mercoledì 29 dicembre 2010

La bambina e la pozzanghera- Storia a puntate

Pioveva a dirotto da giorni. Guardavo fuori dalla finestra e speravo che Silvestro, il mio gatto, si fosse rifugiato nella casetta in giardino che gli aveva costruito papà. Non c’era traccia degli altri bambini. Avevo ricevuto in regalo un aquilone colorato proprio il giorno in cui era iniziato a piovere. E’ un gioco che non si può assolutamente fare in casa. “Porta pazienza, a breve il sole tornerà nel cielo” mi diceva papà. E invece era già passata una settimana. Il tempo di leggere un libro oziando sulla poltroncina vicino alla finestra.

Oggi un arcobaleno ha interrotto la pioggia. E mi sono precipitato fuori.

“L’aquilone non si può ancora usare, il terreno è ancora troppo fangoso”, ha detto papà.

“Lo prendo per fargli prendere una boccata d’aria” ho risposto io. Anche gli aquiloni hanno bisogno di passeggiare. Al di là della porta di ingresso mi aspettava una grossa sorpresa.

venerdì 24 dicembre 2010

(Non) solo buone notizie

Continua a piovere a dirotto fuori. Sto dentro casa e vedo scendere la pioggia incessante. Il giardino è un pantano di fango. Il fuso orario mi rende più vulnerabile. Natale è imminente o è già passato chissà. Gli entusiasmi smorzati da una quotidianità che si acquisisce troppo velocemente. E' l'immagine di un solo momento durante l'intero arco della giornata. Ma valeva la pena descriverlo. Anche se è dannatamente triste. Oggi preparerò gli yakisoba. Ieri è stato il turno degli udon bollenti. Li ho portati in tavola timidamente. Temevo in un rifiuto perentorio. Snaturati dal loro contesto originario e mangiati con la forchetta avrebbero perso il loro gusto vincente? Inaspettatamente sono piaciuti. Ho visto un raggio di sole nel cielo. Fugace ma con la forza di una benedizione. Ho preparato l'esame di italiano per i miei studenti. Non troppo difficile, in questo periodo sono tutti più buoni. Lo sarò anche io. La mia camera è così grande. Vorrei rendere ogni angolo speciale e significativo, ma il tempo a disposizione è troppo poco. Mi limito ad osservare smarrito la vastità del luogo che da bambino mi appariva troppo stretto per ospitare i miei giochi fantastici. Il telefono fisso squilla con l'insistenza di chi sa di chiamare in una casa abitata. Conversazioni inaspettate che fanno male. Il passato diventa improvvisamente attuale a casa. E la sfera sentimentale rientra prepotentemente in scena. A tutte queste cose si aggiunge la premonizione per i terremoti che mi sono portato dal Giappone e di cui non riesco a liberarmi. Ieri notte anche la Liguria ha cominciato a tremare. I miei dicono che è solo un'impressione. Che qui non siamo in Giappone. Sì, effettivamente, non siamo in Giappone...

domenica 19 dicembre 2010

Chi si ferma è perduto


E' il momento di esordire come scrittore in Giappone. Mi infonde coraggio. C'è qualcuno che ha letto quello che ho scritto e gli è piaciuto. Si tratta di una fanzine che scrive di media e di pop culture. Mi ero assopito, ora penso sia l'ora di tornare al lavoro. Non devo avere paura, qualcuno ci sarà ad aiutarmi a correggere le particelle sbagliate o i periodi che non tornano. Lo stesso vale per "Saori è un'aliena" , abbandonato a metà su un file del computer. Scalpita all'idea di tornare in vita , nonostante la mia idea del finale. C'è stato un esame che mi ha cambiato la vita per i prossimi due anni e mezzo. Non pensavo altro che a studiare per superarlo. E la scrittura è caduta in secondo piano. Sto iniziando a capire che il suo richiamo è fatale. La rivista sarà disponibilie nei principali circuiti librari della città, primo fra tutti il Junkudo di Shinjuku che mi piace tanto. E' un'altra occasione perchè qualcuno si imbatta nel mio primo racconto "In fuga" o nella tesina che ho scritto sui "Racconti del cellulare e l'epoca della digitalizzazione libraria". Voglio riuscirci ancora. Passeranno molti anni prima che mi possa permettere di scrivere un libro. Ma è il mio prossimo obiettivo. Da questo momento in poi chi si ferma è perduto.

sabato 11 dicembre 2010

Polla lost

La ragazza del cinese alla stazione di Koenji non si faceva incantare dai miei elogi. Adoravo quel pollo caramellato. Era la ragione per cui allungavo la strada la sera. Il mio premio di consolazione delle giornate tristi. Una prelibatezza. Un giorno inspiegabilmente cancellato dal menù. E io che prendevo una spiegazione razionale. E' stato sostituito dalla versione Chili Sauce. Un dolciume. E quel gusto asprigno si è perso chissà dove. Probabilmente quella sera non era disponibile, pensavo. Sono tornato più volte a reclamarlo ma niente da fare. Quella ricetta millenaria era stata fatalmente accantonata in favore di un piatto decisamente arrogante. Ho girato tutti i cinesi di Koenji pregando di ritrovare quel sapore irripetibile. Una delusione dopo l'altra. Ho tentato di farmi piacere il pollo in salsa Chili per incantare Liu Mei, la cameriera che sembrava invece indispettita dalle mie frequenti incursioni al take away. Le sono riuscito a strappare il segreto del pollo. Lo cucinava un cuoco che era stato recentemente licenziato e aveva lasciato la città per tornare a Shangai. Mi basta una telefonata risolutiva. Sento Donna Cina aldilà del mare e mi assicura che lo troverà e lo sedurrà parlando il cinese. Lo pregherà di cucinare per lei. E vergherà la ricetta su un foglio di carta, destinazione Tokyo. Allora sarà il mio turno. Liu Mei decifrerà il cinese e io mi metterò a lavorare part time al ristorante. Imparerò la cucina cinese. E stupirò nuovamente tutti resuscitando il più buon pollo che abbia mai mangiato.

