domenica 7 maggio 2017

Parlo anche di te

Voglio parlare dei miei amici e delle mie amiche. Scrivere uno ad uno i loro nomi. Dedicare una pinta di birra a ciascuno. Ricordare dove li ho visti l’ultima volta. E so che non sarà possibile farlo, complice anche Facebook che ci pensa lui a tenerli aggiornati sulla mia vita, la mia routine, le cose belle e meno belle che mi capitano in questo angolo di mondo e viceversa. Come si riempiono le distanze spaziali se anche la città in cui vivo è troppo grande per un appuntamento improvvisato? Ho bisogno più che mai dei miei amici, di voi che leggerete queste righe ricordando quanto ci siamo divertiti l’ultima volta insieme.
La mia vena creativa non sono solo i luoghi che visito; sono le esperienze che vivo certo, ma soprattutto è fatta dalle conversazioni volanti, quelle nate intorno a un caffè consumato in compagnia mentre il mondo continua a girare. E giri pure chissenefrega. Io sono qui con te, e questo tempo e questo luogo sono impagabili dovunque essi siano, che la torta di mele sia bruciata o la bibita un intruglio di ghiaccio sciolto o che non ci sia proprio niente sul tavolo o che manchi addirittura il tavolo e ci troviamo sotto un cielo stellato o sotto una pioggia scrosciata all’improvviso, aggrappati a un pezzo di muraglia e ci dobbiamo inventare tutto con le nostre testoline.

Non esistono tristi verità, solo una lotta estenuante con le infrastrutture. La separazione è diventata una condizione necessaria e io non riesco più a spingermi al di là dello schermo per capire se ci siete o meno. Ora spengo e vado a prendere una boccata d’aria. Ti aspetto al solito posto, come ai vecchi tempi. Aspettami che sto arrivando. Aspettami…

venerdì 10 febbraio 2017

Caro amico

"Colorless Tsukuru Tazaki and His Years of Pilgrimage".

 Pensavo che questo libro non mi riguardasse.

 Una storia da leggere senza troppe aspettative.

 Una lettura da treno piacevole ma discontinua. 

 Di certo non mi commuoverò, con tutti questi ideogrammi.


 Invece, qualcosa di inaspettato è accaduto. Mi sono ritrovato catapultato in un passato che mi apparteneva e riviveva nella storia che stavo leggendo. 

 A quel tempo facevo le valigie e partivo per la Germania e al mio ritorno tutto era troppo confuso perchè potessi capire chi era stato ferito da cosa e perchè. 

 L'instabilità di quel periodo ha contribuito a deteriorare ulteriormente alcune relazioni già provate nel corso degli anni senza che scaturissero sensi di colpa o prese di posizioni per evitare l'allontanamento. 


 Lettere ricevute e ripiegate con cura senza averle realmente capite, per poi decidere di andare ognuno avanti per la propria strada. 

 Non c'è tempo di percepire il vuoto; nel vortice degli accadimenti, gli stimoli sono così forti e regalano euforia, sulla strada ci sono prima due, poi tre bivi e al momento della decisione eccoli moltiplicarsi in altrettante biforcazioni. 




 Dove si perdono di vista le persone, qual è l'ultima frase detta, si è consapevoli di infliggere una ferita mortale a una relazione?




 In questi anni di permanenza all'estero ho fatto di tutto per mantenere vivide le mie amicizie oltreoceano. Quando torno ho la riprova di non essere stato dimenticato. Il calore non manca, le effusioni amplificate dalla separazione, la certezza che il mio posto nel mondo esiste anche in Italia. 

 La nota stonata è sempre lì e mi rammenta che la perfezione umana non esiste. 

Si commettono errori e un giorno si dimentica di averli fatti.
Vorrei  pensarti ancora come parte della mia vita.  Ma chi sei ora io non lo so più. Spero che ci sia ancora qualcosa in serbo per noi su questo vasto pianeta. 


 Caro amico.



