mercoledì 20 novembre 2019

Di dintorni e di casa

Il comune della mia città di adozione ha deciso un bel giorno di fare dei lavori sul sentiero alberato pedonale che si snoda da casa fino al fiume M., luogo turistico rinomato per i ciliegi. Il sentiero di per sè non è conosciuto anche se offre a mio parere una delle passeggiate più suggestive dell’intera metropoli. Costeggiata da templi e parchi, protetta da una folta vegetazione tra cui spiccano delle piante di ciliegio della metà del secolo scorso, arricchita da spazi di ristoro e siesta, ad attraversarla non sembra neppure di essere a Tokyo. Ho scelto di abitare qui nonostante l’appartamento dove vivo abbia la pianta trapezoidale, tutt’altro che funzionale. A stento la lavatrice è entrata nell’alloggio dedicato, il frigorifero si apre di sbieco e ci sono spigoli inutilizzati dappertutto: una stanza con i bernoccoli. Fuori è così bello però che, quando mi sveglio, mi affaccio alla finestra e ad aspettarmi c’è la certezza che, nonostante mi trovi in città, possa momentaneamente dimenticarmene. Almeno fino a ieri, quando dal ritorno dal lavoro, l’ho trovato tutto transennato da reti metalliche verde fosforescente che lo percorrono a perdita d’occhio. Inaccessibile, nello spiazzo che si apre nel suo ultimo tratto, anch’esso recintato, il coniglio e la rana dondolo in plastica che hanno accompagnato le mie scorribande notturne degli ultimi anni- ci radunavamo lì sul loro dorso con Kira e Philip a meditare sulla giornata appena trascorsa- mi guardano imploranti perché probabilmente saranno sostituiti da qualche sgorbio di quelli che vanno di moda adesso. La fine dei lavori è prevista per fine marzo, deduco quindi che almeno i ciliegi ne risulteranno indenni per mostrare la chioma fiorita di inizio primavera. Oggi ho notato che parte dello stabile dove abito è stato dotato di una protezione isolante per -immagino- attutire i rumori dei lavori (chi si aspettava che sarebbero stati rumorosi?), poi a infittire il mistero, hanno installato una strana corda sul ballatoio sopra la mia camera che sembra collegare il terzo piano alle colonne portanti che sostengono la struttura. Che mi sia perso qualcosa di importante, qualcosa che potrebbe minare non solo il sapore dei miei mattini, la visuale ostruita da  fastidiose impalcature metalliche, ma anche il mio spazio vitale, ritagliato miracolosamente in questo appezzamento di verde?
 Rimanete sintonizzati, magari domani si aggiunge un altro pezzo a questo rompicapo…






venerdì 27 settembre 2019

La cartolina



La cartolina

Naoko sollevò il ricevitore. Il filo si snodava in aria e lei se lo avvolgeva alle dita per poi abbandonarlo di scatto. L’apparecchio era di quelli analogici, con i tasti tutti impolverati: difficile dire quand’era stata la sua ultima telefonata. Aiutandosi con il pollice e l’indice sfogliava un’agenda alla ricerca di un numero.  C’era stato un giorno di tanti anni prima in cui lo  aveva annotato sul retro di un quaderno all’università, per poi ricopiarlo con accuratezza la sera stessa a casa, sull’agendina nuova di zecca. Andava fiera di quella conquista: Kotaro, un contatto, una vittoria, un passo avanti nel costruirsi una vita.
Ora, dopo quindici anni e dieci chili in più, in quel soggiorno comunicante con la cucina che si impadroniva con i suoi aromi di tutte le stanze, faticava a reggersi in piedi, anche solo per fare una telefonata. Non aveva ancora mangiato: la spesa le arrivava con il corriere. Selezionava per lo più cibi precotti, ma, il giorno prima, presa da un’insolita esuberanza, aveva deciso di cucinare il riso al curry. Patate, carote, cipolle, dado al curry, tutto le era stato consegnato puntuale davanti alla porta di casa, sul pianerottolo. Anche la posta, seppellita sotto tutto il resto. Bollette, raccolte punti, la pubblicità della  nuova palestra. A sorpresa, una cartolina. Ci mise un po’ a capire che proveniva da Yakushima, l’isola dei cedri millenari, il luogo che avrebbe sempre voluto visitare. Il cuore prese a palpitarle all’impazzata. La voltò per scoprire che non era un errore, era destinata proprio a lei, per di più firmata Kotaro. 
Digitò quindi i tasti del telefono tenendo contemporaneamente premuto il pulsante reset: la chiamata, così, non sarebbe mai partita. Poi compose lentamente il numero, un sospiro per ciascuna pressione. Sperava che non rispondesse nessuno. E così fu. Agganciò la cornetta al ricevitore e, sollevata, si avviò verso il divano, sprofondandoci sopra con un tonfo. Afferrò il telecomando: scottava. I raggi del sole filtravano con prepotenza dalla finestra e inondavano di luce il divano. Accese la tv, ma il suo sguardo era rimasto ancorato al telefono, almeno fino a quando non si accorse che sul teleschermo erano trasmesse le immagini di Yakushima in preda a uno dei suoi violenti tifoni: un traghetto non era partito e quello che si trovava già in mare era stato travolto dalle onde. Si registrava un rilevante numero di feriti. Lo sguardo di Naoko era fisso sulla superficie increspata del mare in tempesta: le immagini del disastro però, a un certo punto, erano state interrotte da un intermezzo pubblicitario. Ne aveva approfittato per rialzarsi: si sentiva euforica e si era librata con un’insolita leggerezza verso la cucina per bollire le verdure per il curry e stappare una bottiglia di vino. Accartocciò la cartolina e la buttò nel cestino per poi concedersi nuovamente alle devastanti immagini che occupavano lo schermo e sembravano propagarsi anche oltre, perché quello dove si trovava non era più un soggiorno ma l’oceano in tempesta e il suo non un divano bensì una scialuppa di salvataggio pronta a solcarlo. Di Kotaro lì intorno, però, nessuna traccia.  