domenica 5 dicembre 2010











Mi e' bastato uscire a correre per decidere di restare. Da tempo ero sfiorato dall'idea di un altro trasloco. Uno all'anno era nella norma. Una sorta di costante nella mia vita da un po' di tempo a questa parte. Oggi mi sono svegliato con la voglia di correre nella direzione opposta rispetto alla strada che mi collega ogni giorno al resto del mondo che conosco. Mi sarei diretto verso una parte dell'isola così vicina ma altrettanto sconosciuta. Vivere in Giappone e' un'esperienza affascinante se si mantiene ferma la consapevolezza di vivere in un arcipelago. L'esploratore che si nasconde nelle pieghe delle lenzuola per evadere nel mondo dei sogni, oggi ha deciso che vale la pena di uscire a dare un'occhiata al versante sud dell'isola e di fare provviste nel negozietto vicino al tempio. Ho cominciato a correre e non sono trascorsi neppure dieci minuti per scoprire che dietro casa avvengono i miracoli. Non mi sono fermato e ho continuato la corsa per trenta minuti. In quell'arco di tempo ho ponderato la mia decisione. Mi e' bastato guardarmi intorno per innamorarmi di nuovo di quel posto controverso. Dove i morti superano i vivi per numero di abitanti. Dove il vento soffia così impetuoso a volte da scuotere la mia casa. Dove se gli affitti sono così bassi ci sara' un perché ma non c'e nessuno a cui chiedere spiegazioni. Crollo disteso sul tappeto d'erba: basta così poco per ritrovarsi in paradiso. Oggi ho scoperto qualcosa di meraviglioso. Proprio dietro casa. Calibro la visuale e valuto nuovamente la mia posizione in questo mondo. In cielo vola un aquilone. Sento di appartenere a questo luogo. Decido che questa e' la mia nuova casa. E non devo neppure traslocare . Era semplicemente una questione di prospettiva.

mercoledì 1 dicembre 2010

La sua vetrina

Mi fermo sempre ad osservare la sua vetrina. Espone bellissimi vestiti da sera di altre epoche. E' un ragazzo troppo alto per essere giapponese. Ha realizzato il suo sogno. In quella via eccentrica dove si trova di tutto c'è anche il suo piccolo negozietto. Luccica ventiquattro ore su ventiquattro. Lo vedo di spalle chino sulla sua ultima creazione. Fa anche lo stilista. Tutti passano e guardano incuriositi ma ancora non ho visto nessuno varcare la soglia del suo negozio. Quegli abiti degni di una principessa ma così diversi dai tradizionali kimono che tipo di clientela potrebbero attrarre?Non si tratta di merce per otaku. Niente divise alla marinaretta, nè bacchette magiche. Ricordano piuttosto le soap opera americane degli anni ottanta, spalline comprese. Troppo lunghi per le gambe delle giapponesi nonostante i tacchi, sembrano fatti su misura perchè lui li indossi. Disegna abiti per sè e siccome non può metterli tenta di venderli. Sottrae dagli armadi delle sue amanti occidentali gli abiti più belli per arricchire la sua collezione. Dovrebbe trovare solo un po' di coraggio in più. C'è un cartello fuori dal negozio. Cerca un assistente. Ammiro la sua devozione per il lavoro. Mi piace anche il posto. Ma non sarò io a guarirlo dalle sue paure questa volta. Ha bisogno di una modella che sfoggi ogni giorno un abito diverso davanti al negozio. Sfilate di moda ininterrotte. Potrà vestirla e svestirla fino allo sfinimento. E forse un giorno nel retro del negozio riuscirà a guardarsi nello specchio mentre lei lo aiuta a indossare uno dei suoi abiti da donna. Entrambi sorrideranno soddisfatti. Immerso in questi pensieri penso al mio armadio stracolmo di vestiti che non uso mai e penso: io di che cosa ho bisogno? Esiste un abito in grado di rendermi felice?

domenica 28 novembre 2010

La tua voce

Lo stavo ad ascoltare mentre mi versava da bere. E' avvenuto spontaneamente: la mattina dopo il mio giapponese imperfetto si è uniformato in modo sorprendente alla sua parlata. Conosco una ragazza che dopo una sola settimana a Firenze ha preso l'accento toscano. A me è successo in una sera. Ora non resta che capire perchè le mie corde vocali hanno scelto lui. In quel tono impastato ho scoperto un nuovo modo di parlare giapponese. Tutto di lui mi trasmetteva fiducia. Ho desiderato che diventasse il mio maestro privato. Quello che non ho mai avuto in tutti i questi anni. Questo modo disordinato di imparare una lingua si porta dietro strascichi inevitabili. Vuoti da colmare. Situazioni in cui le parole non escono fuori nel modo che vorrei. Ho ancora bisogno di una guida che mi insegni le raffinatezze di questo idioma. Non sono mai stato un perfezionista. Lascio sempre le cose a metà. I libri, le pulizie, i dolci. Ma questa volta è diverso. Per una volta voglio sforzarmi di superare i miei limiti. E ho scelto lui. Non un podcast o il notiziario delle sette. E' una persona in carne ed ossa con un accento stravagante che voglio imparare a imitare. Dubito vorrà diventare il mio insegnante personale, impegnato com'è nella gestione dell'attività. Non mi resta che frequentare il bar più assiduamente e convincerlo a parlarmi. Dal punto di vista economico non è una buona idea visto il costo esorbitante dei cocktail del locale. Registrerò la sua voce e la ascolterò in treno durante i lunghi tragitti che mi aspettano nel prossimo futuro. Quando i soldi scarseggieranno mi accontenterò di ascoltare il repertorio delle nostre conversazioni. Chissà se anche per un giapponese la sua parlata risulta singolare. Mi sono fatto conquistare da una voce. Ad un anno e mezzo dall'ingresso in questo paese. Non ho mai prestato particolare attenzione a come le persone parlano. Ora è diventata la mia priorità. La mia vita è una trasformazione continua. La mia vista è satura ma è il mio udito ora a pretendere di essere stimolato.

