venerdì 4 maggio 2018

Senza nome

Questa sera ho sfidato il ballatoio. Un luogo di passaggio su cui non mai visto anima viva, fatta eccezione per un corvaccio nero una mattina grigia d'autunno e i miei vestiti svolazzanti al vento a mo' di spaventapasseri la domenica sera. Era troppo tempo che non mi sedevo all'aperto a scrivere. Anni, troppi per ricordare. Esisteva ancora quella poltrona che ora non c'è più, un mistero anche chi l'ha presa, fosse stata nuova, avrà avuto almeno dieci anni. E allora combatto con un luogo che di fatto mi appartiene perchè l'ultima porta è la mia e la casa è disegnata male, consentendomi di asciugare il bucato all'aperto senza intralciare il passaggio. Recentemente alcuni vicini stendono timidi i futon nelle giornate di sole e qualcuno la biancheria. Io ora sto usando il ballatoio per scrivere di una giornata che si colloca al di fuori dalla mia realtà quotidiana. Sembrava dovessimo trascorrere tutto il tempo in viaggio. Prima in treno in piedi, poi in autobus seduti bloccati dal traffico. Sembrava dovessimo essere in tre, ma siamo rimasti in due. Dovevamo vedere fiori, ci siamo lasciati rapire dal monte Fuji, sempre più vicino, sempre più imponente, non un albero o un arbusto a decorarlo. Figurarsi le piante. Suolo spoglio, lunare. Sembra provenire da un altro mondo. Rabbrividivamo ancora a rivederlo dopo tanto tempo. Dovevamo mangiare e invece abbiano saltato pranzo. Poi abbiamo smesso di programmare. Io ho abbandonato il mio nome e tutta un'esistenza per un giorno. Ho scrollato le spalle ed era scomparso tutto. Indolore, facile, ma temporaneo. Un dono di un dio che può cambiarti la vita se riesci a guardarlo negli occhi, altrimenti ti regala poche ore di oblio. Ero felice di non essere più me stesso e non volevo essere nessun altro. Camminavamo senza meta, ma, a un certo punto, la stazione è apparsa, fastidiosa come un dente cariato. La folla si è impossessata di noi e ci ha incanalato sul binario del treno. Un attimo è sembrato e già si vedeva la metropoli all'orizzonte. Non è bastata una pizza per ricordarmi chi ero: si era fatto tardi però e ho mostrato al tassista l'indirizzo scritto sulla mia carta di soggiorno. Arrivato, non ce l'ho fatta ad aprire la porta e mi sono seduto sotto questo angolo di stelle, il cellulare fra le mani a scrivere la mia keitai shosetsu più breve. Che non avrà un titolo, scritta in un non-luogo da una persona senza nome.

venerdì 23 marzo 2018

Destinazione Hangzhou

Domani è il grande giorno. La cerimonia per il conseguimento del dottorato. Il progetto che mi ha inseguito, soffocato, stritolato, motivato, cresciuto in questi cinque anni. Finito.

Dopodomani comincia un viaggio. Un' iniziativa personale che mi porterà sulle sponde di un lago che, come recita un proverbio cinese, è paragonabile al paradiso in terra per maestosità e bellezza.

Si parla il mandarino, che vado ad imparare. Una lingua che tentavo invano di imitare, complici le ordinazioni al cinese sotto casa- una costante nella mia vita-,  ma di cui ignoravo i suoni e le dinamiche; la lingua degli ideogrammi, che costituiscono da anni un'alternativa espressiva nel mio quotidiano.

Enrica Primiani, ti ricordo ancora sui banchi di scuola, impugnavi il romanzo "Shogun" e ne decantavi le prodezze, come io del resto mi sentivo rapito da "La Buona Terra", un libro che parlava di campagne lontane da qualche parte nella sconfinata Cina.

Questo paese che oggigiorno continua a crescere e ad alcuni fa un po' paura, io vorrei cercare di capirlo più a fondo.
 
E il modo migliore è raggiungerlo e studiarlo in prima persona. Tornare con un bagaglio pieno quando volutamente era vuoto alla partenza. Fare tesoro delle somiglianze fra la lingua giapponese e quella cinese per progredire più velocemente.

Poi chissà, imbattersi in  qualcosa di inaspettato... Comincia, lo sento nell'aria, qualcosa di nuovo...

