domenica 19 settembre 2010

201


La mia vicina di casa, a quasi un anno dal mio ingresso in questo appartamento ha cominciato a lanciarmi segnali. Parlo della 201. Si perché qui si ragiona per numeri. Sono l’unico ad esporre la propria identità in questa palazzina Leo Palace. Nonostante le pareti siano di cartapesta la gente ci tiene a rimanere anonima qui. Nel mio più totale smarrimento. Se mi manca il sale, me lo vado a comprare e un mio qualsiasi tentativo di approccio, scatenerebbe una reazione che neanche oso immaginare. E così viviamo muro a muro cercando di indovinare le abitudini dello sconosciuto accanto e di intuire i momenti opportuni per uscire in modo da non incrociarlo. Una vera tortura per chi, come me, era abituato ad appendere addirittura le proprie foto sull’uscio di casa. Paese che vai usanze che trovi. Rassegnato, ho cominciato a vivere in modo anonimo. Senonchè in una giornata di pioggia ho deciso di lasciare l’ombrello fuori di casa attaccato al pannello montato per coprire la visuale agli abitanti dell’edificio accanto e permettere il fluire anonimo degli inquilini che tornano stanchi a casa dopo una dura giornata di lavoro. Me compreso. Insomma ho appeso lì l’ombrello e me ne sono dimenticato, a dire la verità. Il giorno dopo uscendo di casa ho avuto una piacevole sorpresa. 201 mi aveva copiato. Effettivamente quel pannello è decisamente inutile e usarlo come appendino non è una brutta idea, avrà pensato. E’ un buon risparmio di spazio, in una casa microscopica che straborda di oggetti. E anche se il tempo è tornato bello, anche oggi gli ombrelli si sono tenuti compagnia fuori dai rispettivi appartamenti. Questa sera sono stato a Yoyogi a giocare a badmington. Al mio ritorno sono stato ancora una volta propositivo nei confronti di 201. Ho appoggiato le mie racchette al pannello. Un chiaro invito per una sfida a due. Non vedo l’ora di sapere cosa mi aspetta domani fuori dalla porta…

giovedì 16 settembre 2010

Nei cimiteri


Marta era in visita al cimitero per rendere omaggio alla tomba di un presidente. Un uomo amato nel nostro paese, un politico integro come ormai non ne esistono più di questi tempi. Un piccolo cimitero in un paese dell'entroterra ligure ospitava la salma di una grande figura della nostra repubblica. E in quello stesso posto è avvenuto un altro miracolo. La mia vita spezzata fra due luoghi così diversi come Torino e Stella si è ricongiunta grazie all' incontro fra due persone a me care. Marta e Iside. Una ragazza e uno spirito. Marta portava con sè il ricordo di un suo compagno del corso di sceneggiatura fuggito lontano in un altro continente alle estremità del mondo noto. Quel ricordo ha risvegliato l'attenzione di mia zia, assopita in un sonno quasi eterno, in attesa della visita di un nipote, che dal momento della sua sepoltura non aveva ancora varcato quei luoghi sacri. Marta ha mostrato un me stesso di cui Iside non aveva potuto neppure intuire l'esistenza. E si è rallegrata di vedermi cresciuto e in procinto di partire, lasciare tutto e cominciare una nuova vita con entusiasmo. Marta ha riconosciuto il mio cognome sulla lapide e ha cominciato a sognare della mia esistenza da bambino in quel paese da fiaba. E Iside le ha mostrato chi ero da piccolo, lei che conosceva le mie insicurezze meglio di tutti e placava le mie sofferenze adolescenziali con parole di conforto. In quell'appartamentino di tre stanze che ha abitato per una vita e che ancora chiede di lei ai suoi nuovi inquilini.
Marta è tornata a casa e mi ha scritto di quell'imprevedibile incontro. Le sue parole mi hanno scosso e mi hanno fatto pensare al mio rapporto conflittuale con i cimiteri. Io così attaccato alla vita li rifiuto e non ci metto piede. Marta mi ha detto che Iside chiede insistentemente di me. Ho bisogno di ritagliarmi un pomeriggio per parlare con lei. Vale la pena di vincere le proprie paure per incontrare una persona così speciale. Ora ho trovato finalmente il coraggio di andare di persona. Aspettami zia.