giovedì 25 novembre 2010

Frammenti sparsi


Deenchofu City. Bagni Termali. 2:30 p.m. Mi hanno chiesto di togliermi la maglietta e mi hanno bagnato i capelli come se fossi appena uscito dall'ofuro. Mi hanno chiesto di ascoltare l'equivoca conversazione fra un businness man occidentale e il proprietario dei bagni. E sono stato pure costretto ad intervenire per fermare la loro disputa mentre mi rivestivo. Non ero solo. Mi aiutavano un trentenne americano e un nonnino con la dentiera Abbiamo braccato il nostro povero amico che si stava scagliando in un'impresa kamikaze contro il businness man. Poi è accaduto l'inevitabile. Nelle prove ci diceva: "Bloccatemi con più forza...deve essere reale!" Talmente reale che inevitabilmente gli abbiamo fatto male. Si è contorto su se stesso e senza fermare la scena ha sopportato il dolore lancinante del piede che si storceva. "Un 'interpretazione da Oscar, recita proprio bene", pensavo. Poi c'è stato il cut, il cambio scena e mi sono accorto che l'uomo non tornava sul set. L'avevano mandato di corsa all'ospedale. Ma lui non una parola di fronte a noi. Ha espresso il suo dolore reale solo durante la finzione. Oggi ho avuto la conferma che i giapponesi sono molto bravi a recitare. E purtroppo non solo nei film. Della giornata rimane un caro ricordo, un'accozzaglia di scene senza senso compiuto, che chissà dove, chissà quando, verranno riproposte all'interno di un flusso a senso compiuto sulla rete nazionale. Mi chiedo ancora cosa hanno a che fare le nanotecnologie con una lite ai bagni pubblici. Ma forse è solo qualcosa aldilà della mia comprensione. E del resto, sono affascinato da questa irrazionalità di fondo. Ho un impegno di scena anche martedì prossimo. La cosa si sta facendo seria...

martedì 23 novembre 2010

Ai confini della città

Tokyo mi ha mostrato per la prima volta i suoi confini. C'è un punto dove si dice basta ad asfalto e cemento e il verde si insinua per la prima volta nel paesaggio con la presunzione di essere finalmente lui il protagonista della situazione. . Un nuovo punto di partenza, lasciandosi alla spalle il fascino sinuoso delle sopraelevate, gli ingorghi sentimentali e la vista mozzafiato degli scorci metropolitani. C'e solo erba intorno, una distesa verde e piatta. La vera desolazione comincia qui. Dove la città sembra svanire e l'ultimo cartello sbilenco e logoro segnala l'inizio del nulla. A Tokyo si e' perduti per un raffreddore. Si e' soli davanti ad una cabina telefonica nell' attesa di ricordare la persona che si voleva chiamare. In equilibrio precario sui treni stracolmi. Lentamente il volto perde l'espressività di una vita vissuta all'insegna di forti emozioni. Nella città si ingrigisce a poco a poco.Le infrastrutture assorbono le energie degli uomini per stare in piedi un giorno di piu'. Qui non c'e traccia di vita umana e il colore dell'erba stordisce per l'intensità. Non riesco a capire se si tratti dell'inferno o del paradiso. Ma è comunque un luogo nuovo da esplorare.

lunedì 22 novembre 2010

Ricomincio


Ricomincia la mia vita da comparsa precaria. E' come un lungo tuffo indietro nel tempo. Allora la dimensione del sogno e la realtà si mischiavano così frequentemente da non saper distinguere l'una dall'altra. Sul set ho conosciuto uno dei miei migliori amici. Ho incontrato un ragazzo con un grande sogno che anni dopo si è realizzato. Ho diviso delle ore preziose con il mio ex coinquilino fuori da casa. Era faticoso riuscire a trascinarlo fuori dall'appartamento ma per i film faceva un'eccezione. Ho brindato con un finto cocktail sotto la luce dei riflettori di una discoteca. Ho visto esplodere una macchina e un angelo infuocato scendere dal cielo durante un rave party. Ho sollevato macigni veri dentro una fabbrica dimessa. Dovevo lanciarli con criterio ad un altra comparsa ma ho rischiato di fargli del male perchè non avevo idea di come calibrare la traettoria. Ho fatto il passante . A volte si usava anche la bicicletta. Costumi sempre troppo grandi per la mia taglia. Una volta mi hanno addirittura tagliato i capelli. Mia madre registrava tutte le mie prodezze. Rimpiango che siano stati trasmessi su canali Fininvest ma del resto anche l'amata Lady Oscar era di casa a Palazzo dei Cigni. Domani sveglia alle sei per una gita in montagna. Riprese dalle otto alle cinque. Senza sosta se conosco bene i giapponesi. Mi aspetto di provare lo stesso smarrimento iniziale al momento del raduno. Le stesse facce assonnate di quando si girava all'alba. La stanchezza della giornata sulle spalle. La soddisfazione di essere in un film anche se sconosciuti. Attendo con ansia la scena in cui riconoscerò un altro me stesso sullo schermo.