Cercherò di documentare cosa accade dentro e fuori di me e di dare espressione a questo entusiasmo che mi contagia già da adesso, mentre sto preparando i bagagli ed i ciliegi alla finestra  salutano  benevoli la mia dipartita.



giovedì 25 gennaio 2018

Ricordami quanto era bello parlarci


Ricordami quanto era bello parlarci. Con il vento, con la pioggia, fradici e poveri in canna. In un’aula universitaria troppo grande perché ci potessero sentire bisbigliare, l’insegnante al microfono a sbraitare per l’intera lezione. In mezzo al mare mentre mi insegnavi la capriola o al telefono, i cui circuti connettevano solo se si impugnava la cornetta al contrario, io acrobata tu spettatore in differita di quello spettacolo circense al ricevitore. Erano sempre belle conversazioni. Portavano ogni volta in un luogo diverso. Una volta mi hai fatto vedere la Luna e poi mi ci hai abbandonato per due giorni. Non me lo meritavo, ma è stato un buon momento di riflettere. Chiacchierate sane e robuste come i rami di un albero rigoglioso. Volendo potevamo arrampicarci e saltare di fronda in fronda e anche immaginare di cadere. I pensieri erano due, quindi aumentavano le possibilità di trovare un appiglio e sopravvivere allo schianto. Comunque era sempre un morbido tappeto di foglie ad attutire la caduta. E poi ci veniva servito del tè. Qualche volta una pozione magica. Niente aveva un senso preciso, ma tutte le cose luccicavano intorno. Non so neppure bene se tu sia uno trino o nessuno, forse ti nascondi adducendo che sei solo un prodotto della mia immaginazione. So di certo che con te affrontavo meglio la vita. Vorrei ritrovarti, magari nelle pagine di un libro. O in una folata di tramontana.  Ricordami quanto era bello parlarci. Facendolo di nuovo.

domenica 14 gennaio 2018

Ancora Tokyo (chissà per quanto...)

Di solito salgo sul treno per andare al lavoro. Oggi lo prendo con un altro spirito. Munito di penna, di un biglietto giornaliero di un kit multiuso venduto in stazione e di una validissima compagnia mi accingo a sfidare Tokyo Metro, il polipo gigante i cui tentacoli affondano nella terra per centinaia di chilometri e definiscono una città nella città, altrettanto complessa e arzigogolata rispetto alla sua controparte nel mondo mappato.

 Le mie attese non sono deluse e mi calo completamente nell'avventura: oggi mi sento fortunato di abitare in una città che offre così tanto e quasi mi commuovo nel vedere che il gioco è convincente in tutte le sue parti. E così nell'arco della giornata mi cimento in origami, nel bingo su un treno in corsa e corro, salto mi spremo le meningi fra una stazione e l'altra della metro. Le prove le intervallo a piccole pause dove mi fermo a osservare zone della città che mai mi era capitato di bazzicare prima. Dopo molto tempo l’ho guardata negli occhi e ho pensato che alla fine non era così male. 

Per Tokyo non basta una vita ma neppure due corpi. Bisognerebbe triplicarsi  all’ora di pranzo per gestire la varietà dei menù dei ristoranti e avere quattro gambe per macinare le enormi distanze fra un posto di lavoro e l’altro. Oggi però mi ha fatto divertire e mi ha ricordato che niente va mai dato per scontato. Forse la nostra separazione è vicina, io lo sento, forse lo percepisce anche lei.

 E allora godiamoci la reciproca compagnia finché dura, mio grande, indecifrabile, luccicante groviglio!

