mercoledì 4 ottobre 2017

Proprio davanti all'emporio c'era una panchina


È incredibile quanto parlassero. Ogni sera così. Fitto fitto e ridevano o si disperavano, insieme. Su quella panchina abusiva di pietra levigata che sporgeva sgraziata dal muro della casa. O su qualche sedia raccattata nel soggiorno di una o dell’altra comare presenti. Tutte puntuali sul far della  sera. Il rosario appeso al collo o stretto in una mano, una preghiera inframmezzata da una storia o da un pettegolezzo, sempre in penitenza. Gli occhi indiscreti di un bambino che le scrutava pieno di curiosità. Potevano essere delle streghe o delle fate un po’ datate. Difficilmente definirle regine o principesse per via dei vestiti dozzinali che le infagottavano e i volti rovinati dalle rughe e dal duro lavoro nei campi. Contadine alla ricerca di un salotto all’aria aperta. Tutte le sere c’era una novità da celebrare, un ospite da accogliere, un defunto da compiangere. Le chiavi del negozio sfilate nel sonno al suo proprietario per aprire i battenti dell’emporio che garantiva per tutte  gazzose e biscotti a volontà. Le mie orecchie a quell’età ascoltavano avide quelle parole in dialetto ma i suoni non si materializzavano in significati comprensibili, bensì in nenie e cantilene che appartenevano ad altri tempi. In quel crocchio non si trovavano né grazia né bellezza come le definiremo oggi. Cos’era allora che mi spingeva a rinunciare ai miei giochi per andare a sentirle chiacchierare alla fioca luce di una candela? Cosa mi portava a invadere quello spazio e aggrapparmi alle gonne di mia nonna, la più silenziosa, mentre la comare più anziana prorompeva in un tronfio soliloquio? Alle porte dell’autunno un’ immagine proveniente da un’estate lontana di trent’anni fa chiude la stagione calda, lasciando spazio a delle riflessioni che da bambino non ho potuto fare. Mi sforzo di ricordare cosa succedeva dopo. Che cosa seguiva le chiacchiere. Il momento di rientrare a casa e ritornare al ruolo di mogli devote. Avrei voluto che un giorno la magia ci inondasse tutti. Bambini compresi, se presenti. Per una notte non sarebbe stato necessario chiudere la porta di casa a doppia mandata e tutti i presenti avrebbero potuto continuare a sognare sotto un mare di stelle.

lunedì 18 settembre 2017

Pensilina paradiso

Quando il viaggio sta per finire non demordo e continuo a viaggiare. Sono andato a comprare la carne macinata e il formaggio di soia, poi siamo stati colti di sorpresa dalla pioggia. Non ero da solo nel momento in cui mi sono rifugiato sotto la pensilina dell'autobus. Mi sarei voluto appoggiare, per un attimo cedere alla morbidezza che avevo assaporato fino alla mattina stessa, poi ho ripiegato per il pilastro in metallo del gabbiotto. Al riparo mi chiedevo come si chiamasse il luogo dove mi trovavo. Le parole che alcuni anni fa fluivano naturali da un po' di tempo a questa parte si stanno incastrando chissà dove nel mio cervello, abbinate a caratteri ideografici come nel gioco delle coppie. Per recuperarle mi viene in aiuto il giapponese, altre volte invece per riscattarmi dall'imbarazzo che un insegnante di italiano prova dimenticando la lingua che insegna, devo aspettare di sedermi a scrivere. In quel frangente però avevo il tempo dalla mia parte. L'attesa vissuta come espediente per pensare, non come schizofrenico vuoto da sopprimere. Speravo l'autobus non arrivasse mai. E poi le persone intorno con i loro discorsi. Tutti stipati là sotto a conversare piacevolmente. Un'oasi di pace con un nome che non riuscivo a ricordare. Forse avrei potuto battezzarla diversamente per suggellare quell'esperienza. Mi sono piovute in testa tre gocce e istintivamente per schivarle mi sono spostato. I confini tra le persone sono morbidi, ho pensato mentre zigzagavo nel risicato spazio libero. Ho avuto nostalgia dell'Italia prima ancora di essere partito. L'ultima tappa del viaggio, pensavo ingenuamente e invece ho realizzato di essermi fermato dopo tanto tempo solo nelle settimane appena trascorse. Prossimamente mi avrebbe aspettato la rituale traversata oceanica e un tofu piccante certamente più gustoso di quello che avrei cucinato oggi. Una magra consolazione. I pensieri si sono interrotti all'arrivo del bus e, finalmente, la parola che cercavo ha fatto capolino sulla punta della lingua. Ho fatto la linguaccia all'autista per farla uscire e proferirla come un neonato alla prima invocazione: "Pensilina". Paradiso. Sollievo perchè la mia testa funzionava ancora, le sinapsi al lavoro per stabilire nuove connessioni per parole in disuso.