domenica 14 novembre 2010

Purificazione


Mi sono scontrato nuovamente con la burocrazia giapponese. E ne sono uscito vincitore . Grazie ad un bacio. Per l'ennesima volta i sentimenti vincono sulla carta intestata e sulle regole rigide, quelle che sembrano fatte apposta per essere infrante. La nostra fortuna dipende da quanto gli altri sono disposti a cederci. Un pensiero buono nei nostri confronti, un abbraccio, una parola confortante. Da soli non andremmo da nessuna parte. Ho portato nel club la lettera che sapevo sarebbe stata cestinata il giorno successivo. C'erano più di dieci amici che avevo radunato per festeggiare quella sera. C'era buona musica anche se il sakè costava un po' troppo per i nostri standard. Ho deciso che quel giorno mi sarei lasciato andare. Non volevo irrigidirmi ulteriormente, era tempo di oliare gli ingranaggi. Ricaricare le energie non significa solo riposare in Giappone. Sentivo che il contatto umano mi avrebbe fatto meglio di qualsiasi dormita. Rinunciavo ai sogni per tuffarmi in una serata che anche se breve mi avrebbe regalato un po' di meritata spontaneità. Nessuno ballava, forse eravamo ridicoli a muoverci goffi con testa e mani sprofondati sul divano. Ma non importava. Ho tirato fuori la busta dalla borsa. Quella documentazione che in quei giorni mi aveva creato notevoli problemi, ancora sigillata. Quel corriere dall'America che era partito troppo in ritardo rispetto alla consegna della domanda di ammissione. E' passato di mano in mano quel pezzo di carta. Il destino mi ha colto in un momento felice, quando avrei dovuto essere triste e rassegnato. E si è sorpreso. Un'amica ha persino baciato la busta imprimendo al posto di un freddo timbro d'ufficio, la forma sensuale di due labbra rosso fuoco. Ho dichiarato guerra a questo sistema che sacrifica il diritto allo studio in favore della venerazione maniacale per una squallida burocrazia che non è utile a nessuno. E il giorno dopo con assoluta tranquillità mi sono recato all'ufficio per la resa dei conti. Sono d'accordo che le persone debbano fare del loro meglio per adattarsi al posto in cui vivono. Ma sono altrettanto convinto che una volta superato un certo limite, le persone debbano limitarsi ad osservare il sistema autofagocitarsi. Senza intervenire. O come avevo fatto io, cercare una strada alternativa. Un rito per purificarsi da tutto quell'inutile baccano. Un mezzo per ritrovare il proprio equilibrio interiore. Il rossetto ha sortito un effetto insperato. La busta me l'hanno accettata. Gliela cedevo come un dono perchè ormai mi ci ero affezionato. Ho trasformato un documento ufficiale in un omaggio. E i giapponesi come è risaputo non rifiuterebbero mai un regalo.

lunedì 1 novembre 2010

Alla ricerca di un tesoro

Ho sempre fatto affidamento sulla mia memoria visiva per ricostruire come e quando ho incontrato una certa persona che mi si para davanti per la seconda volta e sembra riconoscermi. Ma in Giappone, questa abilità sta per venire meno. Aldilà dell'errato stereotipo per cui si dice che tutti i giapponesi, anzi gli asiatici si assomiglino fra di loro, c'è qualcosa di più profondo, un meccanismo perverso che conduce la mia memoria all'errore. Riesco infatti perlomeno a capire se si tratta di una faccia conosciuta o meno. Quello che non riesco a ricordare è chi sia quella persona. E mi sono fatto anche un'idea al riguardo. Le persone in Giappone non si conoscono per quello che sono ma per il ruolo che rivestono o per la relazione ufficiale che hanno con altre persone. Ed è da qui che deriva la confusione di cui sopra. Entro in contatto con l'involucro vuoto e il contenuto mi sfugge. E' come il loro tentativo di nascondere il nome di battesimo ostentando il cognome. E' la dicotomia fra la forma e la sostanza. Sembra una banalità ma per me si tratta di una scoperta reale. E io chi sono? Il mio guscio screpolato trasuda sostanza magmatica . Mi domando se siano altrettanto sorpresi di vedere così bellamente esposto quello che loro tentano di nascondere. E che io mi impegnerò a scovare. Perchè c'è da qualche parte. E' un'impresa lungimirante come la ricerca di un tesoro nascosto. E' il segreto più grande di questo paese ed è la chiave per capire realmente dove sono capitato e perchè.

domenica 31 ottobre 2010

In trappola

Ci sono vicoli troppo bui anche nelle città luccicanti. Luoghi dove la luce non arriva neanche di giorno. C'era una costruzione fatiscente recintata da un groviglio metallico. C'erano dei ventilatori ad elica e delle lamiere. Da quel posto angusto proveniva un lamento soffocato dalle voci dei passanti. C'era un gatto spaventato, intrappolato in un luogo che nonostante fosse invisibile agli occhi, faceva paura. Il metallo tagliente e arrugginito non perdona: non sarebbero bastate le sette vite del felino per tirarlo fuori di lì. C'era un passante curioso con un debole per i gatti, accompagnato da un amico giapponese troppo silenzioso. C'era il proposito di fare qualcosa di concreto. L'incontro fortuito con un giovane poliziotto di ronda incrementava le possibilità di salvataggio. E invece no. Mi ero sgolato per spiegare la situazione. Il poliziotto aveva sentito il lamento del gatto e aveva chiamato i rinforzi. Il mio amico assentiva placido. Il caposquadra era arrivato in bicicletta affannato. E il micio aveva improvvisamente smesso di miagolare. Era inutile, per quanto puntassero le torce, quel lugubre interno era tale da eludere qualsiasi tentativo di intrusione. Il regno dell'oscurità dove si era perso un povero gattino. A quel punto, era logico che mi fossi inventato tutto perchè avevo bevuto un pochino di troppo. E contro un caposquadra impazientito tutti chinavano il capo. Mi hanno mandato via, promettendo che ci avrebbero pensato loro all'animale. Ma i loro occhi tradivano altre intenzioni.Ho digerito il boccone e mi sono allontanato. Il mio amico mi ha seguito e ha ripreso a parlare normalmente. Non era successo niente. Quell'episodio era già stato dimenticato. Il mio malumore ha raggiunto la città luccicante. Per la prima volta mi sono sentito in trappola in questa immensa, sconfinata metropoli.