giovedì 4 gennaio 2018

La mia scrivania

C’è sempre una prima volta. E doveva succedere nelle vacanze di Natale, reduce da un’influenza di quelle che mio zio in tono allarmante definisce “degenerative”, malattie pronte a trasformarsi in mali ben peggiori se trascurate– può essere fatale anche un’imprudente incursione nel pollaio per procurarsi le uova da cucinare per la frittata della cena. 16 gradi percepiti e il sole imponente nella valle come in estate non bastano a convincermi ad uscire. Mi crogiolo fra le pareti domestiche come non accadeva da anni.  Il pranzo è appena terminato: gnocchi al pesto fatti in casa. Agli altri i piatti, a me tocca il vassoio, mia madre ci tiene a dimostrarmi anche a tavola quanto sia gradito come ospite. Se mi fermassi, ci sarebbero gnocchi al pesto ogni giorno, ci sono chili di patate in soffitta che aspettano solo di essere sbucciate e impastate. Di pesto non ne mancherà mai, siamo in Liguria dopotutto. Rimani.
Mio padre, imperturbabile alla sceneggiata, si alza da tavola per il consueto riposino, un’abitudine che lo accompagna dai lunghi anni di turni notturni al lavoro. Con mia grande sopresa, però, invece di dirigersi come al solito verso la camera da letto, ripiega in sala, il luogo in cui solitamente ero io a sbrigare le mie faccende al computer dopo pranzo o anni prima dove facevo i compiti o studiavo. Sul letto il pomeriggio non riesce più a dormire- dice mia madre rassegnata, mentre mi affretto verso la sala per raccattare le mie cose e portarle in camera mia. Lo capisco perfettamente. Io alla scrivania della mia stanza non sono mai riuscito a scrivere un accidente. Entro timidamente e la osservo. Tutti questi anni e non un graffio la scalfisce, come nuova. Ebbene sì scrivo ma se mi chiedessero quale peso abbiano avuto nel mio lavoro la mia camera e la scrivania- gli spazi più intimi dove un adolescente lascia tracce, proietta desideri e frustrazioni, segna il territorio, non saprei cosa rispondere. Fuggivo da quella mobilia così perfetta per essere attratto dalle rotondità del divano o per andare a scarabocchiare sul tavolino vicino al telefono durante le interminabili conversazioni con Laura. E così è rimasta fino ad oggi questa scrivania, così scomoda quando ti ci siedi da assomigliare a un paio di scarpe la prima volta che le indossi. Sfido il me stesso di venti, quindici anni fa e scrivo in un luogo dove un tempo non credevo si potesse farlo. Se penso al mio minuscolo appartamento di Tokyo tutti gli eventuali problemi legati alla scomodità e alle dimensioni passano in secondo piano. Mi guardo intorno e penso che potrei farci anche la ruota in questa stanza. E poi ricordiamo che questo luogo non mi appartiene più. Forse non mi è appartenuto mai neppure in passato. L’essermici imbattuto in questa inconsueta settimana di vacanza passata a riposo forzato, l’averlo incontrato in questo soleggiato pomeriggio invernale, mi ha dato la possibilità di vederlo sotto una nuova luce. Sono ancora un po’ arrugginito: riesco comunque a battere i tasti del computer, consapevole di aver superato un altro dei limiti che la vita ci impone, spesso senza darci la possibilità di ribattere o di chiederci il perché.
Scriverò dove mi va e tenterò di farlo anche dove apparentemente non mi va. Chissà che un giorno non ne emerga qualche storia che altrove non avrei potuto scrivere.


mercoledì 4 ottobre 2017

Proprio davanti all'emporio c'era una panchina


È incredibile quanto parlassero. Ogni sera così. Fitto fitto e ridevano o si disperavano, insieme. Su quella panchina abusiva di pietra levigata che sporgeva sgraziata dal muro della casa. O su qualche sedia raccattata nel soggiorno di una o dell’altra comare presenti. Tutte puntuali sul far della  sera. Il rosario appeso al collo o stretto in una mano, una preghiera inframmezzata da una storia o da un pettegolezzo, sempre in penitenza. Gli occhi indiscreti di un bambino che le scrutava pieno di curiosità. Potevano essere delle streghe o delle fate un po’ datate. Difficilmente definirle regine o principesse per via dei vestiti dozzinali che le infagottavano e i volti rovinati dalle rughe e dal duro lavoro nei campi. Contadine alla ricerca di un salotto all’aria aperta. Tutte le sere c’era una novità da celebrare, un ospite da accogliere, un defunto da compiangere. Le chiavi del negozio sfilate nel sonno al suo proprietario per aprire i battenti dell’emporio che garantiva per tutte  gazzose e biscotti a volontà. Le mie orecchie a quell’età ascoltavano avide quelle parole in dialetto ma i suoni non si materializzavano in significati comprensibili, bensì in nenie e cantilene che appartenevano ad altri tempi. In quel crocchio non si trovavano né grazia né bellezza come le definiremo oggi. Cos’era allora che mi spingeva a rinunciare ai miei giochi per andare a sentirle chiacchierare alla fioca luce di una candela? Cosa mi portava a invadere quello spazio e aggrapparmi alle gonne di mia nonna, la più silenziosa, mentre la comare più anziana prorompeva in un tronfio soliloquio? Alle porte dell’autunno un’ immagine proveniente da un’estate lontana di trent’anni fa chiude la stagione calda, lasciando spazio a delle riflessioni che da bambino non ho potuto fare. Mi sforzo di ricordare cosa succedeva dopo. Che cosa seguiva le chiacchiere. Il momento di rientrare a casa e ritornare al ruolo di mogli devote. Avrei voluto che un giorno la magia ci inondasse tutti. Bambini compresi, se presenti. Per una notte non sarebbe stato necessario chiudere la porta di casa a doppia mandata e tutti i presenti avrebbero potuto continuare a sognare sotto un mare di stelle.