mercoledì 14 dicembre 2016

Trasforma quest’Odissea in una storia e ti sarà gradita


Il computer decide da solo. Quando si avvia, visualizza i documenti più recenti, quelli su cui mi spremo le meningi ogni giorno da troppo tempo a questa parte. Non mi lascia scelta. Oggi però  si è aperta una pagina bianca e io a osservarla inebetito aspettando che si materializzasse l’inglese, le note, gli errori, i pensieri ingarbugliati di chissà quale capitolo scritto, riscritto, editato, scomposto, rinominato e spersonalizzato in ottemperanza allo stile accademico. Invece no, è rimasta bianca. A mo’ di opportunità, balenata all’improvviso, in questo mondo fitto di informazioni, dove l’occhio, l’orecchio e addirittura il polso sono sempre attenti e connessi, mai che gli sfuggisse qualcosa, severi riportano il pensiero che fluttua all’ordine. Scrivere su un foglio bianco senza sapere esattamente dove andare a parare, in questi tempi tesi come le corde di un violino è ardito da parte mia, sospeso su un filo mentre nessuno sta a guardare e pensa ingenuamente io cammini a braccetto con una geisha tra le siepi di un giardino giapponese. La mia vita si dipana fra un documento e l’altro e i pochi momenti di pace sono quando prendo in mano un libro di carta e spiego il passivo a degli studenti per mia fortuna volenterosi, che mi ascoltano e mi sostengono. Non voglio scomparire in una giungla di dati senza voce, mentre il macchinario che produceva la pasta che mangiavo da bambino oggi si è fermato. Mi nutro di lettere che farciscono all’inchiostro fogli taglienti di una stampante che due volte per tre si inceppa facendomi infuriare. Veleno puro nel piatto. Scrivendo queste righe libero una parte della mia anima tormentata e sorrido, mentre il telefono squilla e dalla cornetta dirompe una voce a tratti materni a tratti incazzata: una fata sui generis che si nasconde, riappare e regala lampi di genio. Un messaggio lampeggia dal cellulare e altre parole di conforto mi regalano il sollievo necessario per terminare la frase, chiudere il documento e ricordarmi che scrivere non è una tortura. Trasforma quest’Odissea in una storia e ti sarà gradita.

mercoledì 26 ottobre 2016

Rebba, mi chiamavi per cognome



Ieri ho ingurgitato tonnellate di cattiveria nella forma di un programma televisivo. Non pensavo tanta violenza fosse lecita né tantomeno possibile in un film. Avevo aspettato un’intera stagione per vedere il seguito e stringevo i denti, poi gli occhi il cuscino e il pupazzo di pezza all’unisono. Era troppo. Un conato di vomito mi ha assalito ma la parte più difficile era superata, ora ci sarebbe stata la rivalsa dell’eroe, quindi ho pazientato. Invano. Il programma è terminato senza dire arrivederci e lasciandomi in balia di un’ansia che mi sono portato sotto le coperte. Poi oggi è arrivata  quella vera di batosta. Filtrata dai media, propinata attraverso una stringa di testo, sembrava quasi una burla tra un lavoro e l’altro. Sono crollato davanti ad un’insalata condita al sesamo: lì non c’era scampo, il piatto non parlava, e mi sono trovato alla resa dei conti. Mi sono abbandonato alle immagini di banchi di scuola e di ore interminabili di educazione fisica passate a fumare insieme. Ci accomunavano i dizionari pesanti e la vicinanza del banco.Due pianeti così lontani che il caso aveva voluto intrecciassero le orbite per un anno. Lungo, difficile ma anche gradevole a sprazzi. Tu hai capito prima di me che non c’entravi nulla con quel mondo.  Sei riuscita a prendere la tua strada. Quel giorno quando ti ho visto lavorare alle scenografie nello scantinato dell’Artistico, con la mia cara Lu allora per la prima volta ho capito com’era il tuo viso raggiante. Eri così bella e  malinconica che tutti si giravano a guardarti e allo stesso tempo così schiva e riservata che spesso ti eclissavi nelle tue lune e nessuno poteva venirti a cercare. Non ti ho conosciuta da mamma, perchè vivo così lontano. L’ultima immagine sei tu sulla spiaggia, bella come una sirenetta. Scavo nella memoria per ricordarti ancora, perchè sicuramente c’è molto di più. 

Ho deciso che non guarderò più quel telefilm. La morte spettacolarizzata in quel modo infanga l’esperienza di chi vive il lutto sulla pelle senza che ci siano i filtri della cinepresa a proteggerlo. 

martedì 4 ottobre 2016

Le polacche a Stella 7) Speranze al reparto surgelati

Volevo accorciare le distanze. Accoglierle in questo paese dove ero al corrente di tutto, vedevo tutti tranne loro. Speravo di trovarmi in pizzeria e ordinare con la sorpresa di averle al tavolo di fianco a festeggiare. Andavo tutte le sere con quella speranza e i miei amici che mi ripetevano cosa c'era da celebrare di così speciale ogni giorno imperterrito da Osvaldo, costava pure un patrimonio! Invano avevo saccheggiato il salvadanaio, il portafoglio di mio padre e chiesto un prestito con gli interessi a mia cugina, cavalcava una bicicletta gialla e mi guardava storto, mi ricordo. Lei mi aveva capito più di tutti e già ci provava a dissuadermi dall'impresa: non voleva esserci a raccogliermi con il cucchiaino- già la delusione con Petra le era bastata. I giorni passavano e la pizza si raffreddava: probabilmente non corrispondeva alle loro abitudini alimentari. Le comari dicevano che per di là si mangiavano solo patate e dopo i trent'anni meglio guardare altrove che ti passava la voglia. Da quell'agonia mi ha salvato il supermercato. Una lista striminzita che ci aggiungevo sempre almeno una confezione di Sofficini e un Filadelfia, incurante delle urla postume di mia madre. La fila alla cassa,  mentre Matilda davanti a me completava la spesa per un banchetto matrimoniale improvvisato a cui non ero neppure stato invitato. Lo sguardo spaziava alla ricerca di una novità che guastasse il tripudio ingiustificato di una spesa a due zeri per poi cascare su un pezzo di carta sbiadita che da chissà quanto tempo era lì- dovevo assolutamente verificarlo. Mi sono fatto prestare una penna e ho annotato il numero sullo scontrino, poi sono tornato a casa e ho preso in mano il telefono. I Sofficini scongelati, dimenticati nel sacchetto sotto il tavolo della cucina.