venerdì 8 ottobre 2010

La strega di Kunitachi


Le cose purtroppo non sono mai quello che sembrano. E nemmeno le persone. L'ho vista di schiena davanti al portone dell'università. Calze autoreggenti, pantaloncini corti e chioma ramata. Il passo incerto e un po' troppo magra forse. La sorpasso e solo allora mi accorgo che la sua andatura è addirittura barcollante. Forse è ubriaca. I capelli sono una parrucca calcata male sulla testa. Il volto invisibile, coperto fra le chiome finte. Ma le sue mani mi svelano il segreto. Sono scheletriche e ossute. La mani di una settantenne. Stringono un cellulare come ce ne sono tanti in giro. Sembra un fantasma. Ma in realtà si tratta di un'anziana viva e vegeta. Aggrappata ad un ricordo di un tempo lontano o desiderosa di vivere gli anni di università che le sono stati preclusi quando era ragazza. O forse un homeless che vive nel parco di Hitotsubashi. Mi chiedo dove sia la sua famiglia. E chi sia che risponde alle sue chiamate. Un'altra leggenda metropolitana alle numerose che circolano in rete. Quella donna che ho rivisto seduta su un sasso vicino alla biblioteca e di cui non riesco ad intravedere il volto. La strega di Kunitachi.

domenica 19 settembre 2010

201


La mia vicina di casa, a quasi un anno dal mio ingresso in questo appartamento ha cominciato a lanciarmi segnali. Parlo della 201. Si perché qui si ragiona per numeri. Sono l’unico ad esporre la propria identità in questa palazzina Leo Palace. Nonostante le pareti siano di cartapesta la gente ci tiene a rimanere anonima qui. Nel mio più totale smarrimento. Se mi manca il sale, me lo vado a comprare e un mio qualsiasi tentativo di approccio, scatenerebbe una reazione che neanche oso immaginare. E così viviamo muro a muro cercando di indovinare le abitudini dello sconosciuto accanto e di intuire i momenti opportuni per uscire in modo da non incrociarlo. Una vera tortura per chi, come me, era abituato ad appendere addirittura le proprie foto sull’uscio di casa. Paese che vai usanze che trovi. Rassegnato, ho cominciato a vivere in modo anonimo. Senonchè in una giornata di pioggia ho deciso di lasciare l’ombrello fuori di casa attaccato al pannello montato per coprire la visuale agli abitanti dell’edificio accanto e permettere il fluire anonimo degli inquilini che tornano stanchi a casa dopo una dura giornata di lavoro. Me compreso. Insomma ho appeso lì l’ombrello e me ne sono dimenticato, a dire la verità. Il giorno dopo uscendo di casa ho avuto una piacevole sorpresa. 201 mi aveva copiato. Effettivamente quel pannello è decisamente inutile e usarlo come appendino non è una brutta idea, avrà pensato. E’ un buon risparmio di spazio, in una casa microscopica che straborda di oggetti. E anche se il tempo è tornato bello, anche oggi gli ombrelli si sono tenuti compagnia fuori dai rispettivi appartamenti. Questa sera sono stato a Yoyogi a giocare a badmington. Al mio ritorno sono stato ancora una volta propositivo nei confronti di 201. Ho appoggiato le mie racchette al pannello. Un chiaro invito per una sfida a due. Non vedo l’ora di sapere cosa mi aspetta domani fuori dalla porta…

giovedì 16 settembre 2010

Nei cimiteri


Marta era in visita al cimitero per rendere omaggio alla tomba di un presidente. Un uomo amato nel nostro paese, un politico integro come ormai non ne esistono più di questi tempi. Un piccolo cimitero in un paese dell'entroterra ligure ospitava la salma di una grande figura della nostra repubblica. E in quello stesso posto è avvenuto un altro miracolo. La mia vita spezzata fra due luoghi così diversi come Torino e Stella si è ricongiunta grazie all' incontro fra due persone a me care. Marta e Iside. Una ragazza e uno spirito. Marta portava con sè il ricordo di un suo compagno del corso di sceneggiatura fuggito lontano in un altro continente alle estremità del mondo noto. Quel ricordo ha risvegliato l'attenzione di mia zia, assopita in un sonno quasi eterno, in attesa della visita di un nipote, che dal momento della sua sepoltura non aveva ancora varcato quei luoghi sacri. Marta ha mostrato un me stesso di cui Iside non aveva potuto neppure intuire l'esistenza. E si è rallegrata di vedermi cresciuto e in procinto di partire, lasciare tutto e cominciare una nuova vita con entusiasmo. Marta ha riconosciuto il mio cognome sulla lapide e ha cominciato a sognare della mia esistenza da bambino in quel paese da fiaba. E Iside le ha mostrato chi ero da piccolo, lei che conosceva le mie insicurezze meglio di tutti e placava le mie sofferenze adolescenziali con parole di conforto. In quell'appartamentino di tre stanze che ha abitato per una vita e che ancora chiede di lei ai suoi nuovi inquilini.
Marta è tornata a casa e mi ha scritto di quell'imprevedibile incontro. Le sue parole mi hanno scosso e mi hanno fatto pensare al mio rapporto conflittuale con i cimiteri. Io così attaccato alla vita li rifiuto e non ci metto piede. Marta mi ha detto che Iside chiede insistentemente di me. Ho bisogno di ritagliarmi un pomeriggio per parlare con lei. Vale la pena di vincere le proprie paure per incontrare una persona così speciale. Ora ho trovato finalmente il coraggio di andare di persona. Aspettami zia.