lunedì 13 settembre 2010

Ijime


L'avevo notata fin dal primo giorno. Su di lei pesava l'angoscia di una maledizione. Si fingeva trasparente ma la sua capigliatura era così folta e gonfia da guastare la perfezione delle altre alunne. Ho pensato ad un brutto anattroccolo quando ho incrociato il suo sguardo. Poi ho rivisto i miei 15 anni e ho ricordato che io ero pure peggio. Eppure sono sopravvissuto, ce la farà anche lei. Ho ripreso a spiegare i saluti. Ripetevano "Buongiorno", "Ciao", "Arrivederci" all'unisono. Le voci vibravano limpide e cristalline. Queste sono studentesse modello, ragazzine esemplari ed educate. Ero soddisfatto. Poi è venuto il momento di mettere in pratica quello che avevano imparato. Ho chiesto loro di voltarsi verso la rispettiva compagna di banco e di salutarsi guardandosi negli occhi. Tutto bene fino al suo turno. La ragazzina che avrebbe rivolgerle il saluto mi fissava smarrita , indicando le compagne rispettivamente davanti e dietro la sua postazione: chi doveva salutare? Aveva deciso di ignorare il banco adiacente. Chiedeva consiglio a me, per evitare quella situazione che le creava imbarazzo. Ho alzato la voce innervosito: "Alla compagna di fronte a te, come del resto hanno fatto tutte le altre fino ad ora." La ragazzina spazientita ha salutato l'aria pesante che le stava di fronte. Non c'era nessuno per lei seduta nel banco di fronte. Una vera scocciatura questa lezione di italiano. Quanto a Miho, la ragazzina dai capelli crespi, mi guardava come se fosse la prima volta che la sua presenza venisse messa in discussione all'interno della classe. Lei lì non esisteva per nessuno, neppure per se stessa. Probabilmente è ignorata dagli stessi professori. Ho continuato a spiegare come se niente fosse fino allo squillo della campanella. La ragazzina è tornata nuovamente invisibile in mezzo al vociare del cambio d'ora. Potrei trattarla meglio delle altre, farle capire che sono dalla sua parte, ma forse le attirerei solo ulteriori antipatie. Miho deve trovare la forza di reagire da sola. Forse non ora, ci vorranno degli anni. Per me è stato lo stesso: sezione B, Liceo Classico Gabriello Chiabrera. Alcuni giorni erano veramente infernali. Ma lì si trattava di divergenze politiche.

mercoledì 8 settembre 2010

Volantini

Ho deciso come trascorrerò i sabati uggiosi autunnali in attesa di gennaio, il mese dell'amore. Oggi c'è stata una prima avvisaglia della nuova stagione: ha piovuto incessantemente tutto il pomeriggio dopo ben 30 giorni consecutivi di sole maligno. Ho trovato un opuscolo informativo mentre passeggiavo, le scarpe completamente bagnate, il corpo sottoposto agli inevitabili getti d'acqua laterali, quelli non sono ancora riuscito a capire come scansarli. Mi sono messo al riparo in un caffè e ho sfogliato il volantino pubblicitario. Il sabato a Shibuya si tiene un corso per diventare copywriter. La scuola è costosa ma posso pagarla con i proventi del corso di italiano (in cucina). Che sia questa la mia strada? Non credo alle casualità gratuite e ho una certa esperienza in fatto di materiale pubblicitario.

Ricordo quando partivamo con Crystal e il signor Rocco, stipati nella sua autovettura, per le destinazioni più improbabili. Pile di volantini da distribuire in buca che, per giunta, nessuno avrebbe mai letto. Era il nostro lavoro ingrato. Più di una volta ci è balenata l'idea di saltare un passaggio e di gettare tutta quella carta sprecata direttamente nella spazzatura. Tanto era destinata prima o poi a fare quella fine. Ma lo sguardo vigile del signor Rocco ci ricordava che quello era lavoro e che non ci era concesso spiegazzare neppure uno di quegli opuscoli per costruirne innocenti aeroplanini da far volare nel cielo girigio autonnale della periferia torinese.

