stare qui e ho preso una lunga pausa dall’Italia. All’improvviso persone, cose, animali con cui ero abituato a intereagire tutti i giorni, sono diventati così irraggiungibili da non poter neppure pretendere di vederli da lontano. Sono rimasto solo, sospeso ai miei ricordi. Poi ho guardato avanti. E ho creato nuovi legami, ho realizzato nuove cose, ho sbagliato per l’ennesima volta da dovermi scusare abbassando il capo. Vivere è fare tutte queste cose inconsapevolmente. Ora tutti i giorni sono pieni di impegni. Se ora me ne andassi quante persone sarebbero deluse, quanti progetti spezzati a metà, quanti bagagli da fare in fretta e furia. Non riesco proprio a pensarci. Per quanto mi sforzi non riesco a visualizzare giorno in cui me ne andrò dal Giappone. Ci ho provato. E non ci sono riuscito. Scusate.

venerdì 18 febbraio 2011

Smetti di soffiare

Odio le giornate di vento come queste. E come quando Teppete si è perso nella bufera. Ci sono voluti sette giorni per ritrovarlo. E la brezza fredda lo aveva cambiato. Era pronto per la fredda Svezia e io non lo sapevo ancora. Il vento mi coglie alla sprovvista. Gli oggetti cadono dall'alto e mi feriscono. Oggi un'insegna di legno di un caffè mi ha quasi fatto ammazzare. Per non parlare poi dei malumori che le persone affidano al vento per liberarsene. Da dove provenga tutto questo odio io proprio non lo capisco ma il vento ne è intriso. E le sue sferzate sono come pugnali. Il vento mi ha rubato la ricevuta delle note spese: e adesso chi mi risarcisce i soldi? La casa trema in queste ore, ritimicamente alle folate. Neanche qui mi sento al sicuro. E' una giornata di quelle che cominciano storte dal principio. Affido la serata alla mia girandola portafortuna. Il suo roteare impazzita mi ipnotizza al punto giusto da dimenticare che sono le undici di sera e non ho ancora mangiato nulla. Sayaku.

lunedì 14 febbraio 2011

Vivere insieme


Mi chiedono di raccontare le mie esperienze di vita comune. In confronto ai giapponesi sono un esperto in materia. La condivisione degli appartamenti è ancora considerata una pratica fuori dal comune nell'arcipelago. Al di là delle dimensioni microscopiche delle case, c' è una diffidenza di fondo che regna ancora imperante. E la voglia di non dover rendere conto a nessuno dopo una dura giornata di lavoro. Sono uscito di casa a 19 anni. E usavo le case solo per dormire in verità. I miei coinquilini mi vedevano raramente solo la sera o se volevano stringere un legame più stretto con me erano costretti ad assumere uno stile di vita simile al mio. Ci rinunciavano tutti prima o poi e si accontentavano di parlarmi sull'uscio di casa o sulla rampa delle scale. Non particolarmente ligio nelle faccende di casa e nelle pulizie assumevo il ruolo di mediatore con l'esterno. Portavo persone interessanti in casa che si affezionavano ai miei coinquilini e diventavano ospiti fissi degli spaziosi salotti degli appartamenti torinesi affittati a studenti. Le feste le facevamo perlopiù in casa: alla maggior parte dei miei compagni torinesi di università era vietata la possibilità di portare amici in casa dai genitori. Quindi ci riunivamo dove mamme ne esistevano 4 (una per ogni coinquilino) ma in surrogato telefonico e senza un potere decisionale. A volte si staccavano i cellulari per giorni. Quando a 23 anni alle persone si sono aggiunti gli animali, è stata una catastrofe. Si è rivelato l'anno di convivenza più duro, quando per la prima volta ho vissuto un aperto scontro con gli altri abitanti dell'appartamento. Anche quella è stata un' esperienza utile. Sono scappato in Germania e la solitudine di un'appartamento condiviso con una ragazza tedesca gentile ma taciturna da dubitarne l'effettiva presenza in casa mi ha quasi ucciso. Sono tornato in Italia ancora un volta. Da laureato senza un lavoro sono tornato momentaneamente a casa. L'esigenza di salvaguardre la mia indipendenza mi ha portato ad accettare di vivere in un appartamento senza riscaldamento in pieno inverno. Dormivo con la giacca, pronto per partire il giorno dopo e raggiungere in treno il posto del mio stage. Ho ottenuto un lavoro e mi hanno schiaffato in hotel per sei mesi. Dopo quest'ultima alienante esperienza ero pronto a ricominciare nuovamente una vita in condivisione. Gatti e pesci erano benvenuti. Anche le piante tropicali. A patto che ci fosse qualcuno ad raccogliermi la sera sullo zerbino. Un me stesso sempre più simile ad un fantasma si consumava prima del tempo. Sono venuto in Giappone e ho attirato intorno a me gli spiriti di questi dintorni. Ad oggi abito in 10 metri quadrati ma condivido la stanza con un'anima ancora troppo silenziosa. Sono portato a vivere in gruppo, ne va della mia salute mentale. In Giappone c' è qualcuno che inizia a stravolgere le regole imposte dalla società. E' un rumore di fondo che alimenterò con le mie strampalate esperienze di vita. Le persone con cui ho abitato, per lungo o breve tempo, le ricordo tutte in modo speciale. E' un incontro a cuore aperto, è un luogo dove non ci si può nascondere, è una ricetta sconosciuta che mi fa piangere se non potessi più assaggiarla. E' l'Italia che mi manca di più.

lunedì 17 gennaio 2011

Amore a prima vista


Di recente mi piace una pubblicità (http://www.youtube.com/watch?v=ccL25rXmlm8).
Ho riacceso la televisione analogica che avevo nascosto sotto il tavolo perchè occupava un quarto della superficie praticabile della mia stanza. D'inverno non si può uscire tutte le sere. La guardo svogliatamente, ma quella reclam in particolare mi fa sorridere. E mi vergogno di sorridere perchè la trovo fin troppo demenziale. Da perdere le forze, come direbbe Ether.