lunedì 13 settembre 2010

Ijime


L'avevo notata fin dal primo giorno. Su di lei pesava l'angoscia di una maledizione. Si fingeva trasparente ma la sua capigliatura era così folta e gonfia da guastare la perfezione delle altre alunne. Ho pensato ad un brutto anattroccolo quando ho incrociato il suo sguardo. Poi ho rivisto i miei 15 anni e ho ricordato che io ero pure peggio. Eppure sono sopravvissuto, ce la farà anche lei. Ho ripreso a spiegare i saluti. Ripetevano "Buongiorno", "Ciao", "Arrivederci" all'unisono. Le voci vibravano limpide e cristalline. Queste sono studentesse modello, ragazzine esemplari ed educate. Ero soddisfatto. Poi è venuto il momento di mettere in pratica quello che avevano imparato. Ho chiesto loro di voltarsi verso la rispettiva compagna di banco e di salutarsi guardandosi negli occhi. Tutto bene fino al suo turno. La ragazzina che avrebbe rivolgerle il saluto mi fissava smarrita , indicando le compagne rispettivamente davanti e dietro la sua postazione: chi doveva salutare? Aveva deciso di ignorare il banco adiacente. Chiedeva consiglio a me, per evitare quella situazione che le creava imbarazzo. Ho alzato la voce innervosito: "Alla compagna di fronte a te, come del resto hanno fatto tutte le altre fino ad ora." La ragazzina spazientita ha salutato l'aria pesante che le stava di fronte. Non c'era nessuno per lei seduta nel banco di fronte. Una vera scocciatura questa lezione di italiano. Quanto a Miho, la ragazzina dai capelli crespi, mi guardava come se fosse la prima volta che la sua presenza venisse messa in discussione all'interno della classe. Lei lì non esisteva per nessuno, neppure per se stessa. Probabilmente è ignorata dagli stessi professori. Ho continuato a spiegare come se niente fosse fino allo squillo della campanella. La ragazzina è tornata nuovamente invisibile in mezzo al vociare del cambio d'ora. Potrei trattarla meglio delle altre, farle capire che sono dalla sua parte, ma forse le attirerei solo ulteriori antipatie. Miho deve trovare la forza di reagire da sola. Forse non ora, ci vorranno degli anni. Per me è stato lo stesso: sezione B, Liceo Classico Gabriello Chiabrera. Alcuni giorni erano veramente infernali. Ma lì si trattava di divergenze politiche.

mercoledì 8 settembre 2010

Volantini

Ho deciso come trascorrerò i sabati uggiosi autunnali in attesa di gennaio, il mese dell'amore. Oggi c'è stata una prima avvisaglia della nuova stagione: ha piovuto incessantemente tutto il pomeriggio dopo ben 30 giorni consecutivi di sole maligno. Ho trovato un opuscolo informativo mentre passeggiavo, le scarpe completamente bagnate, il corpo sottoposto agli inevitabili getti d'acqua laterali, quelli non sono ancora riuscito a capire come scansarli. Mi sono messo al riparo in un caffè e ho sfogliato il volantino pubblicitario. Il sabato a Shibuya si tiene un corso per diventare copywriter. La scuola è costosa ma posso pagarla con i proventi del corso di italiano (in cucina). Che sia questa la mia strada? Non credo alle casualità gratuite e ho una certa esperienza in fatto di materiale pubblicitario.

Ricordo quando partivamo con Crystal e il signor Rocco, stipati nella sua autovettura, per le destinazioni più improbabili. Pile di volantini da distribuire in buca che, per giunta, nessuno avrebbe mai letto. Era il nostro lavoro ingrato. Più di una volta ci è balenata l'idea di saltare un passaggio e di gettare tutta quella carta sprecata direttamente nella spazzatura. Tanto era destinata prima o poi a fare quella fine. Ma lo sguardo vigile del signor Rocco ci ricordava che quello era lavoro e che non ci era concesso spiegazzare neppure uno di quegli opuscoli per costruirne innocenti aeroplanini da far volare nel cielo girigio autonnale della periferia torinese.

Sta di fatto che nonostante facessi quel lavoro a scadenza fissa non mi sono mai preso la briga di leggerne anche solo uno.
In una città grande come Tokyo, ogni giorno vengono distribuiti a quintali di questi materiali. E questo mi è capitato fra le mani al momento giusto. E' un incontro inatteso con un pezzo della mia vita futura, che per ora posso soltanto provare ad immaginare.