lunedì 15 luglio 2019

Questioni di uniforme

Sono seduto al binario assetato. Mi alzo e mi accingo a prendere una bibita al distributore automatico. Mi precede una liceale in uniforme: non è giapponese, lo rivelano il colorito e le forme abbondanti, che tuttavia riescono con successo a sposarsi con il succinto abito previsto dall'etichetta della scuola che frequenta.
Il fascino che il multiculturalismo esercita in un paese come il Giappone, per di più quando ci si trova in un lembo dimenticato della periferia della metropoli ha il sopravvento e guida le mie osservazioni successive. Questo paese sta cambiando: per strada, nei negozi, in alcune attività mai come da dieci anni a questa parte la presenza straniera si percepisce ed è in costante aumento. Sarà l'avvicinarsi delle Olimpiadi, sarà la necessità di sopperire all'invecchiamento della popolazione e al calo delle nascite. 
Anche il Giappone sta affrontando a suo modo il problema dei flussi migratori e nonostante il mio visto in tutto questo tempo sia rinnovato su base annuale queste considerazioni mi rendono per un istante fiducioso e propositivo. Fino a quando non vedo sfrecciare una ragazza giapponese; indossa la stessa uniforme dell'altra e con il suo incedere spedito fa svolazzare la gonna della compagna intenta a scegliere la bevanda preferita. Paiono quasi sfiorarsi nonostante siano incuranti l'una dell'altra. La giapponese sembra rincorra qualcosa o qualcuno ma non ci sono nè persone nè treni in arrivo a breve sul binario; l'altra assetata stappa la bottiglietta e beve un lungo sorso per poi scansarsi e farmi spazio davanti alla macchinetta. Forse sono compagne, forse si incrociano solo nei corridoi: indossare la stessa uniforme tuttavia non è una ragione valida per parlarsi o anche solo salutarsi se si incontrano su un binario deserto in un caldo pomeriggio di inizio d'estate e uno straniero si trova malauguratamente ad osservarle. La giapponese sembra nata in uniforme e difficilmente riesco a immaginare un look che le si addica maggiormente; la straniera, da parte sua, sembra la rappresentazione della regola nata per essere infranta, la sua presenza borderline accettata in qualità di un’espressione allargata del concetto di armonia collettiva. 
Mi sento sollevato perchè tutto torna anche se non si parlano. Poi alzo lo sguardo in direzione del binario opposto al mio. Nel mio spazio visivo campeggia l’unica figura in attesa del treno. È una ragazza obesa giapponese, in uniforme. A lei non avevo ancora pensato ed ecco che, come un soffio di vento è capace di scompaginare un castello di carte così il suo peso ingombrante si abbatte sulle mie osservazioni convincendomi ancora una volta a cambiare prospettiva. Sposto la mia attenzione dal problema dell’integrazione razziale a quello più generale che riguarda la libertà individuale nell’interazione con la società. L’uniforme e quelle dimensioni corrispondono ad un’umiliazione quotidiana: dimagrire non è così facile se alla base dell’obesità c’è un problema che va al di là delle cattive abitudini alimentari. Che opzioni le restano per evitare il supplizio giornaliero del confronto? 
La stessa uniforme indossata da persone diverse incarna tre istanze che fanno a pugni l’una con l’altra: la volontà di integrazione, il desiderio di anonimità, la necessità di uniformarsi costi quel che costi. Ma ecco dalle scale mobili spuntare un’altra ragazza. Anche lei indossa un’uniforme. Di un’altra scuola però. Con tutti quei pensieri in testa, tuttavia, il problema delle caste ancora non l’avevo considerato.