venerdì 4 agosto 2017

Signorina ridicola

Un giorno di questi, mi  rifugio dalla calura nella sala insegnanti dell'università Y. Non si tratta di una pausa; in realtà ho del lavoro da sbrigare e prima di varcare la soglia della stanza pregusto la comodità delle poltroncine e l'aria condizionata modulata alla temperatura esterna in modo impeccabile che caratterizzano quel luogo. Mi accoglie una tromba umana che riecheggia in tutti gli angoli della stanza: l'altra faccia della comodità, i confort ci rendono poltroni e qualcuno ha pensato bene di schiacciare un rumoroso pisolino. Niente di nuovo fin qui: sfodero le mie cuffie e mi isolo nella musica che, nonostante rubi parte della mia concentrazione, dall'altra è preferibile agli assoli monotoni del mio compagno di stanza. Dopo pochi minuti entra una signorina sottile come una foglia. Non faccio in tempo a focalizzarla, che sparisce dietro al paravento che separa le diverse postazioni della sala. Se le associassi una voce potrebbe squittire o cinguettare, aveva qualcosa di leggiadro e nello stesso tempo movenze sfuggenti, tant'è che non riuscivo neppure più a localizzarla nella stanza. A quel punto, non mi sono più curato di chi ci fosse lì e di cosa facesse  e sono piombato nel lavoro per una buona mezz'ora. Al termine della quale aleggia dall'alto un foglietto di carta, lanciato con tale dovizia da planare sulla tastiera del mio computer dolce e innocuo. Ha tutta l'aria di una lettera d'amore. Lo spiego fra le mani e per un attimo vengo stregato dall'accuratezza dei caratteri. Chi l'aveva scritto possedeva mani da fata e il potere di dissimulare il contenuto sgradito del messaggio con l'abilità nel vergare i caratteri. "Il suono da lei emesso è percepibile nella stanza. Questa sua mancanza è un comportamento contrario alle regole di pacifica convivenza",  recitava il foglietto. La distonia fra forma e contenuto genera un attrito tale che per poco non è  in grado di farmi capitolare dalla sedia.  Una sferzata fredda, precisa e impeccabile come quella inferta  da una lama spietata e calcolatrice ma altrettanto elegante e solenne.
Istintivamente spengo le cuffie e sono pronto a scusarmi, ma vengo bloccato dal persistente russare del nostro collega che continua imperterrito la ronfata di un'ora prima. Mi chiedo perchè la signorina ritenga fastidioso il suono proveniente dalle cuffie e giustifichi invece l'umiliante performance del nostro collega. Decido quindi di vendicarmi e, istantaneamente, porgo il foglietto alla donna che già si stava dirigendo spedita verso l'uscita, stoccata e fuga.
"Grazie del messaggio, ma purtroppo non riesco a leggere il contenuto, capisco il giapponese ma non so leggere gli ideogrammi". Smaccata bugia, dolente bugia. Per un attimo cancello dalla mia vita tutto il tempo trascorso vergando caratteri cinesi e gli sforzi che ho fatto per diventare  uno straniero rispettoso delle tradizioni e delle abitudini del paese in cui vivo.  Del resto  in Giappone, molti insegnanti universitari provenienti da Occidente, non conoscono la lingua e non fanno il minimo sforzo per impararla. Allineato alla media, attendo che dispensi a viva voce la lieta novella.


"Il suono da lei emesso è percepibile nella stanza. Questa sua mancanza è un comportamento contrario alle regole di pacifica convivenza". Non si tira indietro, è convinta di quello che ha scritto e lo ripete, nonostante stia contravvenendo alla sua stessa regola. In più il messaggio sembra destinato  al nostro caro collega, il cui sonno pesante è stato miracolosamente interrotto dalla leggiadra incursione sonora al femminile nella stanza.

Sono vincitore su entrambi i fronti e posso nuovamente concentrarmi sul mio lavoro, mentre dietro di me sento chiudere la porta un pochino più forte rispetto a quanto non si addica al tocco vellutato di una geisha giapponese. 

