domenica 31 ottobre 2010

In trappola

Ci sono vicoli troppo bui anche nelle città luccicanti. Luoghi dove la luce non arriva neanche di giorno. C'era una costruzione fatiscente recintata da un groviglio metallico. C'erano dei ventilatori ad elica e delle lamiere. Da quel posto angusto proveniva un lamento soffocato dalle voci dei passanti. C'era un gatto spaventato, intrappolato in un luogo che nonostante fosse invisibile agli occhi, faceva paura. Il metallo tagliente e arrugginito non perdona: non sarebbero bastate le sette vite del felino per tirarlo fuori di lì. C'era un passante curioso con un debole per i gatti, accompagnato da un amico giapponese troppo silenzioso. C'era il proposito di fare qualcosa di concreto. L'incontro fortuito con un giovane poliziotto di ronda incrementava le possibilità di salvataggio. E invece no. Mi ero sgolato per spiegare la situazione. Il poliziotto aveva sentito il lamento del gatto e aveva chiamato i rinforzi. Il mio amico assentiva placido. Il caposquadra era arrivato in bicicletta affannato. E il micio aveva improvvisamente smesso di miagolare. Era inutile, per quanto puntassero le torce, quel lugubre interno era tale da eludere qualsiasi tentativo di intrusione. Il regno dell'oscurità dove si era perso un povero gattino. A quel punto, era logico che mi fossi inventato tutto perchè avevo bevuto un pochino di troppo. E contro un caposquadra impazientito tutti chinavano il capo. Mi hanno mandato via, promettendo che ci avrebbero pensato loro all'animale. Ma i loro occhi tradivano altre intenzioni.Ho digerito il boccone e mi sono allontanato. Il mio amico mi ha seguito e ha ripreso a parlare normalmente. Non era successo niente. Quell'episodio era già stato dimenticato. Il mio malumore ha raggiunto la città luccicante. Per la prima volta mi sono sentito in trappola in questa immensa, sconfinata metropoli.

venerdì 8 ottobre 2010

La strega di Kunitachi


Le cose purtroppo non sono mai quello che sembrano. E nemmeno le persone. L'ho vista di schiena davanti al portone dell'università. Calze autoreggenti, pantaloncini corti e chioma ramata. Il passo incerto e un po' troppo magra forse. La sorpasso e solo allora mi accorgo che la sua andatura è addirittura barcollante. Forse è ubriaca. I capelli sono una parrucca calcata male sulla testa. Il volto invisibile, coperto fra le chiome finte. Ma le sue mani mi svelano il segreto. Sono scheletriche e ossute. La mani di una settantenne. Stringono un cellulare come ce ne sono tanti in giro. Sembra un fantasma. Ma in realtà si tratta di un'anziana viva e vegeta. Aggrappata ad un ricordo di un tempo lontano o desiderosa di vivere gli anni di università che le sono stati preclusi quando era ragazza. O forse un homeless che vive nel parco di Hitotsubashi. Mi chiedo dove sia la sua famiglia. E chi sia che risponde alle sue chiamate. Un'altra leggenda metropolitana alle numerose che circolano in rete. Quella donna che ho rivisto seduta su un sasso vicino alla biblioteca e di cui non riesco ad intravedere il volto. La strega di Kunitachi.