mercoledì 21 settembre 2016

Le polacche a Stella 6) Rottami stellari e piratesse in collina

Zoppicavo per la salita. Non c'erano appuntamenti, solo nuvole di fumo rivelatrici in cima alla collina. Troppe cose mi turbinavano nell'animo, troppe per un corpicino così esile. Anche i pensieri pesavano, quell'estate. La vita si stava moltiplicando e la bidimensionalità dei fumetti non bastava più a mappare il quotidiano. Valeva la pena  di parlare con Apollo, le spalle appoggiate al vecchio albero, a godersi la frescura fino ai primi languorini che precedevano la cena. Nessuno a parte il sottoscritto sapeva dove si rifugiava: il suo momento di libertà lo condivideva solo con me. Inizialmente lusingato e compiaciuto di essere al corrente del suo segreto, ora felice di farne parte a tutti gli effetti.
Trafelato mi ero fatto strada fra le siepi e una volta in cima ero stato accolto da una nebulosa irrequieta proveniente dalle sue narici.
"Mia nonna parla troppo, quindi sapevo già che eri fuori; sinceramente però non ti aspettavo così presto. Ti sei giocato l'estate comunque, si può sapere che facevi sul terrazzo?"
"Guardavo le stelle e all'improvviso è cascato tutto!", mi giustificavo come potevo, ero il primo a pensare a quanto fosse stato ridicolo.  
"Puoi ritenerti fortunato, cos'è hai la spalla rotta?"
"No ho una slogatura e mi hanno fasciato per precauzione..."
"E la testa?"
"Quella mi preoccupa di più. Pensa che sono convinto di aver visto Bella in ospedale nella brandina di fronte alla mia...Per di più con un occhio nero a guardarmi dall'alto come se fosse il mio angelo custode. Tu l'hai vista di recente?"
"Chi la Piratessa? Così la chiamano ora in paese. Bella lo sarà di nuovo fra qualche mese se riescono a salvarle l'occhio...Spappolato chissà come o da chissà chi...Comunque anche la benda le dona, secondo me..." Bella era volata via da quella stanza d'ospedale, lasciando il letto di Edyta vuoto e rinascendo come Piratessa in un paese senza il mare. C'era chi emulava le stelle con risultati disastrosi  e chi raggiunto l'agognato traguardo di tutta una vita, la felicità in mano e uno stuolo di pretendenti ai suoi piedi, lo perdeva, retrocedendo dal ruolo di principessa a guercio lupo di mare. Bella non era più Bella e io non ero più io, ma un rottame di stella cadente senza desideri. Apollo mi porgeva la mia prima sigaretta e io la accettavo. Con l'altra mano raspavo nervosamente il tappeto erboso come  per scacciare i cattivi pensieri, troppi in un solo giorno. 




mercoledì 14 settembre 2016

Le polacche a Stella 5) Un mondo migliore



Le cadute erano la prerogativa di pochi in quella notte d’agosto. Io ancora con le fattezze di un bambino mi ero guadagnato un posto nel reparto femminile. Il resto del pronto soccorso in balia dei residui di uno scoppiettante Ferragosto. C’è chi alle stelle aveva preferito le girandole comprate al mercato. Era questione di un attimo, costava un fiammifero e a distanze ravvicinate si poteva ricreare l’illusione di collisioni stellari. Del tutto plausibile che qualcosa andasse storto: qualche vittima doveva per forza esserci per giustificare l’onta subita dalla volta celeste da parte di un’umanità che si credeva sempre più onnipotente. Infermieri e personale ospedaliero nel caos tentavano invano di rintracciare un medico che, in quello stesso momento, si trovava a mille chilometri di distanza sorseggiando un Bloody Mary e lanciava speranzoso occhiate maliziose alla vicina di ombrellone. Il mio sguardo invece era fisso sulla targhetta che campeggiava davanti al letto di fronte, rifatto alla perfezione: recitava Edyta Kowalczyk. Per me i nomi erano troppo importanti e l’incapacità in quell’ accozzaglia di lettere di trovare il senso della persona che io avevo battezzato Bella, mi lasciava perplesso e deluso, quasi indolenzito, non bastasse il dolore fisico provocato dalla caduta di quella notte. Questione di chiudere gli occhi e sbattere le palpebre perché lei si volatilizzasse e per di più cambiasse il nome che le avevo dato. In quel letto d’ospedale rimuginavo sul fatto che la giustizia esisteva solo per pochi e di sicuro non aveva riguardi nei confronti delle persone che come me amavano sognare un mondo migliore.