domenica 5 settembre 2010

Il mio amico Yoyogi


C' e' qualcuno che ha deciso di abbandonare l'arcipelago. Lo fara' in modo anonimo e io assecondo le sue volonta', quindi non divulgero' il suo vero nome. Mi limitero' ad uno pseudonimo. Lo chiamerò Yoyogi, come il luogo del nostro ultimo incontro, fissato vicino ad una fontana del rinomato parco della metropoli. Era già' sera e si faticava a distinguere a un palmo dal naso in alcune zone ombrose del percorso. Ho abbandonato i libri e i quaderni di studio, ma i miei occhi non ne volevano sapere di mettere a fuoco la scena che stavo per vivere in prima persona. Erano stati rapiti dagli ultimi tre giorni di isolamento forzato per evitare la calura e altre flebo vitaminiche. Non potevo farvi affidamento e vedevo ancora più nero per via degli occhiali da sole che ero costretto ad indossare per proteggerli. Forse volevo evitare di incrociare lo sguardo perduto di Yoyogi, appesantito da sei anni di solitudine in questo paese. Forse volevo costruirmi un ricordo sfocato della scena prima ancora di viverla. Forse volevo dimenticare l'amarezza che segue le separazioni. Yoyogi si sarebbe sorpreso di vedermi conciato in quel modo, gli occhiali neri per nascondere le lacrime avrà pensato. Intorno a lui c'era il vuoto. Nessuna traccia dei momenti divertenti trascorsi insieme e delle bevute fino all'alba. Gli addii cambiano le persone, le banalizzano e le annullano. Per fortuna dura un attimo ma io questa volta posso anche risparmiarmelo. Svolto in un viottolo trasversale prima che si accorga di me e decido di dirgli addio così, senza nemmeno salutarlo. Lasciandolo nella sua momentanea disperazione. Non sarò certo io a poterlo sollevare in questo momento: passerà da solo e senz'altro qualcosa di incredibile è in serbo per lui una volta che avrà abbandonato questo posto. Butto gli occhiali perché non mi servono più. Da qui in poi e' buio pesto anche un po' per me.

giovedì 2 settembre 2010

Tokyojima


Hiromi stava versando calde lacrime e io ridevo. Mi sono voltato e anche Sonia alla mia sinistra, tentava di trattenere una risata per non turbare la sensibilità degli altri spettatori. La invidio perchè è sempre così equilibrata... Intanto sullo schermo le immagini si avvicendavano sempre più veloci, nuovi personaggi comparivano a cinque minuti dalla fine del film e l'isola misteriosa si perdeva in un minestrone inverosimile da far rivoltare lo stomaco a Natsuo Kirino* se avesse l'occasione di vedere la pellicola. Avrei preferito uscire dal cinema alla fine del primo tempo, ma in Giappone non esistono pause e i film proseguono ininterottamente dall'inizio alla fine. Ultimamente non ho molta fortuna al cinema: l'altro ieri ho ricevuto due biglietti omaggio per il cinema Milano. Mi sono affidato al cassiere per la scelta del film: sta di fatto che mi ha prontamente dirottato in una sala dove a mia insaputa trasmettevano un film certamente interessante, ma in coreano. Tutti i miei tentativi di fare esercizio di ascolto quella sera sono andati perduti. Ho scoperto una nuova lingua certo, ma mi è venuto anche un forte mal di testa. Invano ho tentato di abbandonare la sala: è caldamente consigliato dai pressanti avvisi prima dell'inizio del film di tentare qualsiasi azione sconsiderata che possa vagamente nuocere agli altri spettatori. E così sono stato lì, a mangiare patatine, ipnotizzato dal flusso delle immagini. Mi spaventa pensare al prossimo film: avevo pensato di vedere Micsmacs, qualcuno ne sa qualcosa?

Natsuo Kirino * autrice del libro "Tokyojima" da cui è tratto il libro. Scrittrice tradotta anche in Italia, vi consiglio il suo libro "Morbide Guance"

sabato 28 agosto 2010

Murasaki scarf




E' inutile gareggiare con i giapponesi quanto a generosità. Faranno sempre in modo di saldare il conto. E non resta che accennare un inchino maldestro per ammettere che per l'ennesima volta vincono loro. Ero l'unico straniero presente alla cerimonia del 90esimo anniversario dell'azienda Futaba . Di solito in queste occasioni le cose mi riescono meglio se ho sorseggiato un bicchierino di vino prima. Mi sono avvicinato al bar e il signore davanti a me indossava una bellissima sciarpa di seta viola. Non ho potuto fare a meno di accennare un'espressione di apprezzamento per quel capo così pregiato. Il signore mi ha sorriso divertito, niente di più. Sono tornato al quartier generale con una birra, un vino bianco e un succo d'arancia per gli amici che mi avevano portato lì. Tempo di recuperare la mia posizione che mi sono sentito tirare per il collo. Il signore mi ha avvolto la sciarpa intorno al corpo. Era un tessuto così pregiato che mi dava i brividi. Io che non ho mai fatto particolarmente caso agli articoli di lusso o alle firme ora indossavo l'oggetto più costoso della festa. Il signore era un sarto. Ha impiegato due mesi per tessere quella sciarpa. Da novembre le sue creazioni saranno vendute all'Isetan a prezzi astronomici. Mi è venuto mal di testa. Un mio gesto sbagliato e la sciarpa si sarebbe macchiata, sgualcita o insudiciata, provocando le ire del mio benefattore. Ha detto che su di me donava di più il colore. Sarà. Ma per tornare a casa è stata un'impresa. Le strade di Koenji gremite di gente per la festa. Calibravo ogni passo perchè la sciarpa non volasse via o rimanesse impigliata da qualche parte in tutto quel trambusto. Forse potevo semplicemente metterla in borsa ma non avevo voglia di toglierla nonostante i 32 gradi delle nove di sera. E il signore? Ad un certo punto della festa si è congedato, con un'energica stretta di mano. E adesso? In questi casi qual è il comportamento adatto? Di certo non posso permettermi un regalo dello stesso valore per sdebitarmi. Ma nello stesso tempo non ci penso neppure a restituirla...La verità è che è diventata mia nel momento stesso in cui l'ho vista. Cambiare la mia vita per la sciarpa murasaki è il mio modo di ringraziare.