Di necessità si scrive


C'erano tutti i presupposti ad eccezione della calura, proibitivo stare all'aperto oggi. Modalità esplorativa attivata, la confidenza di trovare un buon posto dove scrivere in città. Prima di cominciare un buon pranzetto per placare eventuali languorini che potevano disturbare il flusso delle mie elucubrazioni creative. Un'unica scadenza da rispettare: la lezione di cinese delle sei di sera a Shibuya. Nei giorni di vacanza non mi piace spostarmi in treno, quindi ho optato per quella destinazione in modo da ridurre al minimo l'uso della metro. Una volta arrivato, ho deciso di trastullarmi nelle comodità della metropoli e ho seguito la scia di aria condizionata che mi ha guidato in direzione del grattacielo/contenitore Hikarie, dove i sogni si concretizzano nelle forme più disparate: dai sandwich alle fragole, agli smalti per i cammelli. La materialità del luogo schiaccia inesorabile il flusso del pensiero veicolato alla sua realizzazione immediata e riconoscibile. Non ci sono sorprese ad eccezione di quelle impacchettate dalle commesse indaffarate. 

Si fa la fila per un drink al secondo piano come all'undicesimo, ma forse un alcolico mi aiuterà a ristabilirmi su una frequenza accettabile per cominciare a scrivere. E rimane anche la musica nelle orecchie, anche se il frastuono circostante é tale da svuotare parzialmente i suoni, rendendoli più vicini a dei rumori familiari. Mentre sorseggio un cocktail annacquato sopra la mia testa si agitano i venti artificiali comandati a distanza perchè si dirottino contro di me e mi spingano a velocizzare il consumo della bevanda e ad andarmene che il cliente successivo è già in agguato. Ci sto meno di mezz'ora, poi sono forzato ad alzarmi e ad approdare ad altri lidi.

Ora scrivo da una postazione provvisoria proprio vicino ai cessi e agli ascensori. Un posto dove non si sosta volentieri, ma almeno la temperatura è umana. Conto cinquanta persone in poco più di cinque minuti. Poi getto la spugna. Ci sono giorni che non sono fatti per scrivere. Un po' come le date  del calendario buddista dove è sconsigliato costruire o avviare un'attività. Questa giornata non deve passare inascoltata però, così decido di intrattenermi ancora un po' nel viavai delle persone e degli effluvi delle toilette che caratterizzano il settimo piano di Hikarie.

Di necessità si scrive.

venerdì 14 luglio 2017

Oserei chiamarti Snupina

Sui resti di una costruzione millenaria cammino a stenti guardando il vuoto intorno. 

Non c'è nulla a cui possa aggrapparmi per sfuggire al senso di vertigine che mi irrigidisce le gambe. Da piccolo invocavo i crepacci, i burroni e tu mi accontentavi riproducendoli su carta come meglio potevi. Era tutto bidimensionale, ma io ci mettevo l'immaginazione. C'era qualcosa di inconciliabile fra il desiderio di maternità precoce di una bambina che si materializzava nelle culle disseminate tra quelle pagine innocenti e la mia attrazione per le cadute libere in fosse aguzze piene di serpenti velenosi e dinosauri. Gli episodi, però, arrivavano puntuali e passavi interi pomeriggi a disegnare, strappare, rifare assecondando i miei capricci di incapace a superare lo scoglio della prima pagina. Sei tu la fumettista mancata della famiglia. Poi è arrivato il sangue a separarci. Raggrumato si è trasformato in una parete invalicabile. Le stanze da letto sono diventate due e ci siamo persi nei meandri della vita. Tu in Svezia, io in Germania, tornati pieni di interrogativi in differita. Parentesi canine e feline, tu mare, io montagna non esisteva tregua né riconciliazione. Chi l'avrebbe detto che ti avrei ritrovato grazie allo zampino di chi, da dietro la cattedra della scuola media che abbiamo frequentato, aveva sortito un incantesimo a lungo termine. Una magia che avrebbe trovato la sua realizzazione a distanza di anni, nella cornice  incantata e  allo stesso tempo terrificante della Grande Muraglia.

Sui resti di una costruzione millenaria cammino a stenti guardando il vuoto intorno. 

Vinco la mia paura più grande: quella di stringerti la mano. In un attimo tutti i miei pensieri distorti , le rotture e le incomprensioni si ridimensionano e si dissolvono come sabbia sui nostri passi, calibrati lenti su una voragine che si spalanca, ma che con te non mi fa più così più paura.