Di recente ho iniziato un corso per diventare copy writer. Ogni settimana c'è un compitino da fare, finalizzato a misurare la propria vena creativa. In giapponese. Sono stato ignorato per venti lezioni. Poi ho ideato uno sponsor pubblicitario che reclamizza un gelato che ho tentato di mangiare ma non mi è piaciuto per niente. E con mia grande sorpresa ricevo la prima matita dorata. Si tratta un segnale che gli insegnanti riservano agli allievi più meritevoli. Il sensei di turno è un ragazzo strampalato, ai limiti di questo arcipelago. Mi chiedo come faccia ad essere ancora qui, tutto intero.

Di recente mi sono imbattuto in una rivista di media. Racconta di volti noti del settore pubblicitario. Ed eccolo lì il mio professore, campeggiare in una pagina dedicata al suo ultimo successo televisivo.

Si tratta della stessa pubblicità che mi tiene incollato al televisore in queste sere d'inverno e che cerco disperatamente ad ogni intervallo dei programmi. La mia vera ragione di essere lì davanti allo schermo.

Credo nell'amore a prima vista e nelle coincidenze.
Ora devo escogitare qualcosa di credibile per mantenere questo rapporto privilegiato. La consegna del prossimo 課題 è il prossimo venerdì. Non c'è nemmeno tempo per pensare. Figurati scrivere in un'altra lingua...

domenica 16 gennaio 2011

Io, Kotatsu


Ho trasformato il mio tavolo in un piccolo kotatsu. O meglio era già predisposto per esserlo, bastava inserire la spina per collegarlo alla corrente e sollevare la parte in legno e inserirvi una coperta sintetica verde che ben si intona alla mia maglia di oggi. Osservo le mie braccia e le mie gambe dipartirsi dall'unità centrale e spuntare dai vari lati del tavolo come entità proprie , i nuovi ospiti chiamati per sorseggiare insieme un tè verde e combattere la rigità del clima animandosi vivacemente. Quando ho visto il tavolo la prima volta ero sicuro che non sarei mai riuscito a nascondermici dentro. Dicono di fare così in caso di terremoto. Io mi davo già per spacciato. E invece se lo guardo ora, agghindato a festa e con il forte calore che proviene dal suo interno protetto dalla morbida coperta termica, mi viene voglia di infilarci la testa e di vedere cosa c'è dentro. E' un po' come un guscio di tartaruga. Accogliente e sicuro. Il climatizzatore non lo considero neppure più. La mia casa diventa progressivamente più piccola. Sul tavolo il computer, il dizionario, un libro e un calendario. Il mio ventre diventa legno, rigido senza bisogno di fare gli addominali. Certo spostarsi sarà più faticoso di prima ma ci penserò una volta terminata la stagione invernale. E' arrivato il momento di trascorrere un po' di sano e pigro letargo.

domenica 2 gennaio 2011

Un dono prezioso

Torino e' sempre una bella citta'. Ho aspettato in trepida attesa un amico alla stazione perché aveva perso la coincidenza. Sapevo che sarebbe stato importante incontrarlo in questa circostanza. La mia nuova vita a Tokyo e la mia vecchia esistenza in Italia si sarebbero incrociate in combinazioni inattese. Ho conosciuto questa persona in Giappone ma se n'e' andata altrove dopo sei anni di avventure a Tokyo. Ed ora con l'inaspettata piacevolezza degli imprevisti si tuffava in una vita che non era la sua. E neppure la mia. Questo scorrere incessante di esistenze, di punti di vista differenti e di attese che non mi appartenevano piu'. Ho visto la gente arrovellarsi dietro ai problemi di un trasloco o soffrire per un'opportunita' di lavoro mancata. Questa quotidianità un tempo così familiare mi e' apparsa completamente estranea, lontana anni luce dalla mia vita attuale. Mi chiedo se mi trovi in un limbo o questa nuova fase della mia esistenza si schiuda così semplicemente davanti a me e la debba accettare come un dono prezioso in grado di allontanarmi dalle sofferenze che affliggono gli altri. Non mi preoccuperò mai più per un muro da intonacare o per il colore dei divani di una camera. In Giappone in quella mistica stanza i muri sono spiriti e non c'e abbastanza tempo per pensare all'arredamento. Il mio amico ha vissuto una porzione dei luoghi che ho abitato. Questa collisione mi ha avvicinato all'essenza dei cambiamenti. E’ il miracolo di un bug spazio temporale che mi ha colto di sorpresa. Non si tratta di crescere una nuova consapevolezza in un luogo a milioni di chilometri da casa. Tutto e' accaduto dentro di me. Sotto il sole del Parco del Valentino. Prima che l’anno terminasse mi sentivo una persona nuova.