mercoledì 25 agosto 2010

Calura


Agosto è un mese proficuo. Anche se fa veramente troppo caldo. Le persone girano il mondo e raggiungono le mete agognate di tutta una vita. Si distribuiscono in paesi che non sono i loro e imparano a convivere con usi e costumi diversi. O si inchiodano sulle sedie a sdraio dei bagni privati sorseggiando una granita fresca per sopravvivere alla calura estiva. Io non ho fatto niente di tutto ciò e ho passato un agosto in compagnia della strada fumante. Trascinato da un capo all'altro della metropoli a benedire arrivi e a scandire parole gravi per suggelare partenze definitive. Tokyo gira continuamente e io cerco solamente di adeguarmi al suo ritmo. Tutto è estremamente temporaneo e intravedi la fine di qualcosa prima di cominciarlo. Mi siedo sempre nell'ultimo vagone del treno, ma inevitabilmente finisco per arrivare in anticipo agli appuntamenti. Il vortice è così forte che non ho tempo di pensare. E di affezionarmi a cose e persone. Tokyo consuma tutto il mio amore. Alimento l'asfalto con i miei passi secchi e veloci. Non esistono soste inaspettate e tutto è calcolato al secondo. Solo il miagolio dei gatti invisibili mi manda in tilt. Mi fermo e per la prima volta sondo l'ambiente che mi circonda. Può essere ovunque. Ma sono loro a salvarmi. Li inizio a cercare e tutta ha di nuovo un senso. Riscopro una quotidianità dimenticata e divento un ostacolo per gli altri passanti. Mi trovo nel giardino di Stella il giorno in cui Teppete è fuggito via.

martedì 17 agosto 2010

Saori è un'aliena (esiste solo il titolo)

Generare un racconto in una lingua straniera è impresa tutt'altro che scontata. Ho cominciato a scrivere il nucleo della storia in italiano, poi l'ho tradotto in giapponese. A quel punto ho tentato di sviluppare l'intreccio abbandonando la mia lingua madre, servendomi del repertorio di espressioni giapponesi a mia disposizione senza mediazioni con l'italiano. Notando che il risultato cominciava ad assomigliare troppo ad un libretto di istruzioni piuttosto che ad una storia, sono tornato sui miei passi e ho riabbracciato la mia penisola e la musicalità della sua lingua. Ancora una volta però subentrava il problema di come rendere le espressioni originali in italiano nei loro corrispettivi ideografici adeguati. E' sceso in campo l'inglese come lingua della mediazione fra due grammatiche inconciliabili. Nel formato di un dizionario cibernetico infallibile che mi è stato consigliato da un amico bulgaro. Il risultato è che per scrivere un racconto in giapponese sono costretto a passare per tre fasi di gestazione. Un vero e proprio parto se comparato alle tesine dell'università, infarcite di linguaggio tecnico e asettico e paradossalmente più semplici da completare (ci sono centinaia di libri a cui attingere in caso di mancata ispirazione ;( )Detto ciò ho solo un mese di tempo e 10000 spazi vuoti attendono impazienti di essere riempiti da ideogrammi dotati di un senso compiuto . Non voglio arrendermi... Ancora no...

lunedì 16 agosto 2010

Itabashi Art Museum "The secret box of letters"


E' un museo un po' fuori mano. Si abbandonano i grovigli di Ikebukuro e si aspetta un bus che tarda ad arrivare. Il sole è forte, abbagliante. I contorni dell'edificio restano nitidi contro il cielo azzurro. Creature fantastiche accolgono i visitatori all'ingresso e li conducono nel mondo della scatola magica. Esseri scaturiti da singole lettere alfabetiche. E' il capolavoro di una letteratura non scritta. Il colore e le immagini sopperiscono all'assenza di parole. Non guasta la ridondanza di materiale pubblicitario, locandine, carta da lettere raffiguranti i personaggi della storia. E' il progresso dei tempi che li rende famosi, senza tuttavia banalizzarli al ruolo di testimonial di un evento commerciale. Sopravvivono come esseri di un'epoca primordiale che esiste solo in alcuni libri per l'infanzia ormai perduti anche loro chissà dove. E' il trionfo dell'immaginazione di un vero artista. Nel mio paese preferito. E' un altro tassello di un destino che ci ha reso vicini. Bravo Philip

Doveva essere una sorta di post per pubblicizzare l'evento. Però l'esposizione è terminata ieri. Almeno a Tokyo. Continua a Nishinomiya, museo Otani

http://www.philip-giordano-pilipo.com/

giovedì 12 agosto 2010

Destinazione Kunitachi: Yuka leaves Tokyo at 10 a.m.

Destinazione Kunitachi: Yuka leaves Tokyo at 10 a.m.: "E Yukako è stata portata via dal presagio del tifone. E' partita in fretta rinunciando al pranzo di mezzogiorno. Avevo avvertito la sua preo..."

Yuka leaves Tokyo at 10 a.m.

E Yukako è stata portata via dal presagio del tifone. E' partita in fretta rinunciando al pranzo di mezzogiorno. Avevo avvertito la sua preoccupazione nella sala del karaoke la sera prima a Ueno. Non riuscivo a smettere di cantare. Ho dato fondo a tutte le mie energie. Ero sereno e il colore del cielo non mi turbava. Lei invece rimuginava sulla canzone che desiderava cantare ma che non osava proporre. E' arrivata all'improvviso a spezzare la catena di canzoni in inglese intonate dal sottoscritto e da Vivien, inebriata dalla sua prima volta in un karaoke giapponese. E' stata scelta con i mezzi digitali senza essere condivisa con gli altri partecipanti. Un'esecuzione impeccabile, una canzone triste. La sera prima della partenza si perdono le speranze per il giorno seguente. In viaggio fino a tardi senza neppure un libro da leggere. Mi considero fortunato ad alleviare le mie solitudini con la lettura. Certi viaggi sono troppo lunghi e dolorosi. E' un'amicizia che dura da 10 anni e viene vissuta a singhiozzo. Forse è per questo che si protrae così stabile nel tempo. Questa volta non ho pianto perchè è stato veramente troppo breve. Penso ai prossimi mesi senza di lei e immagino il nostro prossimo incontro. Ricco di novità e accompagnato da un sole luminoso, questa volta.