Oggi oserei chiamarti Snupina, cara mia amata sorella!


martedì 4 luglio 2017

Non ci sarà ortaggio che tenga

Un giorno quando sei stanco e ti fermi alla farmacia per ingurgitare una posizione disgustosa che non ti renderà invincibile nè ti trasformerà in un supereroe, ma servirà solo a affievolire quel senso di spossatezza che arriva il fine settimana che non è fine settimana perché il lavoro continua e bisogna cavalcare l'onda finché è alta.
Un pomeriggio che è già troppo breve perché - ti ricordi- devi anche fare la spesa, spedire le venti bottiglie di acqua a casa e calcolare l'arrivo del fattorino con la tua presenza davanti al portone, perché ci sono anche i kiwi e, se la consegna non va a buon fine, la frutta marcisce.
Poi ti siedi un attimo e per farlo scegli di salire fino al ventiseiesimo piano della Torre Carota, perchè un po’ ti piace la sensazione di avere un briciolo di tempo da perdere prima di cominciare il lavoro successivo. E allora sali, sali, di piano in piano, fino in cima. Ti guardi intorno e vedi che mille altre persone hanno avuto la tua stessa idea. Smarrito valuti di rifugiarti nell' ascensore che ti sputerà al piano sotterraneo nel supermercato gelido a quell’ora con un campionario di pesce invidiabile in esposizione e i carrelli, i punti spesa e le commesse in fibrillazione.

Alla fine, quando stai per darti pervinto, ti soccorre uno sguardo amico e la sua mano ti porge una sedia. Nei suoi occhi vedi un'Italia antica, congedatasi dal vecchio continente per raggiungere nuovi lidi e sopravvissuta a due generazioni genuina, autentica proprio perché presente nei ricordi delle prodi gesta dei suoi abitanti e evocata nei suoi lati migliori. Due italiani, un tavolo, un caffè: i dieci minuti si sciolgono e si dilatano in un fitto chiacchiericcio per oltre due ore. E io dimentico il telefono, il computer il lavoro, l’orologio. Ci sono cose che avvengono così e colgono piacevolmente alla sprovvista. Timide si affacciano le lacrime, si sorride amaramente: era un momento atteso da tempo, un appuntamento sospeso per aria che tradisce nella sua imprevedibilità l’efferratezza del destino.
Un me di vent’anni più grande e un lui di vent’anni più giovane si specchiano l’uno nell’altro sullo sfondo sconfinato di una città a volte così bella, altre così spietata, ora semplicemente ornamentale.


Pochi giorni dopo ti rivedo John per strada, mentre sono di fretta. Sei di spalle e cammini lentamente in direzione della Torre Carota. Il tuo rifugio inespugnabile, il serbatoio dei tuoi ricordi, il tuo luogo amico. Ti vedo e vorrei raggiungerti, batterti una pacca sulla spalla ma la vita, quella prevedibile e ordinaria non me lo consente. Mi spinge a sinistra verso i tornelli della stazione. Nella mia testa ci sono la frutta e la lista della spesa, la fermata del treno dove cambiare, il pagamento delle bollette, la pesantezza degli attrezzi della palestra. Dovrei imparare a diffidare dei nemici. Compaiono nelle sembianze più inattese e si infiltrano nella mia esistenza quotidiana nelle vesti di innocue presenze. Ho smesso di mangiare i kiwi e a rimetterne sarà sicuramente la salute. In testa, però si è liberato un tassello per te John; la prossima volta se ti incontro non ci sarà ortaggio che tenga.

domenica 7 maggio 2017

Parlo anche di te

Voglio parlare dei miei amici e delle mie amiche. Scrivere uno ad uno i loro nomi. Dedicare una pinta di birra a ciascuno. Ricordare dove li ho visti l’ultima volta. E so che non sarà possibile farlo, complice anche Facebook che ci pensa lui a tenerli aggiornati sulla mia vita, la mia routine, le cose belle e meno belle che mi capitano in questo angolo di mondo e viceversa. Come si riempiono le distanze spaziali se anche la città in cui vivo è troppo grande per un appuntamento improvvisato? Ho bisogno più che mai dei miei amici, di voi che leggerete queste righe ricordando quanto ci siamo divertiti l’ultima volta insieme.
La mia vena creativa non sono solo i luoghi che visito; sono le esperienze che vivo certo, ma soprattutto è fatta dalle conversazioni volanti, quelle nate intorno a un caffè consumato in compagnia mentre il mondo continua a girare. E giri pure chissenefrega. Io sono qui con te, e questo tempo e questo luogo sono impagabili dovunque essi siano, che la torta di mele sia bruciata o la bibita un intruglio di ghiaccio sciolto o che non ci sia proprio niente sul tavolo o che manchi addirittura il tavolo e ci troviamo sotto un cielo stellato o sotto una pioggia scrosciata all’improvviso, aggrappati a un pezzo di muraglia e ci dobbiamo inventare tutto con le nostre testoline.

Non esistono tristi verità, solo una lotta estenuante con le infrastrutture. La separazione è diventata una condizione necessaria e io non riesco più a spingermi al di là dello schermo per capire se ci siete o meno. Ora spengo e vado a prendere una boccata d’aria. Ti aspetto al solito posto, come ai vecchi tempi. Aspettami che sto arrivando. Aspettami…