mercoledì 29 maggio 2019

Uno sconosciuto (prima parte)

Scappo appena posso. Mi infilo sul primo treno il lunedì e controllo la destinazione quando sono  già partito. A un’ ora da Tokyo si intravedono finalmente le prime distese verdi. Comincio a respirare a pieni polmoni e già pregusto il momento della discesa. Non ci sarà nessuno ad aspettarmi in stazione, ma del resto in questo giorno della settimana, tutti (o quasi) lavorano. Lascio il mio essere socievole in città e abbraccio l’appagamento del silenzio. Poi nel tardo pomeriggio mi avvio rassegnato verso casa, torno al frastuono della città.

Questo lunedì, però, le azalee non volevano lasciarmi andare. Avviluppato in una stretta che sapeva di fragranze primaverili, avida come una madre alla ricerca dell’affetto del figlio perduto, moltiplicata per il numero dei fiori e ipnotica come solo il rosa può sortire questo effetto su di me, stentavo a dirgli addio. Quando ho sentito l’ultimo bus passare, era ormai troppo tardi. Il giaciglio che avevo avvistato fra i rami era quello di un orso che difficilmente mi avrebbe ceduto il posto per la notte e che a breve con il favore del tramonto sarebbe tornato a reclamarlo. La calura del pomeriggio cedeva il passo all’aria frizzantina della sera; gli unici che anelavano alla mia presenza in quel luogo erano loro: i fiori. Consapevoli della durata esigua della loro vita, desideravano che qualcuno fosse lì con loro, li ammirasse e immortalasse la loro bellezza in un’istantanea da riprodurre sugli schermi della città per ritardare il loro decadimento. In quel momento senza tempo si era manifestato un portale che, se attraversato, avrebbe permesso un’incursione spregiudicata verso una nuova dimensione dove non c’ero nè io, nè le azalee, nè orsi o tantomeno prati verdi di contorno. Si è però inserito un ricordo proveniente dal passato, fulmineo e tempestivo a dissuadermi dall’avventurarmi oltre in quello stadio fluttuante e tentatore ma potenzialmente fatale per la mia esistenza di essere umano.


Era stato un diavolo o un dio a parlarmi?

Anche quel giorno del 2007 ci eravamo inerpicati su una collina del Kyushu a Beppu, la città degli inferni e delle terme alla ricerca di un bagno all’aperto da condividere io uomo, lei donna abbandonando le retoriche religiose e sessuali per concederci il meritato riposo e una comprensione incondizionata che esulasse da tutti i preconcetti che ci portavamo nello zaino e di cui erano intrisi i nostri vestiti e i nostri cervelli. Nudi e crudi, insieme. È stato un disastro, ma non per colpa nostra. Ci sentivamo osservati e il fondo era fangoso, ci muovevamo a tentoni nella vasca per paura di cadere provocando il tonfo che avrebbe reso la nostra presenza ancora più ingombrante. Siamo fuggiti goffi e sbigottiti; veloci nei rispettivi spogliatoi, una doccia veloce grattandoci via il fango dal corpo e infilandoci i vestiti estivi ancora bagnati, sconfitti abbiamo abbandonato il luogo senza guardarci indietro neppure una volta. La strada sembrava più lunga del percorso in salita, i nostri passi pesanti di una colpa che ci tormentava nonostante non l’avessimo commessa. Poi è stata la mia compagna di viaggio a cedere o a vincere forse, spezzando quel supplizio: si è seduta sull’asfalto e ha dichiarato che per forza doveva arrivare qualcuno a risolvere quella situazione e che lei l’avrebbe aspettato lì, non aveva fretta. Fermarsi quanto basta per opporsi al movimento continuo che ci vuole ingranaggi devoti al circuito dell’esistenza. Annichilire e diventare qualcos’altro. Non ci permetteranno di vincere l’illusione che ci vede protagonisti della realtà. Infatti come per magia è comparsa sulla carreggiata una macchina che si è fermata per caricarci e rimetterci in pista.