Sta di fatto che nonostante facessi quel lavoro a scadenza fissa non mi sono mai preso la briga di leggerne anche solo uno.
In una città grande come Tokyo, ogni giorno vengono distribuiti a quintali di questi materiali. E questo mi è capitato fra le mani al momento giusto. E' un incontro inatteso con un pezzo della mia vita futura, che per ora posso soltanto provare ad immaginare.

domenica 5 settembre 2010

Il mio amico Yoyogi


C' e' qualcuno che ha deciso di abbandonare l'arcipelago. Lo fara' in modo anonimo e io assecondo le sue volonta', quindi non divulgero' il suo vero nome. Mi limitero' ad uno pseudonimo. Lo chiamerò Yoyogi, come il luogo del nostro ultimo incontro, fissato vicino ad una fontana del rinomato parco della metropoli. Era già' sera e si faticava a distinguere a un palmo dal naso in alcune zone ombrose del percorso. Ho abbandonato i libri e i quaderni di studio, ma i miei occhi non ne volevano sapere di mettere a fuoco la scena che stavo per vivere in prima persona. Erano stati rapiti dagli ultimi tre giorni di isolamento forzato per evitare la calura e altre flebo vitaminiche. Non potevo farvi affidamento e vedevo ancora più nero per via degli occhiali da sole che ero costretto ad indossare per proteggerli. Forse volevo evitare di incrociare lo sguardo perduto di Yoyogi, appesantito da sei anni di solitudine in questo paese. Forse volevo costruirmi un ricordo sfocato della scena prima ancora di viverla. Forse volevo dimenticare l'amarezza che segue le separazioni. Yoyogi si sarebbe sorpreso di vedermi conciato in quel modo, gli occhiali neri per nascondere le lacrime avrà pensato. Intorno a lui c'era il vuoto. Nessuna traccia dei momenti divertenti trascorsi insieme e delle bevute fino all'alba. Gli addii cambiano le persone, le banalizzano e le annullano. Per fortuna dura un attimo ma io questa volta posso anche risparmiarmelo. Svolto in un viottolo trasversale prima che si accorga di me e decido di dirgli addio così, senza nemmeno salutarlo. Lasciandolo nella sua momentanea disperazione. Non sarò certo io a poterlo sollevare in questo momento: passerà da solo e senz'altro qualcosa di incredibile è in serbo per lui una volta che avrà abbandonato questo posto. Butto gli occhiali perché non mi servono più. Da qui in poi e' buio pesto anche un po' per me.

giovedì 2 settembre 2010

Tokyojima


Hiromi stava versando calde lacrime e io ridevo. Mi sono voltato e anche Sonia alla mia sinistra, tentava di trattenere una risata per non turbare la sensibilità degli altri spettatori. La invidio perchè è sempre così equilibrata... Intanto sullo schermo le immagini si avvicendavano sempre più veloci, nuovi personaggi comparivano a cinque minuti dalla fine del film e l'isola misteriosa si perdeva in un minestrone inverosimile da far rivoltare lo stomaco a Natsuo Kirino* se avesse l'occasione di vedere la pellicola. Avrei preferito uscire dal cinema alla fine del primo tempo, ma in Giappone non esistono pause e i film proseguono ininterottamente dall'inizio alla fine. Ultimamente non ho molta fortuna al cinema: l'altro ieri ho ricevuto due biglietti omaggio per il cinema Milano. Mi sono affidato al cassiere per la scelta del film: sta di fatto che mi ha prontamente dirottato in una sala dove a mia insaputa trasmettevano un film certamente interessante, ma in coreano. Tutti i miei tentativi di fare esercizio di ascolto quella sera sono andati perduti. Ho scoperto una nuova lingua certo, ma mi è venuto anche un forte mal di testa. Invano ho tentato di abbandonare la sala: è caldamente consigliato dai pressanti avvisi prima dell'inizio del film di tentare qualsiasi azione sconsiderata che possa vagamente nuocere agli altri spettatori. E così sono stato lì, a mangiare patatine, ipnotizzato dal flusso delle immagini. Mi spaventa pensare al prossimo film: avevo pensato di vedere Micsmacs, qualcuno ne sa qualcosa?

Natsuo Kirino * autrice del libro "Tokyojima" da cui è tratto il libro. Scrittrice tradotta anche in Italia, vi consiglio il suo libro "Morbide Guance"