giovedì 27 dicembre 2018

Anche le case sono importanti

Chi mi conosce lo sa: minimalista in fatto di case. Potrebbe vivere in una stanza minuscola che dà su un oscuro ballatoio con le grate alla finestra. Fatto! O in un angusto appartamento dove si dorme su un soppalco pubblicizzato come “loft”, con un solo fuoco per cucinare, esclusivamente perchè gli piace la zona... Fatto! Quando si vive a Tokyo, bisogna scendere a compromesso con i formicai. E dividere lo spazio- esiguo- con le altre formichine. 
Chi mi conosce lo sa: niente fronzoli nell’arredamento. Frugalità, la vita sta fuori dalle quattro mura, un letto comodo, una scrivania, la libreria, la cucina-posso momentaneamente dimenticarla- fa parte di un altro sogno, perso in stand-by da qualche parte nella mia testa.
 Chi mi conosce lo sa: esiste anche una preistoria trascorsa negli eleganti salotti torinesi, in un appartamento nella via più ambita, un politico come dirimpettaio e il custode a controllare l’andirivieni nel palazzo d’epoca. Il peso della storia era tale da legare il mio destino a quello dei passati inquilini che ne abitavano le stanze. Un incartapecorimento precoce da cui ho dovuto sottrarmi, pena una dipartita anticipata da questo mondo e da tutte le sue abitazioni. 
Chi mi conosce non lo sa ma in questi giorni sto riflettendo sul significato di avere una casa. Non in termini di possesso ma di affinità coabitativa. Io la abito , lei si accende come una lampadina perchè si sente connessa al cuore mobile che la scuote dal torpore e dall’usura che altrimenti la visiterebbero inesorabili. Un luogo che mi culli e mi protegga mentre scrivo, un luogo che forse esisteva già ma di cui all’epoca eludevo gli inviti a fermarmi e che adesso non mi appartiene più. 

Una casa che vive ancora in un libro illustrato e che attende, forse, di essere creata dalle fondamenta in un luogo che ancora non conosco. Niente di più difficile come impresa, ma è la scrittura a guidarmi come un radar in questa dura e incessante ricerca che verrà.

sabato 22 dicembre 2018

Una storia in embrione

Continuo le mie passeggiate ogni giorno. Armato di una storia in embrione come se fosse un rametto di legno per liberarmi il passaggio . 
Lo stesso percorso che si snoda da casa alla cava. Mi aspetta un momento contemplativo, lassù in cima allo spuntone di rocce che si apre sulla valle. Mi illudo sempre di essere solo, ma qualcuno mi osserva. Gli animali del bosco, i rumorosi cani del vicinato che non smettono di abbaiare finché la mia sagoma scompare alla loro vista. Oggi ho addirittura incontrato un cacciatore che impugnava un fucile e tornava a mani vuote accompagnato dal suo fedele segugio. Sarei dovuto essere altrove ma ho rimandato i miei impegni per ripetere la passeggiata. C’è qualcosa di sacro nell’affrontare questo percorso quotidianamente. È come una promessa che mi lega a questi luoghi. Vienici a visitare e fra questi arbusti, le foglie sulla strada dismessa, la vista della cava e quant’altro ti si para davanti troverai quello che cerchi. C’è una relazione fra questo rituale e l’evoluzione della storia che abiterà questi luoghi. O forse la storia diventerà qualcosa che ancora non so. Per ora l’unica soluzione plausibile è continuare a camminare. 


venerdì 21 dicembre 2018

Alla ricerca della strega


Ero tornato a casa dopo lungo tempo e cercavo un sentiero ancora inesplorato. Chi torna nel luogo dove ha trascorso l'infanzia desidera ripercorrere sentieri battuti per ricordare qualcosa. Non era questo il mio intento: la mia era una sfida ai dintorni perché mi mostrassero qualcosa di nuovo, qualcosa che potesse distrarmi dal peso di quelle giornate vissute fra obblighi familiari, ansia per la condizione dell’attività di famiglia e avvilente presa di coscienza che il tempo scorreva inesorabile in questo emisfero.
 Mi ero quindi avventurato lungo una strada dove da piccoli ci portavano ma alla quale,arrivati ad un certo punto, si svoltava indietro e non ricordo neanche il perché. 
Anche quando non c'erano gli adulti ed eravamo solo noi bambini, era diventata una costante interrompere la passeggiata e tornare da dove si era venuti. 
Accadeva così perché forse nessuno ci aveva mai svelato il motivo di quell’abitudine perentoria e consolidata: se avessero raccontato che oltre a quel punto viveva una strega o peggio ancora, c'era stato un omicidio, la curiosità- almeno nel mio caso- mi avrebbe indotto senz'altro a spingermi  oltre. A vedere cos’altro c’era.
 Un desiderio che nasceva dall'impossibilita di accettare l’ amara realtà che altro, in quel luogo-ahimè -non c'era.

E così oggi, a distanza di tempo, sono qui, a passi pesanti marco il mio cammino e non torno indietro. Sono  alla ricerca di una strega che allevi le mie pene odierne con una pozione miracolosa. O perché no, con un veleno leggero.